Emilio Del Bono
Politica
14 Giugno Giu 2018 0800 14 giugno 2018

Centrosinistra a Brescia, analisi di un modello vincente

Concretezza. Cultura del lavoro. Ascolto. Oltre a un'economia ricca che deve però guardare al futuro. La Leonessa preferisce i fatti alle sirene della Lega. Cosa c'è dietro la riconferma di Del Bono. 

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Nel Nord-Est tinto di blu - ché Matteo Salvini il verde lo ha da tempo rottamato - e nella Lombardia retta dal leghista Attilio Fontana, Brescia è salutata come una mosca bianca. La Leonessa, in controtendenza con il panorama nazionale, alle ultime Comunali ha infatti premiato il sindaco uscente, Emilio Del Bono appoggiato da Pd e cinque liste civiche. Il primo cittadino ha vinto al primo turno con il 53,9%, contro il 38,1% di Paola Vilardi candidata del centrodestra. Nel 2013 per lui era stata più dura. Del Bono col 38,06% al primo turno si era trovato a sfidare al ballottaggio Adriano Paroli, spuntandola col 56,53%.

IL RUOLO DI M5S E MODERATI. La vittoria di Del Bono però difficilmente è ascrivibile esclusivamente al centrosinistra. Il motivo lo spiega Eugenio Barboglio, giornalista di BresciaOggi. «Vanno messi in conto i voti dei grillini che si sono ritrovati con un candidato debole» e soprattutto «quelli dei moderati di centrodestra che non si sono fidati di Vilardi» (leggi anche: L'analisi dei flussi elettorali a Brescia e Vicenza). La borghesia moderata, continua Barboglio, ha visto in Del Bono, ex democristiano cattolico, una proposta accettabile. Anche perché rassicurante. A dimostrarlo i quasi 10 mila voti in più conquistati rispetto a cinque anni fa.

FATTI CONTRO PROMESSE. Del Bono, fa notare il giornalista, ha messo in piedi «un'operazione quasi civica», smarcandosi dai partiti. Ha optato per una campagna a tratti «monotona», presentandosi all'elettorato come «buon amministratore con la lista delle cose fatte»: dal risanamento dei conti pubblici ai progetti di recupero a Porta Milano grazie al bando pubblico per le periferie. In questo modo, sottolinea, il sindaco uscente si è distinto dal centrodestra. «Vilardi era stata assessore di una amministrazione, quella dal 2008 al 2013, che non aveva dato grande prova di sé, complice anche la crisi economica». A lei, il sindaco ha contrapposto «una stagione fattiva» che ha conquistato pure i moderati.

Emilio Del Bono festeggia la vittoria.

La candidata del centrodestra ha inoltre pagato l'essersi appiattita su slogan e temi leghisti, pur essendo di Forza Italia, partito in crisi sia a livello nazionale sia locale. In cinque anni gli azzurri sono passati dal 28,3% incassato dal Pdl nel 2008 al 14,40% del 2013 fino al 7,56% di Fi del 2018. Il che non ha certo rassicurato la borghesia cittadina. Salvini poi nel suo tour in città ha puntato molto sul tema della sicurezza. Che però qui, spiega ancora il giornalista, non è percepito come emergenza. Così come il rischio "islamizzazione" e moschee, altro cavallo di battaglia di Vilardi. Gioco più facile Del Bono lo ha avuto con Guido Ghidini del M5s, fermo al 5,4% (5,9% la lista). Non solo perché candidato debole, ma perché ribadisce Barboglio, il bresciano «è pratico, un calvinista del lavoro». Per questo diffida di un partito come quello di Di Maio «difficilmente incasellabile nella tradizione politica». Non a caso qui il Movimento non ha mai scaldato gli animi, nemmeno alle Politiche dove non è andato oltre il 18%.

CINQUEPALMI (PSI): «UN MODELLO PER IL CENTROSINISTRA». Il «centrosinistra si è confermato grazie alla credibilità complessiva del campo e del suo maggior partito», sottolinea invece il segretario regionale del Psi Lorenzo Cinquepalmi, che con la lista Brescia 2030 ha appoggiato Del Bono. A differenza dallo scenario nazionale, a Brescia «il Pd e lo schieramento di centrosinistra sono e appaiono coesi e concordi, e mantengono in campo una proposta unitaria che va dall'area di Sinistra Italiana e Liberi e Uguali all'area Verde-ambientalista, al Partito socialista, fino a diverse esperienze civiche». Insomma per Cinquepalmi quello di Brescia è un modello «che il centrosinistra italiano dovrebbe adottare per invertire la tendenza involutiva degli ultimi due anni».

NUOVI ITALIANI IN LISTA. «Fedele ai principi di fraternità, tolleranza e inclusione della propria matrice», continua Cinquepalmi, «la lista ha candidato ben sei tra nuove cittadine e nuovi cittadini appartenenti alle nazionalità più rappresentate in città, tra cui Abdul Munaf Choudry, operaio di origini pakistane in Italia da 22 anni che ha ottenuto 351 voti. Ma anche Plaka Rondinela, albanese, Kanso Riad medico libanese, Barbosa do Nascimento Jamaira, imprenditrice del Brasile, Oudghiri Meryem, mediatrice culturale marocchina e Akadje Yaba Marie Josee, ivoriana.

Brescia dall'alto (foto Manuel Carli).

Redditi alti e imprenditorialità diffusa

La riconferma di Del Bono però non significa che la Lega in questo fazzoletto produttivo d'Italia non sia cresciuta, anzi. Se nel 2013 era all'8,6%, oggi vola oltre il 24%. Molto, ma non abbastanza per sfondare come a Vicenza. Eppure sulla carta le condizioni per un exploit c'erano tutte. La città infatti è ricca o, almeno, lo è ancora.

PATRIA DEL MANIFATTURIERO. Stando ai dati dell'Agenzia delle Entrate relativi al 2017, ll reddito medio pro-capite in centro città è di 24.217 euro, in linea con quello lombardo (24.940 euro) e più alto della media nazionale ferma a 20.940 euro. La provincia è costellata da 119 mila imprese, di cui quasi 24 mila in città, 1.934 nel solo manifatturiero, qui fiore all'occhiello. Per un fatturato che nel 2016 ha superato i 53 miliardi di euro. Il paradiso per i profeti della Flat Tax, si direbbe. E invece la fede della tassa piatta e della pace fiscale qui non ha trovato gli stessi adepti che nel resto del Nord Italia.

CONCRETEZZA E LAVORO. «Brescia è sensibile all'accelerazione di nuove realtà e di nuove tecnologie», chiarisce Claudio Teodori, professore di Economia aziendale all'UniBs. «Ma è attenta ad aspetti specifici, concreti. È molto legata al fare e meno sensibile alle storie». La sua imprenditoria è ancora relativamente chiusa, fondata su impegno e lavoro. Per questo, è il ragionamento, le promesse qui hanno le gambe corte. Anche in campagna elettorale. «Ci si preoccupa di cose reali, dal rilancio dell'aeroporto alla realizzazione o meno del centro logistico», continua Teodori. Fatti che «devono vedersi e vedersi in tempi rapidi se si vuole mantenere una leadership sempre più difficile da difendere».

IL NODO IMMIGRATI. La concretezza è un efficace antidoto anche allo slogan dell'"invasione straniera" cavalcato dalla Lega che qui, a guardare i numeri, avrebbe di che nutrirsi visto che i residenti in città sono più di 36 mila, il 18% della popolazione. Una percentuale che negli ultimi anni non ha subito variazioni, mentre a crescere sono stati i nuovi italiani: 6 mila dal 2013. Ogni propaganda però perde forza davanti a una semplice considerazione: buona parte della forza lavoro di Brescia e provincia è costituita da immigrati. Che sono dipendenti prima che stranieri.

Claudio Teodori, professore di Economia aziendale all'UniBs.

Le criticità certo esistono. L'incidenza del Pil della manifattura sta sempre più cedendo il passo a quello del terzo settore, aggiunge Teodori. «Brescia è un gioiello, ma non deve crogiolarsi nella sua storia, deve pensare di più al futuro, investendo in attività innovative e tecnologiche». Solo così riuscirà a competere sui mercati esteri. Passi in avanti ne sono stati fatti, per esempio nel green. E non stupisce nella città avvelenata dalla Caffaro, la fabbrica che fino alla fine degli Anni 80 ha sversato nell'ambiente circostante migliaia di tonnellate di Policlorobifenili.

«SERVE MAGGIORE VISIONE STRATEGICA». «Occorre investire in centri di eccellenza per attrarre e mantenere sul territorio attività di altissimo livello», aggiunge Teodori. Per evitare il ripetersi di casi come quello della Medtronic, colosso Usa del biomedicale che otto anni fa ha acquisito la bresciana Invatec e ora ha annunciato di voler cessare le attività nello stabilimento entro i primi sei mesi del 2020, lasciando a casa 300 addetti. Altro limite dell'imprenditoria locale è l'individualismo. Per questo, dice il professore, serve maggior «visione strategica», sull'esempio di altre province lombarde come Bergamo. «Bisogna muoversi tutti nella stessa direzione», è la ricetta, «condividendo aree diverse e guardando avanti».

Beatrice Faedi.

Una città aperta e in ascolto

Il "modello Brescia" non è solo politico ed economico ma anche sociale e culturale. Ne è convinta Beatrice Faedi, attrice, educatrice teatrale e tra le altre cose membro del collettivo Extraordinario. Lei, nata a Cesena, in città ha «scoperto un terreno straordinario, di attenzione e di ascolto dell'altro». In questi anni, aggiunge, «le istituzioni hanno dato voce a un panorama vitale ma poco visibile. L'assessore ai Servizi sociali Felice Scalvini ha lavorato per la coesione di realtà che operavano in maniera solitaria. Nella convinzione che la cultura abbia un impatto sul sociale».

«L'AMMINISTRAZIONE HA SAPUTO ASCOLTARE». La politica la fanno le persone, e in città, continua Faedi, questo avviene «con garbo, eleganza e attenzione». «Il bresciano, e lo dico da romagnola, è chiuso, serio. All'inizio ho vissuto questa personalità con fatica. Ma Brescia è anche la città dei portoni, quando si aprono si scopre un mondo che parla e va ascoltato». Ed è quello che secondo lei l'amministrazione negli ultimi cinque anni è riuscita a fare, «dando appunto ascolto a strati sociali prima inascoltati».

AZIONE E POCHI PROCLAMI. Brescia città aperta, dunque. Ma lontana dal rappresentare un «modello eclatante, televisivo o da diretta Facebook». Un risultato, tiene a sottolineare Faedi, «che non si ottiene con con uno schiocco di dita, ma che è frutto di un lavoro certosino». Lo stesso che è dietro a ogni progetto, a partire da quelli che lei stessa ha realizzato nelle scuole con gli insegnanti con cui ha collaborato. «Se c'è una urgenza, un bambino o una famiglia in difficoltà», racconta l'attrice, «si agisce con concretezza non con proclami dall'alto». «Brescia non è mai scontata», conclude. «È una sorta di enclave per molti versi anomala», a partire dalla scena culturale e teatrale. Per questo, sorride, è leonessa. E femmina.

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