I 400 colpi
Rai: 196 candidature a Camera,169 Senato
Politica
22 Giugno Giu 2018 0911 22 giugno 2018

Nomine Rai: M5s e Lega alla prova della tivù di Stato

Dopo aver fatto l’en plein nelle commissioni parlamentari, il governo giallo verde dovrà decidere le sorti di viale Mazzini. Ma non c’è esecutivo che alle parole abbia fatto seguire i fatti. Viste le premesse, non pare che anche quello dei nuovi padroni voglia usare metodi diversi,

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C’è gran trambusto sulle nomine. In quelle delle commissioni parlamentari i giallo-verdi hanno fatto l’en plein. Ha fatto scalpore che a presiedere quelle economiche, nella fattispecie Bilancio e Finanze, siano finiti due campioni no euro come Borghi e Bagnai. Sembra quasi si voglia inscenare un gioco delle parti: a via XX Settembre si è insediato un ministro che incarna la continuità della linea europeista dei suoi predecessori, ai piani bassi un drappello di sabotatori della moneta unica. Ne vedremo delle belle.

ORA SI APRONO LE PARTITE PER CDP E RAI. Adesso toccherà via via alle altre partite, la Cdp in primis, dove le fondazioni hanno fatto quadrato intorno alla presidenza Tononi, prodiano o ex con trascorsi alla Goldman Sachs e al Tesoro. E poi la Rai, la madre di tutte le spartizioni, dove il riposizionamento è cominciato da tempi non sospetti.

Nel contratto di governo, i due contraenti si impegnano a tenere fuori la politica dalla tivù pubblica, che è come dire vietare l’ingresso ai cacciatori nella riserva di caccia

Nel contratto di governo, i due contraenti si impegnano a tenere fuori la politica dalla tivù pubblica, che è come dire vietare l’ingresso ai cacciatori nella riserva di caccia. Sulla televisione di Stato si parla da tempi immemori di privatizzazione, l’unica via per eliminare alla radice ogni cencelliana tentazione. Ma non c’è esecutivo che alle parole abbia fatto seguire i fatti. Viste le premesse, non pare che anche quello dei nuovi padroni voglia usare metodi diversi dai precedenti, ma perseguire la linea della più ferrea occupazione del territorio.

PARAGONE E CARELLI A BOCCA ASCIUTTA. Da rilevare il lamento dei giornalisti saliti sul carro del vincitore nella convinzione di venire ripagati dalla di lui riconoscenza, e che invece rischiano di restare a bocca asciutta. Forte l’irritazione di Gianluigi paragone, ex conduttore sulla grillina La7 della Gabbia, collettore del nazional malpancismo prodromico all’arrivo dei barbari al potere. Ancora più deluso Emilio Carelli, compassatissimo ex direttore di SkyTg24, che le cronache raccontano come disgustato dalla poltronesca voracità dei suoi colleghi pentastellati. Noi che abbiamo sempre pensato che Carelli c’entrasse con loro più o meno come un lord inglese in una cantina di hooligans, non ci meravigliamo della sua accigliata perplessità.

Magari però dall’arida pietraia può ancora spuntare qualche ginestra. Per la Rai, dopo che Ferruccio de Bortoli si è chiamato fuori, si fa il nome di Fabio Vaccarono per la direzione generale, e sarebbe una bella ventata di novità veder insediato a viale Mazzini l’attuale capo di Google che oltretutto vanta trascorsi importanti nella pubblicità, su cui viale Mazzini ha molto da recuperare rispetto alla rivale Mediaset.

FONDAMENTALE LA SCELTA DEI MANAGER. Siccome è scontato che i nuovi padroni del vapore vorranno mantenere uno strettissimo controllo sull’informazione, e che quindi i direttori dei tigì saranno tutti o quasi di provata fede (pare che non si voglia nemmeno lasciare come da tradizione la ridotta di un canale all’opposizione), sarebbe importante che almeno per i manager si privilegiasse la competenza alla casacca. Ma quando si parla di Rai il pessimismo della vigilia è d’obbligo. Sarebbe bello che, almeno una volta, Lega e 5 Stelle lo smentissero.

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