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Politica
2 Luglio Lug 2018 0800 02 luglio 2018

Contratti a tempo determinato: come difenderli meglio

Nel decreto dignità del ministro Luigi Di Maio previsti più costi per le aziende e la re-introduzione della causalità. Può funzionare? I pareri di Gugliemo Loy e Francesco Seghezzi e i confronti con il resto d'Europa.

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Ha senso la proposta del ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico Luigi Di Maio di rendere più difficili e costose le assunzioni a tempo determinato per ridurre la precarietà? Una delle ultime bozze del decreto dignità prevede il ritorno delle causali sopra i 12 mesi e un aumento dei contributi dello 0,5% per ogni rinnovo, il cui numero massimo scende da cinque a quattro (leggi anche: Decreto dignità, cosa prevede il testo definitivo).

I PARERI DI LOY E SEGHEZZI. Secondo Guglielmo Loy, presidente del Consiglio di indirizzo e vigilanza dell'Inps, rendere più costosi i contratti potrebbe effettivamente ridurre gli abusi, mentre il ritorno delle causali è più problematico. Secondo Francesco Seghezzi, direttore della fondazione Adapt, il governo sta sbagliando obiettivo due volte: una volta perché non affronta il tema di come preparare i lavoratori a un mercato dove è richiesto di transitare spesso da un mestiere all'altro aggiornando le proprie competenze, una seconda perché si concentra sui contratti a tempo determinato oltre i 12 mesi, che sono numericamente esigui rispetto a quelli più brevi e dove, a suo parere, il comportamento opportunistico delle aziende è meno evidente.

In Italia il 12,1% dei lavoratori è a tempo determinato

Ma partiamo dai numeri. Secondo l'ultima indagine di Istat, in Italia ci sono 22 milioni e 874 mila lavoratori. Di questi, sono dipendenti 17 milioni e 640 mila, divisi tra 14 milioni e 878 mila tempi indeterminati e 2 milioni 762 mila tempi determinati. Gli indipendenti sono 5 milioni e 234 mila. Secondo l'ultima rilevazione Eurostat disponibile, i contratti a tempo determinato in Italia nella fascia 15-64 anni erano il 12,1% del totale, una quota pari a quella della media europea a 28 Stati ma inferiore all'area euro (13,7%). La Francia è al 14,9%, la Germania 11,7%. Spagna e Portogallo sono rispettivamente al 22,4% e al 19%.

TREND IN CRESCITA. La peculiarità italiana è data però dal trend: nell'ultimo trimestre i contratti a tempo determinato sono cresciuti di 69 mila unità, mentre sono calati i tempi indeterminati (-23 mila) e gli indipendenti (-37 mila). Secondo una ricerca condotta dall'Inps, dal 2015 al 2017 la crescita degli occupati, pari a 800 mila unità, è quasi totalmente ascrivibile all'aumento dei contratti a tempo determinato. Solo nel 2017, il saldo tra assunzioni e cessazioni è stato positivo per 500 mila unità. Ma mentre i tempi determinati sono cresciuti di 537 mila unità, quelli indeterminati sono calati di 117 mila. In aumento anche gli apprendistato.

IN LINEA CON IL RESTO D'EUROPA. «I dati di stock, ovvero i numeri assoluti, ci dicono che siamo in linea con il resto d'Europa. E, tuttavia, c'è una tendenza di cui bisogna tenere conto. Da questo punto di vista, noi come sindacato (Gugliemo Loy è stato segretario generale Uil, ndr) abbiamo sempre sostenuto la necessità di rendere il contratto a tempo determinato più oneroso per ridurre gli abusi. Non stiamo parlando di abusi di legge, quanto di abuso rispetto alle finalità del contratto a tempo determinato che non deve diventare un'anticamera eccessivamente lunga del contratto a tempo indeterminato».

Contributi: troppo poco un aumento dello 0,5%

Da questo punto di vista, secondo Loy un aumento dello 0,5% dei contributi per i rinnovi dopo un anno non è sufficiente: «Servono percentuali più significative per impattare realmente sul comportamento delle aziende. Ricordiamo che già oggi il tempo determinato costa un poco di più, 1,4% di Irap. Ma non è sufficiente. La somministrazione, ad esempio, costa un 4% in più e contribuisce a frenare un po' la convenienza di questo strumento. Io penso a un valore del genere, con un aggravio di costi che non vada solo allo Stato, ma che in parte ritorni al lavoratore». Allo stesso tempo, secondo Loy, andrebbe ridotto il cuneo fiscale per i tempi indeterminati.

IL PROBLEMA DEI CONTRATTI BREVI. Di opinione un po' diversa è Francesco Seghezzi, secondo cui il primo errore del testo è concentrarsi sui contratti lunghi – oltre un anno - «che sono quelli dove meno si verificano i comportamenti opportunistici da parte delle aziende». Nel primo trimestre del 2018, il 77% dei contratti a tempo determinato stipulati erano inferiori ai 12 mesi. Il problema, però, secondo Seghezzi è più ampio: «Siamo davanti a una trasformazione del mondo del lavoro complessa, ha senso concepire i tempi determinati solo come un ponte verso il tempo indeterminato che vogliamo continuare a spingere con incentivi economici?».

SILENZIO SUL FRONTE DELLA FORMAZIONE. Seghezzi è da tempo sostenitore della necessità di nuovi modelli organizzativi del lavoro che accompagnino il cittadino verso il transito da un impiego all'altro, aiutandolo ad adeguare le sue competenze a un quadro che cambia, convinto come è che non è più concepibile pensare di trascorrere tutta la propria carriera lavorativa all'interno della stessa azienda. «Come già successo in passato, discutiamo subito degli aspetti normativi e contrattuali senza discutere di come sta cambiando il mondo del lavoro e senza affrontare il tema della formazione continua dei lavoratori». Ad ogni modo, aggiunge Seghezzi, «è chiaro che un aumento del costo dello 0,5% è una misura del tutto simbolica, che non cambierà niente».

Entrambi gli studiosi, invece, pensano sia un errore re-introdurre le causali. Secondo Loy, in particolare, «bisogna tenere conto che una forma di causalità rimane comunque per i lavori stagionali, le sostituzioni, la maternità. Negli altri casi, penso ad esempio ai picchi di lavoro, l'interpretazione già crea problemi. Teoricamente sarei d'accordo e potrebbe far emergere le aziende scorrette, d'altra parte è come tentare di comprimere un liquido, e questo scappa da un'altra parte». Il rischio, insomma, sarebbe quello di alimentare nuove forme di precariato, ancora meno sostenibili.

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