SALVINI
Politica
2 Luglio Lug 2018 1217 02 luglio 2018

Salvini, gli obiettivi e i limiti della Lega delle Leghe

Il ministro da Pontida ha lanciato il progetto di un fronte sovranista per le prossime Europee. Ma è possibile un asse tra nazionalisti? L43 ne ha parlato con l'europarlamentare Zanni e il docente della Luiss Monti. 

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Dopo aver archiviato la stagione della Lega Nord, ora Matteo Salvini punta ad allargare il suo orizzonte oltre l'Italia. Dal sacro suolo di Pontida, infatti, ha lanciato il progetto di una Lega delle Leghe. Una sorta di lista all'insegna del nazionalismo con cui correre alle Europee del prossimo anno. Un voto, ha assicurato il vicepremier dal palco, che sarà «un referendum fra l'Europa delle élite, delle banche, della finanza, dell'immigrazione e del precariato, e l'Europa dei popoli e del lavoro».

DA LE PEN A WILDERS. Di alleati in Europa Salvini ne ha già, e non da oggi. Prima tra tutte la presidente del Rassemblement National Marine Le Pen, già "coinquilina" del Carroccio a Strasburgo nel gruppo Europa delle Nazioni e delle Libertà (Enl). Il 2 luglio, in una intervista a Libero, Le Pen è tornata a plaudire Salvini e il governo Lega-M5s, «segno precursore della liberazione dell'Europa». Un feeling particolare Salvini lo ha stretto anche con l'olandese Geert Wilders del Partito per la libertà che con i suoi 20 deputati è la seconda forza politica alla Camera. Con lui e gli altri leader populisti, da Le Pen all'allora numero uno di Alternative für Deutschland Frauke Petry, il segretario della Lega si fece immortalare a Coblenza, Germania, nel gennaio 2017.

Lega delle Leghe, la mappa dei possibili alleati di Salvini in Europa

"Penso a una Lega delle leghe in Europa che includa tutti i movimenti liberi e sovrani che vogliano difendere le proprie frontiere e il benessere dei propri figli", dice Salvini. Ecco le alleanze che ci sono già e quelle che potrebbo venire.

In Austria la Lega trova al suo fianco il Fpö (Freiheitliche Partei Österreichs) di Heinz Christian Strache. Erede di Jorg Heider, che si allontanò dal partito nel 2005, Strache alle ultime elezioni politiche ha conquistato il 26% diventando vice cancelliere. Ospite al Viminale il 20 giugno scorso, il leader del Fpö accompagnato dal collega di partito nonché ministro degli Interni Herbet Kickl ha lanciato «un'alleanza di volenterosi per proteggere l'Europa da chi vuole entrare». «Vogliamo promuovere questa strategia in collaborazione con l'Italia», aveva aggiunto Strache, «in modo da riacquistare la fiducia della popolazione». Un impegno suggellato dal selfie di rito.

Altra buona intesa Salvini la vanta col premier ungherese Viktor Orban, con cui ha confermato di voler lavorare per «cambiare le regole di questa Unione europea». L'Ungheria tra l'altro è capofila dei Paesi del gruppo Visegrad (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia) che rifiuta le leggi sui flussi e chiede una stretta maggiore sulle politiche migratorie.

L'ASSIST DI AFD. Sicuramente poi il ministro dell'Interno italiano riscuote simpatie presso gli esponenti di Alternative für Deutschland (Afd). «Quelli con cui vogliamo e dobbiamo lavorare si chiamano per esempio Heinz-Christian Strache, Sebastian Kurz, Matteo Salvini e anche Viktor Orban», ha dichiarato il 30 giugno da Augusta Jörg Meuthen, uno degli esponenti del partito di estrema destra riunito a congresso. «Con questi compagni di lotta possiamo costruire la nuova Europa».

Marco Zanni, europarlamentare del gruppo Europa delle nazioni e delle libertà.

Nuova Europa o meno, il progetto della "Lega delle Leghe" non è una novità, fa notare a L43 Marco Zanni, eurodeputato del gruppo Enl. Ora però sta prendendo forma «sfruttando l'ondata di consenso elettorale». Al di là dei membri del gruppo, Le Pen in testa, i target a cui Salvini adesso guarda sono «i conservatori dell'Ecr» del quale fa parte anche Diritto e giustizia del premier polacco Mateusz Morawiecki, e «il gruppo Efdd» nel quale abitano i cinque stelle. Due target particolarmente appetibili perché, continua Zanni, «con l'uscita dei rappresentanti britannici, numerosi in entrambi i gruppi, alcune delegazioni potrebbero decidere più facilmente di aggregarsi ad altre realtà».

INCOGNITA ORBAN. Discorso diverso va fatto per Orban. «Facendo parte del Ppe è difficile prevedere un suo ingresso nel nostro alveo», spiega Zanni. Molto dipenderà dai risultati dei Popolari alle prossime elezioni. Ma soprattutto dai numeri che riuscirà a mettere insieme il fronte salviniano. L'obiettivo, spiega ancora Zanni, «è arrivare a influenzare le istituzioni europee, con l'espressione di commissari d'area».

LABORATORIO ITALIA. Una cosa però è certa. L'Italia è vista come un laboratorio. «Tra i Paesi fondatori siamo i primi ad avere un governo populista ed euroscettico», conferma Zanni. «Anche la percezione che a Bruxelles hanno di Salvini e in generale del nostro gruppo è cambiata. Se prima gli altri leader erano titubanti a parlare con noi oggi ci cercano, e chi rifiutava il dialogo ora ha smussato la sua posizione pur mantenendo la distanza politica». Insomma ora «siamo interlocutori con cui si deve dialogare».

Luciano Monti, docente di Politiche dell'Unione Europea alla Luiss.

Ma, al di là del linguaggio da palco, è davvero possibile una alleanza tra partiti sovranisti? «In Europa ci sono alcune politiche che non possono essere gestite da un Paese membro, da una macroregione o da gruppi di regioni», spiega a L43 Luciano Monti, docente di Politiche dell’Unione europea alla Luiss di Roma. «E tra queste ci sono i flussi migratori e le battaglie sui dazi». Temi, tra l'altro, che sono stati cavalcati dal Carroccio e dagli altri partiti populisti. Non solo. L'idea che ognuno faccia da sé «è un salto indietro nel passato», sottolinea Monti. «Richiama una visione dirigista autarchica che appartiene al secolo scorso. Con il livello di compenetrazione tra le economie europee e la globalizzazione è impensabile tornare a prima di Spinelli».

L'EUROPA? UN BERSAGLIO SBAGLIATO. I partiti populisti, continua il professore, interpretano il timore diffuso derivante proprio dalla globalizzazione che però è un processo irreversibile. Le istanze portate avanti - dall'essere ostaggi delle grandi multinazionali alla scomparsa del ceto medio - sono comprensibili e legittime. Ma è inutile puntare il dito contro l'Europa: il bersaglio è sbagliato. Monti tecnicamente nutre anche qualche dubbio su un possibile fronte tra partiti sovranisti. Si prendano i Paesi di Visegrad a cui Salvini guarda con attenzione: pongono veti a quella ricollocazione dei migranti che l'Italia invece chiede. «È contro la natura dei sovranismi stringere alleanze transnazionali», fa notare il professore. Prima gli italiani, prima gli ungheresi, prima i francesi: trovare un punto d'intesa fuori dalle rispettive propagande pare un'impresa difficile.

IN CERCA DI UN MINIMO COMUN DENOMINATORE. Per Zanni invece le differenze di visione tra le varie anime populiste non costituiscono un ostacolo. «Su certi temi è difficile trovare un minimo comun denominatore», ammette l'europarlamentare. «E sul tema del ricollocamento dei profughi esiste una divergenza. I Paesi dell'Est e del Sud Europa, però, sono d'accordo nel rafforzare i confini esterni. E se si risolve il nodo degli arrivi, processando le domande di asilo all'esterno dell'Ue, allora il problema non si pone».

Il premier Giuseppe Conte a Bruxelles.

Il punto vero però è un altro. E cioè che la vera partita in Europa si gioca con alleanze «intergovernative», insiste Monti. Battere i pugni e fare la voce grossa a Bruxelles non serve a molto. «Nessuno si è accorto che all'ultimo vertice Ue, mentre l'accordo sui migranti si è risolto in un nulla di fatto, il giorno dopo al summit sull'Eurozona è passata in sordina la presa d'atto favorevole della proposta franco-tedesca», fa notare il professore. Detto altrimenti: i risultati, quelli veri, si ottengono sedendosi a un tavolo.

IL NODO DEI FONDI EUROPEI. «Le idee e le proposte vanno considerate con prudenza, rispettando i tempi», ripete Monti. E questo vale non solo per l'immigrazione ma anche per il disagio sociale che ha portato questi partiti a ottenere successi elettorali importanti. E non si pensi che i due aspetti non siamo correlati, anzi. Un esempio? A chi sostiene che l'Europa è solo un fardello che chiede e non dà nulla sarebbe il caso di ricordare che «le risorse ci sono», dice Monti, «basta saperle spendere. Chiedere più soldi se non si sono spesi quelli che già ci sono indebolisce le posizioni».

CON L'ELMO IN TESTA NON SI ARRIVA A NULLA. L'Italia in questo è campione. «Negli ultimi tre anni abbiamo speso solo il 9% dei fondi a nostra disposizione. È comprensibile che i cittadini non percepiscano l'Europa o che la vivano solo negativamente». Un esempio? La Sicilia al 31 dicembre 2017 aveva speso solo 16 milioni dei 4,5 miliardi di fondi Fesr a sua disposizione per il settennio 2014-2020: meno dello 0,5%. Ma anche il Veneto e la Lombardia, feudi della Lega dai bilanci molto più in salute, non spiccano. Il primo ha utilizzato solo il 2% dei Fesr a sua disposizione mentre la seconda si attesta sull'8%. «L'Ue avrà anche procedure cervellotiche e molto è da migliorare, ma il fatto di non sapere utilizzare i soldi a nostra disposizione porta a una percezione sbagliata», conclude Monti. Prima di partire con l'elmo in testa, minacciando di rinegoziare tutto senza ottenere nulla o ottenerlo con tempi elefantiaci, forse sarebbe meglio imparare a utilizzare ciò che abbiamo a disposizione. Oltre al decreto dignità, in discussione al Consiglio dei ministri, occorrerebbe pure una sorta di «dignità di spesa».

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