I 400 colpi
Istat: un milione famiglie senza lavoro
3 Luglio Lug 2018 0855 03 luglio 2018

Solo dal tema lavoro può partire il riscatto della sinistra

Per salvare il sistema finanziario e scongiurare le sue deflagrazioni sull’economia reale, dal 2008 c’è stato un enorme travaso di denaro pubblico ai privati. Bisogna che quei soldi, o una gran parte di essi, vengano reimmessi nel sistema produttivo affinché chi ha sopportato ai limiti dell’impoverimento il prezzo della crisi ne possa beneficiare.
 

  • ...

Scrive Pietro Ichino sul Corriere della sera che la dignità del lavoro non dipende dalla sua stabilità. C’è una misura qualitativa che nessun posto fisso assicura, e dunque la durata non è un parametro che può garantire o meno la bontà di un’occupazione. A corredo della sua tesi il giuslavorista fa appello alla sempiterna distinzione tra pubblico e privato: iper protetto il primo, tanto da non pagare quasi mai dazio nei contesti in cui esso viene appiattito e mortificato, assolutamente aleatorio il secondo, non foss’altro perché negli anni si sono moltiplicati gli strumenti che hanno reso il lavoro flessibile. Il tema è talmente complesso che si potrebbe dire tutto e il suo contrario, specie se lo si affronta slegato dal suo contesto storico facendo appello a categorie filosofiche o addirittura estetiche (leggi i contenuti del Dl Dignità).

TUTTO COMINCIA DALLA CRISI DEL 2008. Ma c’è un modo per ancorare la discussione un principio di realtà? Sì, e penso sia questo: ogni disquisizione in merito dovrebbe partire dalla crisi del 2008, la più grande che l’economia mondiale abbia dovuto affrontare dai tempi della Grande depressione. Semplificando il più possibile, è successo che per salvare il sistema finanziario e scongiurare le sue deflagrazioni sull’economia reale, c’è stato un enorme travaso di denaro pubblico ai privati. Cosa che ha avuto conseguenze devastanti: per il ceto medio, che ne ha sopportato i costi maggiori con la drastica riduzione della sua capacità di reddito e del potere d’acquisto, per le classi meno abbienti (quello che una volta si chiamava proletariato) private dei diritti minimi di welfare e relegate a forza nelle periferie, non solo geografiche ma morali, della società.

Insomma, nel momento più drammatico seguito al crollo di Lehman Brothers che dette il via a uno sconquasso sistemico, l’America scelse di salvare Wall Street, l’Europa fece altrettanto privilegiando la rendita finanziaria all’impresa. Ora, adesso che la crisi è finita - anche se qualcuno avrà modo di far notare che gli indicatori non sono ancora allineati ai livelli precedenti, per altro gonfiati da una bolla speculativa) bisogna pensare di intervenire per rimettere in equilibrio il rapporto tra capitale e lavoro, fortemente sbilanciato a favore del primo. Per dirla in un altro modo: dalle tasche dei contribuenti sono usciti centinaia di migliaia di miliardi che li hanno messi sul lastrico, ma così facendo hanno assicurato la sopravvivenza del grande capitale. Bisogna che quei soldi, o una gran parte di essi, vengano reimmessi nel sistema produttivo affinché chi ha sopportato ai limiti dell’impoverimento il prezzo della crisi ne possa beneficiare.

SERVE COLPIRE I PARADISI FISCALI. La costante precarizzazione del lavoro è la conseguenza di questo sbilanciamento, e per esempio la discussione sulle condizioni di chi lavora al servizio dell’economia digitale (si chiami Amazon o Foodora), può essere un buon punto di partenza. Ultima considerazione: da un governo che, almeno a parole, dice di voler voltare pagina, occorre ricordare che qualsiasi rivoluzione per non essere velleitaria deve partire dalla fiscalità. Bisogna obbligare chi ha accumulato enormi ricchezze planetarie a pagare le tasse, a non nascondere i capitali in paradisi fiscali che le eludono. Un obiettivo che da solo basta e avanza a gettare i presupposti per una rinascita della sinistra che dia un traguardo e una nobiltà a un dibattitto immiseritosi nella salvaguardia di piccole rendite di posizione.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Correlati

Potresti esserti perso