Copyright Oettinger
Politica
5 Luglio Lug 2018 1131 05 luglio 2018

Il vero sconfitto sul copyright è il commissario Oettinger

La Google tax era la sua priorità. Sotto la spinta dei grandi gruppi editoriali Ue, Axel Springer in testa. E con l'appoggio del Ppe tedesco. 

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da Bruxelles

Il parlamento europeo ha bloccato la direttiva sul copyright: 318 eurodeputati si sono opposti al via libera ai negoziati finali con il Consiglio Ue. Se ne riparlerà a settembre, quando si aprirà una nuova battaglia sulla riforma a suon di emendamenti. Chi era per il sì dirà che il voto dei parlamentari europei è stato a favore di Google, Facebook e YouTube (cioè ancora Google) a danno dell'industria creativa ed editoriale. Chi era per il no festeggerà la battaglia vinta per la libertà e contro i filtri preventivi in Rete. Ma a guardare bene, e al di là delle propagande incrociate sempre pronte a scatenarsi a Bruxelles quando c'è di mezzo un dossier che conta davvero, quello del 5 luglio è stato soprattutto un voto contro Gunther Oettinger e un certo modo di regolamentare il web congegnato negli uffici più importanti della Commissione europea.

Oettinger, per dirla con l'EuObserver un politico «molto vicino agli ambienti industriali tedeschi», e cioè l'uomo che negli ultimi nove anni Berlino è riuscita a mettere in posizioni strategiche a tutela dei suoi interessi - prima all'energia nella Commissione Barroso, poi al digitale e al bilancio in quella Juncker -, aveva annunciato fin dall'inizio del suo mandato, nel 2014, la volontà di introdurre una riforma. Si può dire che era la missione per la quale era stato infilato in quella casella dell'esecutivo europeo, una missione spinta e avallata soprattutto dai grandi gruppi come Axel Springer, primo editore europeo e, almeno in un primo momento, anche il più strenuo nemico del monopolio di Google. Sta di fatto che già nel 2015 la Commissione aveva fatto del provvedimento sul copyright - ma sarebbe meglio chiamarlo più propriamente una Google tax europea - la sua priorità.

La benedizione di Juncker e dell'attuale segretario generale Selmayr

Le prime indiscrezioni sulla proposta però avevano innescato un dibattito ampio sulla reale efficacia dei provvedimenti e sulla possibilità come già dicevano allora gli esponenti liberali che la nuova legge «rompesse la Rete così come la conosciamo». Del resto dai precedenti tentativi nazionali, sia in Germania, dove alla fine la contrapposizione con gli editori era finita a tarallucci vino e un accordo per finanziare le iniziative digitali dei media europei, sia in Spagna, dove Google aveva oscurato la sua sezione di "news", c'erano lezioni da imparare. Eppure la Commissione aveva tirato dritto e nel settembre del 2016 la proposta di una Google tax europea aveva visto la luce, con la benedizione di Juncker e anche dell'attuale segretario generale della Commissione, Martin Selmayr, ex capo di gabinetto del presidente che nella precedente legislatura era stato proprio il portavoce della commissaria alla Società dell'informazione e ai media Viviane Reding.

La proposta originale conteneva già i due articoli più discussi, l'articolo 11 e l'articolo 13, quello che impone alle pittaforme di negoziare le licenze per pubblicare gli snippet - i "lanci" abbreviati di un articolo -, e quello che, nel caso non siano stati trovati accordi con chi detiene i diritti di proprietà intellettuale, prevede filtri per le piattaforme che consentono l'upload da parte degli utenti di materiale eventualmente protetto da copyright. E però il parlamento aveva smussato e limato. Oettinger peraltro era passato a gennaio 2017 al portafoglio del bilancio, per condurre un'altra cruciale battaglia. Ma a luglio dello stesso anno è cambiato anche il relatore della direttiva in parlamento. Se la popolare maltese Therese Comodini Cachia aveva cercato la via del compromesso, soprattutto con i gruppi più preoccupati delle libertà in Rete e della libera circolazione delle informazioni (liberali, verdi e membri del gruppo per la democrazia diretta in testa), il suo successore, anche lui popolare, il tedesco Axel Voss, si era riavvicinato alla formula originale dell'esecutivo europeo.

Un appello a favore della riforma a firma di diversi editori.

Attorno alla riforma si sono mosse le lobby dell'uno e dell'altro schieramento

Ovviamente attorno «al più grande cambiamento delle regole sul copyright degli ultimi 30 anni», come veniva annunciato a Bruxelles, si sono in due anni mosse le lobby dell'uno e dell'altro schieramento. Da una parte i colossi del web americani, dall'altro le associazioni dell'industria culturale, dei creativi e gli editori di giornali e tivù di tutta Europa. E nel confronto, aspro, spesso le semplificazioni come quella di una link tax mai esistita hanno preso il sopravvento. Tuttavia, la proposta del relatore Voss ha due problemi macroscopici.

Il primo, per cui si è mobilitato anche il Comitato Onu per i diritti umani, è il semaforo verde a filtri preventivi che selezionino i contenuti da pubblicare sulle piattaforme web in base al rispetto del copyright: un meccanismo che sarebbe vietato dalla stessa normativa europea, ma che la nuova versione di Voss con ipocrisia instaura pur non chiamandolo tale. Il secondo è pure più preoccupante ed è il problema dell'efficacia della normativa o meglio dell'efficacia nel proteggere i piccoli rispetto ai grandi come vorrebbero i sostenitori della riforma. YouTube, come è noto, ha già un meccanismo di filtraggio dei contenuti che vanno online e per Google in generale non deve essere difficile crearne uno, idem per la negoziazione delle licenze: in sostanza le piattaforme più grandi - che peraltro sono quelle che portano maggiore traffico agli editori - sono anche quelle che hanno meno problemi ad adeguarsi alle nuove norme, mentre quelle più piccole saranno le più colpite. Perchè il problema resta sempre lo stesso: la posizione totalmente dominante dei nuovi rubber baron americani che non viene realmente intaccata.

Qualcosa di simile è successo anche con il nuovo codice sulla protezione dei dati personali, che pure viene considerato - ed è - un fiore all'occhiello dell'Unione europea: il primo giugno scorso il Wall Street Journal ha fatto sapere che la rapidità con cui Google si è adattato al nuovor regolamento gli ha portato guadagni miliardari rispetto alla concorrenza, permettendogli di aumentare i prezzi dei famosi annunci settati sul profilo dell'utente anche di quattro o cinque volte. Con la direttiva sul copyright l'eterogenesi dei fini dei regolatori tedeschi ed europei potrebbe arrivare molto oltre. In parte perché la proposta è nata per la protezione di un settore industriale più che per la tutela dei diritti di tutti nello stesso ecosistema digitale. E in parte perché l'elefante, la mancanza di concorrenza europea ai colossi Usa del web, è sempre nella stanza.

La posizione del comitato Onu sui diritti umani.
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