Lega,da Pontida slogan 'Salvini premier'
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5 Luglio Lug 2018 1048 05 luglio 2018

Salvini, sulla mafia meno chiacchiere e più azioni concrete

Più che cascate di parole e tuffi in piscina, per stroncare i clan in Italia serve recidere tutti i gangli di cui i clan si servono per dominare i territori. C'è da bonificare tutta l'Italia e, in essa, abbondanti porzioni di Lombardia e di Padania.

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«L'è lù, l'è lù, sì sì, l'è pròpi lù! L'è 'l tamburo principal della Banda d'Affori, ch'el comanda...». E parla. E parla. E parla. Parlamento Salvini. Al leader della Lega, neoministro degl'Interni, non manca la favella, si sa, e tende ad abusarne. Giorni fa, galvanizzato dall'affluenza a misura di Woodstock del raduno di Pontida, s'è sperticato: «Governeremo per 30 anni». Salvini non ricorda che a qualcuno ne bastarono 10 di meno per finire come finì, ed era uno che, a un certo punto, s'era dovuto rassegnare: «Governare gli italiani non è difficile, è inutile». Tardi, ma aveva capito che i suoi connazionali non solo andavano di pancia, ma anche di digestione: capaci di tenerti in fama di Duce per due decenni e poi, di colpo, di stufarsi nella maniera più feroce, la «macelleria messicana» di cui parlò Ferruccio Parri constatando atterrito piazzale Loreto. Matteo ha obiettivi ambiziosi: «La pacchia è finita per trafficanti e mafiosi, non voglio più lasciarne neanche l'ombra». Auguri.

Se sugli scafisti possiamo, eventualmente, decidere di sperare, con la mafia la faccenda diventa un po' più complicata e anche qui dovrebbe soccorrere la storia, o almeno un Bignami. Mussolini s'era messo in testa la medesima idea meravigliosa: il risultato è che gli alleati (contro di lui) passarono, risalirono la Penisola arruolando i mafiosi, i quali ne ebbero gran beneficio; ancora negli Anni 50, si poteva assistere a grandi festeggiamenti in onore del boss dei boss dell'epoca, don Calogero Vizzini (uno che arrivò a siringare di veleno un picciotto un po' indisciplinato) al grido di «Viva la mafia, viva la delinquenza, viva don Calò».

E non si può dire che il Duce non ci avesse provato a far pulizia nell'isola: aveva, come tutti, o quasi, ricordano, spedito il “prefetto di ferro”, Cesare Primo Mori, il quale effettivamente di ferro si dimostrò; però solo fin quando convenne al Regime; quando, salendo di grado, il suo repulisti arrivò a certi imbarazzanti viluppi col Fascismo, Mussolini, per l'appunto imbarazzato, lo richiamò indietro, lo sterilizzò, e di Cosa nostra non si sentì più parlare. In compenso, ne ebbe esperienza diretta proprio lui, il Duce, «il motore della storia» il quale, sbarcando con tutta la solennità dell'occasione a Piana degli Albanesi, si sentì così ricevere dall'uomo d'onore Ciccio Cuccio: «Che bisogno aveva Voscienza, Duce, di venire scortato a questa maniera? Qui comando io, questa è terra mia, e Voi non rischiavate niente». Si narra che Mussolini non la prese bene.

Matteo Salvini a Pontida.

La lotta alla mafia deve coinvolgere anche la Padania

Ora, Salvini non è Mussolini, anche se in molti si sforzano di farlo credere; ma non lo è neppure nei pieni poteri che quell'altro aveva; e la mafia, in tutte le sue personificazioni, non è più quella rurale di quasi un secolo fa. Stroncarla vuol dire non solo far piazza pulita di concretezza, ombre, suggestioni, “aria che cammina” e di tutta una concezione, una filosofia anche pervasiva, che alla fine non permette più di distinguere tra le varie zone nere, grigie, bianche; vuol dire pure, se non anzitutto, recidere tutti i gangli che la rivoluzione tecnocratica ha sviluppato, aiutando sì le guardie, ma, prima di loro, i ladri.

«La tecnologia soccorre, certo, ma lascia sempre il crimine un passo avanti», disse una volta il pm milanese Gherardo Colombo, che nelle sue indagini su Tangentopoli si era imbattuto, insieme ai colleghi del pool, in connessioni di malaffare organizzato pressoché inestricabili. Gineprai che, s'intende, non vanno intesi nella sola «isola dei limoni» dove «suona dolce il sì», ma che, secondo intuizione di Sciascia, sono abbondantemente risaliti – la famosa «linea delle palme e del caffè» via via sino ad arrivare alle Alpi. C'è da bonificare tutta l'Italia e, in essa, abbondanti porzioni di Lombardia, di Padania: chissà se Salvini se la sentirà davvero e, soprattutto, se potrà sentirsela, se avrà mezzi, modi, strumenti, capacità, determinazione, appoggio e fegato per arrivare a una bonifica che, come minimo, gli varrebbe il Nobel per la Civiltà. Roba da far tremare i polsi e, soprattutto, roba che è meglio (provare a) realizzare che annunciare in pompa magna su Twitter o da un palchetto che non ricorda neppure lontanamente il famoso balcone.

Il Sud abbandonato a se stesso

Anni fa David Lane, cronista-scrittore inglese che aveva appena dedicato un libro alla mafia, ebbe a rispondere in questi termini al cronista, che lo intervistava: «Non è cambiato nulla, conosco il Sud, mia moglie è lucana, ho un legame antico col Mezzogiorno. Ma il Sud è quello che è. Non è cambiato. Così, ho approfondito la mafia che avevo conosciuto anni prima. L'ho raccontata nelle sue mutazioni, ma senza sorprese. Le ragioni sono tante, la politica clientelare, la mancanza di infrastrutture che isolano quei territori e permettono ai focolai maligni di crescere indisturbati, la Pubblica amministrazione scadente, che paralizza, che non aiuta, che fa perdere tempo».

Matteo Salvini.
ANSA

Il finale del suo libro, Terre profanate, era amaro: «Sono tornato in vari posti, tra quelli riportati nel libro, e in alcuni di essi ho riscontrato cambiamenti, talvolta per il meglio. L'albergo in cui sono stato a Gela, ad esempio, è stato rinnovato e ha una facciata molto più attraente di prima. E in tutto il Sud la lotta contro la mafia ha prodotto numerosi arresti, inclusa la cattura di boss importanti, e una maggiore resistenza degli imprenditori al racket dell'estorsione. Resta da vedere se questi progressi resisteranno nel tempo. Quel che è certo è che una sera di luglio del 2008, seduto nella piazza davanti alla Focacceria San Francesco di Palermo, un ristorante sorvegliato 24 ore al giorno dai carabinieri perchè il suo proprietario ha rifiutato di pagare il pizzo a Cosa Nostra, con i magistrati Gian Carlo Caselli alla mia destra, Roberto Scarpinato accanto a lui e Gioacchino Natoli dall'altro lato del tavolo, e un plotone di scorte a presidiare la piazza, ho avuto un'altra dimostrazione della terribile minaccia che rappresenta la mafia e dell'anormalità della vita quotidiana nell'Italia meridionale». Era 10 anni fa, non 100.

C'è una parola che va molto di moda di questi tempi, è una parola antipatica, si chiama “resilienza”, la usano gli snob di sinistra per dire qualcosa che, se la forzi, se la attacchi, torna sempre alla forma primigenia. Un muro di gomma. Ecco: la mafia è resilienza. Cambiano i tempi, cambia anche lei per non cambiare. «Finirà anch'essa, come tutto a questo mondo», disse Giovanni Falcone: ma non chiarì quando. Lodevole è l'intento di estirparla, ma con chi parla troppo la mafia non si preoccupa, sa che, alla fine, sarà sempre lei a estirpare lui.

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