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Politica
9 Luglio Lug 2018 0937 09 luglio 2018

Salvini e il rapporto con i Servizi segreti

Il ministro dell'Interno nutre diffidenza nei confronti dei nostri 007. Ancora emanazione di Minniti. Ma senza il loro appoggio avrà le mani legate. Soprattutto in Libia. 

  • Franco Mauri
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Prima la diffidenza a volare su un volo dei servizi per andare in Libia, poi qualche ruggine sugli uomini della scorta, molti rimasti dai tempi di Marco Minniti, quindi il capitolo Copasir, il comitato per la Sicurezza parlamentare ancora fermo senza un presidente né i componenti. Il rapporto tra il ministro dell’Interno Matteo Salvini e i servizi segreti italiani non è iniziato nel migliore dei modi.

Del resto il leader leghista ha dovuto subire il rinnovo delle nostre agenzie di intelligence, decise a tavolino a fine marzo dal governo di Paolo Gentiloni insieme con l’ex numero uno del Viminale Minniti. Sarà anche per questo che l’allievo di Ugo Pecchioli, il vecchio esponente del Pci profondo conoscitore dei servizi, è ancora ritenuto il vero dominus del reparto sicurezza. D’altra parte tutti gli attuali direttori e vicedirettori di Aise, Aisi e Dis sono frutto di nomine che Minniti ha fatto nell’ultima legislatura. Da Alberto Manenti all’agenzia esterna a Mario Parente, per quella interna, ormai sono tutti di provata fede minnitiana.

La questione non è di poco conto. Perché la gestione e il controllo dei servizi segreti sono essenziali per la tenuta politica di tutto l'esecutivo, molto più di altri dicasteri. I dossier più importanti passano tutti da lì. Salvini, a quanto pare, sarebbe entrato al Viminale con atteggiamento molto diffidente nei confronti dei vari 007, emanazione dei governi di centro-sinistra. Il timore del Capitano, come amano chiamarlo militanti e compagni di partito, è che non avrebbe avuto mani libere sul fronte immigrazione, invertendo la rotta degli sbarchi sulle nostre coste. La Libia è nel caos ormai da anni. I capi tribù nei approfittano. Spesso sono gli stessi che sorvegliano i giacimenti dell’Eni.

Senza l'appoggio dell'Aise, Salvini in Libia avrà le mani legate

Il leader del Carroccio senza l’appoggio dell'Aise non potrà attuare le sue politiche in Libia. E questo lo sa bene il Movimento cinque stelle che, tramite la ministra della Difesa Elisabetta Trenta, sta sponsorizzando fortemente il generale Giovanni Caravelli affinchè prenda il posto di Minniti. Caravelli è un ex Sismi di esperienza, ora è vicedirettore e vanta un rapporto di fiducia con il marito del ministro, Claudio Passarelli, da poco spostato dall’ufficio del capo di Stato maggiore della Difesa Claudio Graziano. Al Dis, dove c’è Alessandro Pansa, potrebbe invece trovare spazio Enrico Savio, il vicedirettore da tempo critico sulla gestione Aise di Manenti.

In sostanza, a Forte Braschi, c’è chi sostiene che Salvini sia stato “raggirato” dagli attuali vertici dei servizi. E quello che si starebbe concretizzando è lo stesso copione verificatosi con Matteo Renzi. D’altra parte l’ultimo viaggio in Libia è stato, secondo gli addetti ai lavori, una grande quanto inefficace messa in scena. Forse, ragiona una persona ben informata, si è trattato del primo passo falso di Salvini, dal momento che il ministro dell’Interno non ha portato a casa quello che voleva, ovvero la creazione di hotspot in Cirenaica. Ma soprattutto Salvini si trova in difficoltà nel parlare con gli stessi vertici del governo libico, perché senza esperienza adeguata. In questo senso ha ragione Vittorio Feltri quando a maggio su Libero scriveva indirizzandosi a lui: «Quanto al tema dell’immigrazione, stia attento (...) occhio ai servizi segreti. O te ne impadronisci o ti faranno secco».

La guerra politica intorno al capitolo Copasir

Uomo avvisato mezzo salvato. Al momento però non sembra che Salvini stia dando ascolto al consiglio, anzi appare sempre più certo che entrambi i direttori di Aise e Aisi continueranno il proprio mandato fino al prossimo anno. Infine non va sottovalutato il capitolo Copasir, al centro di una guerra parlamentare senza esclusione di colpi. Il Partito Democratico, nella fattispecie Renzi e i suoi, vorrebbe la presidenza, anche perché in quel ruolo si ha modo di sorvegliare i dossier più scottanti. Ma anche Forza Italia aspira, in quanto opposizione, a prendere il posto che nella scorsa legislatura fu del leghista Giacomo Stucchi.

La Lega sa quanto sia importante la presidenza di palazzo San Macuto. Proprio Stucchi la scorsa legislatura non fu sempre in linea con il suo partito, motivo per cui non è stato ricandidato da Salvini e ora è riuscito solo a ritagliarsi un posto da consulente in Regione Lombardia, al fianco del governatore Attilio Fontana. Anche lui vantava un ottimo rapporto con Manenti, il vero dominus della nostra intelligence.

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