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Politica
13 Luglio Lug 2018 1026 13 luglio 2018

Non solo Tria, tutte le frizioni tra ministri dell'Economia e premier

Il titolare del Mef battibecca con Di Maio e Conte su conti e coperture. Ma i pentaleghisti si consolino: in passato è accaduto lo stesso tra Padoan-Renzi e Tremonti-Berlusconi. 

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Chi trova un amico non lo mette al Tesoro. Anche perché correrebbe il rischio di rovinare quell'amicizia. Di frizioni tra ministri dell'Economia e premier è piena la storia recente repubblicana, e il governo del cambiamento non sembra fare eccezione. Da una parte il presidente del Consiglio a spingere per la realizzazione di un (utopistico?) programma elettorale, dall'altra l'inquilino di via XX settembre a tenere i cordoni della borsa e costringere a un bagno di realismo le ambizioni politiche che non fanno i conti con le esangui casse dello Stato.

IL FRENO A MANO DI TRIA SULLE MISURE GIALLO-VERDI

Capita così che Giovanni Tria, professore a Tor Vergata e vicino a Renato Brunetta, scelto dall'esecutivo pentaleghista per il Mef, in questi mesi abbia dovuto a più riprese frenare gli slanci di Palazzo Chigi. Anche se in questo caso, più che col presidente del Consiglio Giuseppe Conte (da qualcuno già definito "fantasma"), il confronto a distanza è arrivato ripetutamente col vicepremier e titolare del super dicastero del Lavoro e dello Sviluppo economico Luigi Di Maio. Nell'ordine, Tria ha sollevato forti dubbi sulla realizzazione del reddito di cittadinanza, cavallo di battaglia dei grillini che infatti hanno replicato parlando di «emergenza assoluta». Quindi ha ridimensionato la richiesta del M5s di più flessibilità in Europa che si scontrerebbe con la necessità di «consolidare i conti pubblici». Poi ha bloccato il decreto dignità di Di Maio per questioni di coperture mancanti ma anche per via di alcune perplessità sull'impatto politico del provvedimento.

Il vicepremier Luigi Di Maio e il presidente del Consiglio Giuseppe Conte.

Infine ha ricordato che il calo delle tasse non potrà che essere scaglionato. La Flat tax, insomma, potrebbe arrivare solo con un processo a tappe. E Conte ha dovuto fare buon viso a cattivo gioco dicendo che «non è il ministro dell'Economia che ha premura per i conti in ordine, io per primo e tutti i ministri abbiamo questa premura, ci mancherebbe». Per poi rassicurare tutti, il giorno dopo: «Non siamo una banda di scapestrati». Sulla stessa lunghezza d'onda il suo vice Di Maio: «Essere prudente è un dovere per il ministro dell'Economia». Insomma, Tria sta rappresentando il semaforo rosso per il governo giallo-verde.

I RAPPORTI LOGORATI TRA PADOAN E RENZI

Si consolino comunque Lega e cinque stelle, le incomprensioni non sono così strane in economia: basta volgere lo sguardo al passato per accorgersene. Tra l'ex titolare del Tesoro Pier Carlo Padoan e Matteo Renzi (sia in veste di premier sia in quella di guida del Partito democratico dopo le dimissioni post 4 dicembre 2016) i legami si sono logorati a furia di duelli e stilettate incrociate. Tanto che Renzi nel 2017 si vide costretto a giurare sull'esistenza di «un rapporto personale di stima e amicizia con Padoan che nessun retroscena giornalistico riuscirà a mettere in discussione».

Matteo Renzi e Pier Carlo Padoan.
ANSA

Più che i rumor, a minare l'armonia erano le differenti visioni in tema di tasse: litigarono sull'aumento dell'Iva, che Padoan considerava «un'opzione sostenuta da buone ragioni», mentre l'ex premier si opponeva in ogni modo a manovre e nuove accise. Tra loro scese il gelo anche sulla proposta renziana di alzare il rapporto deficit/Pil al 2,9% per cinque anni, e lo sgarbo finale di Padoan fu addirittura opporsi al ritorno alle urne caldeggiato invece da Renzi. Fine di un amore mai nato?

TREMONTI-BERLUSCONI, IL DUELLO

Ma per incontrare il rapporto più romanzesco di tutti occorre andare ancora più a ritroso, fino all'epoca di Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti. Incomprensioni, battibecchi, accuse reciproche e persino l'ombra di presunte congiure. I due si punzecchiavano in continuazione, anche a bruciapelo durante le conferenze stampa con i giornalisti, su diversi temi economici, dal rapporto con la Banca centrale europea (Bce) al pareggio di bilancio, passando per le manovre correttive che "ci chiedeva l'Europa".

A mettere però il carico da 90 sul delicato equilibrio ci pensò l'inchiesta sull'affitto pagato da Tremonti al suo ex braccio destro Marco Milanese che provocò il graduale isolamento del ministro dell'Economia, che pensò alle dimissioni assediato da procure, alleati e crisi economica. Sì perché a quel tempo - era la fine del 2011 - l'Italia piombò anche al centro della pressione dei mercati finanziari, con lo spread Btp-Bund che schizzò al picco record di 575 punti. Lì volarono gli stracci: Tremonti, accusato di tradimento per un'astensione dal voto che rese impossibile l'approvazione dell'assestamento di Bilancio del 2011, fu - tra i vari appellativi - definito «folle» dal Cavaliere, ma l'epiteto non lo intimidì, al punto da rivendicare: «Se avessi potuto fare il ministro come volevo, oggi non saremmo a questo punto». Cioè a quello della fine dell'era berlusconiana e dell'inizio della parentesi tecnica di Mario Monti. In caso di sconforto o di fibrillazioni col Tesoro, Lega e M5s ci pensino: peggio di quella volta non potrà comunque andare. Forse.

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