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14 Luglio Lug 2018 1925 14 luglio 2018

Quali sono le regole per i migranti su soccorsi e porto sicuro

Le ha stabilite nel 1979 la Convenzione di Amburgo. Ratificata dall'Italia 10 anni dopo. C'è il dovere di sottrarre i naufraghi al pericolo di perdersi in mare. E di portarli nel "place of safety".

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Migranti da soccorrere in mare e porti sicuri, come funzionano le regole su cui tanto si discute, dal ministro dell'Interno Matteo Salvini in giù? La decisione del 14 luglio 2018 di trasbordare i 450 persone che erano sul barcone al largo di Linosa su due navi militari è legata all'obbligo di prestare soccorso a chi si trova in mare in difficoltà. A dettarlo è la Convenzione di Amburgo sulla ricerca e il salvataggio marittimo, un accordo internazionale finalizzato a tutelare la sicurezza della navigazione mercantile.

PROTEZIONE FISICA DA GARANTIRE

Conosciuta con l'acronimo Sar, l'intesa è stata siglata il 27 aprile del 1979, ma l'Italia l'ha ratificata 10 anni dopo, nel 1989. Da quelle norme non deriva solo il dovere di sottrarre i naufraghi al pericolo di perdersi in mare: c'è anche l'obbligo, strettamente connesso al primo, di sbarcarli in un luogo sicuro, il cosiddetto "place of safety". Nell'ottica della Convenzione Sar, è "sicuro" il luogo in cui viene garantita la protezione fisica delle persone soccorse in mare. Ma l'accezione di sicurezza del luogo di sbarco diventa più ampia quando i naufraghi sono anche migranti: in questo caso entrano in gioco anche altri requisiti legati all'esigenza di attuare procedure amministrative connesse allo status di richiedente asilo delle persone soccorse.

MA ESISTONO ANCHE NORME NAZIONALI

Per l'Italia il place of safety è determinato dall'autorità Sar, centrale operativa della guardia costiera del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, in coordinamento con il ministero dell'Interno. Ma se esiste l'obbligo internazionale di prestare soccorso ai naufraghi e di assicurare loro un "luogo sicuro", ci sono anche norme nazionali, contenute nel Codice della navigazione, che consentono al ministero delle Infrastrutture di interdire l'accesso alle acque territoriali o ai porti italiani per specifiche ragioni tassative. Si tratta di motivi di ordine pubblico, sicurezza della navigazione e (ma non è questo il caso) di protezione dell'ambiente marino. Nella prima ipotesi il Mit agisce di concerto con il ministero dell'Interno, mentre nella seconda interviene direttamente su segnalazione della guardia costiera, a cui spetta la sorveglianza e il controllo.

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