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Libia porto sicuro per i migranti? Ecco cosa ignora Salvini

Il ministro dell'Interno accusa l'Ue di ipocrisia. Ma non si possono cambiare le norme internazionali e di protezione per i rifugiati. 

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Matteo Salvini vorrebbe che la Libia fosse definita un porto sicuro e che l’Europa mettesse così fine al suo «bipolarismo» e alla sua «ipocrisia». «Dobbiamo cambiare la normativa e rendere i porti libici porti sicuri. C'è questa ipocrisia di fondo in Europa in base alla quale si danno soldi ai libici, si forniscono le motovedette e si addestra la Guardia Costiera ma poi si ritiene la Libia un porto non sicuro», ha attaccato il ministro dell'Interno accusando la Commissione Ue di «aiutare gli scafisti», prima di sentirsi ribadire che l'ex Jamahiriya di Gheddafi non può essere considerata sicura.
Sull'ipocrisia, Salvini non ha torto visto che l'Unione si limita a non far attraccare in Libia le nostre navi, ma l'idea che si possa cambiare la normativa per definire le coste libiche sicure dimostra che non conosce ciò di cui sta parlando.
L’attività di ricerca e salvataggio di navi in difficoltà in mare è infatti regolata dal diritto del mare, mentre la questione del porto sicuro si rifà alle leggi sulla protezione internazionale dei rifugiati. E proprio questa divisione permette quell'ipocrisia che Salvini furbescamente attacca.

La Open Arms.
ANSA

Partiamo dall'inizio. Il salvataggio delle persone in mare è regolato dalla Convenzione delle Nazioni sul diritto del mare. L'articolo 98 infatti obbliga tutti gli Stati costieri a istituire un proprio servizio di ricerca e salvataggio, definendo e dichiarando a livello internazionale la propria zona di competenza. La Convenzione Sar (dall'inglese Search and Rescue) poi ha definito meglio gli obblighi nelle attività di recupero che devono garantire la sicurezza ai salvati.
In particolare le imbarcazioni che salvano i migranti devono garantire loro acqua a sufficienza, assistenza medica e possibilità di gestire le emergenze e offrire una sistemazione adeguata in termini di spazio e sicurezza sia alle persone recuperate sia all'equipaggio.
Se l'obbligo di soccorrere coloro che sono in pericolo in mare è fuori di dubbio, la stessa Unhcr, cioè è il comitato delle Nazioni Unite per i diritti umani, ammette che in quelle Convenzioni manca chiarezza su ciò che accade dopo il recupero e in particolare circa lo sbarco in un porto sicuro. Le attuali normative si basano di fatto sulla legge sulla protezione internazionale e soprattutto sulle decisioni prese nel tempo dal comitato esecutivo dell'Unhcr.

LE LINEE GUIDA DELL'UNHCR

Nelle linee guida ad hoc stilate nel 2002, l'Unhcr precisa che «la sicurezza e la dignità di coloro che sono stati salvati e dell'equipaggio devono essere la priorità nel determinare il punto di sbarco». In questo caso va tenuto conto degli obblighi giuridici degli Stati ai sensi del diritto marittimo internazionale ma anche della legge internazionale sui rifugiati. E questo significa che vanno considerati di primaria importanza «il trattamento sicuro e umano di tutte le persone soccorse indipendentemente dal loro status legale o dalle circostanze in cui sono state tratte in salvo» e la protezione da trattamenti crudeli, inumani o degradanti.
In più l'Unhcr, già nel 2002 sottolineava che combattere il crimine - e quindi la tratta degli esseri umani - «non può comportare una diminuzione dei diritti dei richiedenti asilo e dei rifugiati».

IL RUOLO DELLA LIBIA

In questi anni l'Italia, sostenuta dall'Unione europea, ha spinto per la creazione di una zona di ricerca e salvataggio libica. Tanto da finanziare direttamente la costruzione di un nuovo centro attrezzato per la Guardia Costiera. Con una propria autorità Sar, non solo la Libia è chiamata a coordinare i salvataggi dell'area di sua competenza, ma il centro di coordinamento del soccorso marittimo di Roma può chiamarla in causa anche quando si tratta di interventi in acque internazionali.
La Libia aveva annunciato una prima volta la creazione della zona Sar a dicembre 2017, poi aveva fatto un passo indietro per ribadirla ufficialmente il 28 giugno 2018. Il commissario alle Migrazioni dell'Unione europea Dimitris Avramopoulos aveva commentato: «Lo sviluppo della capacità delle autorità libiche di condurre operazioni di ricerca e salvataggio e di gestire la loro zona Sar in modo efficace e in linea con le norme riconosciute a livello internazionale è un elemento fondamentale del sostegno dell'Ue alla Libia nel settore della migrazione».

LA STRATEGIA DI MINNITI

La strategia è dunque ancora quella dell'ex ministro dell'Interno Marco Minniti: irregimentare le regole di intervento per le Ong - il codice di condotta è stato vidimato anche se ammorbidito anche dalla Commissione europea - in modo da scoraggiarne l'iniziativa e sostenere l'entrata sulla scena dei libici. Il nuovo governo Lega-M5s sembra aver dato direttive per coinvolgerli anche in acque internazionali. Peccato che in questo caso proprio l'Unhcr che collabora con l'Unione europea nel monitoraggio della condizione dei migranti abbia denunciato che il meccanismo rischia di far diventare la situazione dei centri «esplosiva».
Per di più la Corte dei diritti dell'uomo ha specificamente sentenziato che la Libia non è un luogo sicuro per i rifugiati e i richiedenti asilo. E infatti anche il tribunale di Ragusa occupandosi del caso della Ong Open Arms ha ribadito il concetto.

LA ZONA D'OMBRA DELL'UE

L'Ue dal canto suo si fa scudo con la legge. Siccome il diritto del mare prevede la Sar, che Sar sia. Però siccome la legge internazionale sui rifugiati va rispettata e la situazione in Libia non ne rispetta alcuno standard, allora «nessuna nave europea e nessuna operazione europea sbarcherà in Libia».
In questa zona d'ombra effettivamente l'ipocrisia prospera. L'alternativa di Salvini è invece il puro cinismo: buttare a mare le norme internazionali sui diritti umani che per fortuna, al contrario delle sue convinzioni, non si possono cambiare.

16 Luglio Lug 2018 1503 16 luglio 2018
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