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Migranti ed Europa
Giovanni Fortugno Open Arms Il Viaggio Dei Profughi
17 Luglio Lug 2018 1918 17 luglio 2018

I migranti raccontano il viaggio verso l'Italia

C'è chi ha perso i genitori nel viaggio, chi è stato inchiodato a un legno, chi stuprato, chi ha bevuto le sue urine per sopravvivere. «La cosa peggiore non è morire: è dover tornare indietro».

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Giovanni Fortugno è la memoria dei profughi che arrivano a Reggio Calabria, ed è lui che ci spiega che quando sbarcano «portano sul corpo la loro storia personale». È il responsabile immigrazione per la comunità Papa Giovanni XXIII e lavora sul molo di Reggio da diversi anni. Ha visto passare oltre 60 mila profughi di cui circa 5900 erano minori. Ha messo su un centro di accoglienza per minori non accompagnati da 12 posti. Negli anni ne ha ospitati circa 80, di cui il 30 per cento è scappato.

I SEGNI SUL CORPO DEI PROFUGHI

Il suo racconto è più di una denuncia. «La prima bambina che abbiamo accolto aveva perso la madre, il padre e due fratelli. Lei si è salvata perché la sorella maggiore le ha posizionato le sue mani su un'asse di legno prima di essere inghiottita dalle onde». E ancora: «Ho visto un ragazzo di 22 anni con tre chiodi nella gamba, in Libia l'avevano inchiodato a un asse di legno. E poi bruciature e segni di torture sul corpo di ragazze costrette a prostituirsi e ragazzi che magari non avevano abbastanza soldi». Quasi tutti gli hanno descritto un viaggio per mare che scandalizza: chi ha più soldi accede al ponte e a una condizione migliore, chi paga meno è stipato nella stiva come sardine. «Sempre in piedi, costretto a fare i bisogni in questa posizione, spesso a dissetarsi con le proprie urine».

Open Arms: i libici hanno lasciato morire una donna e un bimbo

"Bugie e insulti di qualche Ong straniera confermano che siamo nel giusto: ridurre partenze e sbarchi significa ridurre i morti, e ridurre il guadagno di chi specula sull'immigrazione clandestina. Io tengo duro. #portichiusi e #cuoriaperti", ha replicato Salvini su Facebook alle accuse rivolte all'Italia da Open Arms. Poco prima dell'intervento della nave, il ministro dell'Interno era tornato a tuonare contro le Ong sui social.

Per farci capire meglio, ci mette in contatto con un ragazzo egiziano di 15 anni che preferisce rimanere anonimo. Aveva 13 anni quando è partito. Tre giorni ad aspettare su una spiaggia egiziana e poi una scialuppa che lo preleva e lo porta su una nave più grande. «A quel punto eravamo circa in 300 e la nave ha cominciato a imbarcare acqua. Chi pregava, chi taceva, chi tremava e chi cercava di svuotare la stiva. Eravamo terrorizzati, tutti. Ma alcuni non sono mai arrivati a destinazione». Il ragazzo ci racconta che a un certo punto è arrivata un'altra nave, che gli stessi trafficanti avevano messo a disposizione, ma a quel punto il panico era il sentimento prevalente. «Ci chiedevano altri soldi, e chi non li aveva finiva in mare. Poi c'erano quelli che volevano tornare indietro e per questo venivano minacciati. Qualcuno nel trambusto è stato risucchiato dalle eliche della nave».

«RESISTERE, SAPEVO CHE L'UNICA COSA IMPORTANTE ERA RESISTERE»

A cosa pensava in quei momenti? «Resistere, sapevo che l'unica cosa importante era resistere. Potevo morire da un momento all'altro, finire in mare aperto o rimanere senza acqua né viveri. Poteva succedere di tutto, ma io sapevo che dovevo resistere». E poi? «Siamo stati fortunati, è arrivata la guardia costiera italiana. Ma non l'ho capito subito. Non ho parlato e non mi sono sentito in salvo fino a quando non ho messo piede a terra». Pensate, un ragazzo di 13 anni, da solo, dopo 14 giorni di viaggio in cui non si è mai certi di arrivare a destinazione. «Quando sono riuscito a chiamare i miei genitori, piangevano dalla felicità. Gli avevano detto che ero morto in mare». Oggi è contento, ha appena superato l'esame di terza media.

Un giorno scopriremo le fosse comuni in Libia e ci scandalizzeremo come abbiamo fatto con Auschwitz. Ma la verità è che sappiamo già tutto

Giovanni Fortugno

Da un paio d'anni le barche dall'Egitto non arrivano più a Reggio Calabria. Sono state sostituite dai barconi dalla Libia e dai velieri dalla Turchia. Ogni persona che sbarca sa bene che nel momento in cui affronta il viaggio in mare sta mettendo a rischio la propria vita e quella della propria famiglia. Fortugno, che ormai ne ha visti passare a centinaia, sa che quando chiede loro perché si sono messi in mare, la risposta è sempre la stessa: «Non sono pazzo, semplicemente non avevo altre alternative». Ce lo racconta proprio per farci capire che spesso quello che i migranti hanno lasciato è peggio della morte, perché «è a questo che dovremo pensare quando le navi delle ong o la guardia costiera ci restituiscono le immagini terribili di persone che preferiscono morire in mare piuttosto che tornare indietro».

SE LA LIBIA È UNA MODERNA AUSCHWITZ

Quasi si vergogna dei commenti che vede circolare online e non riesce a farsi una ragione del fatto che «ci sono persino dei cattolici che parlano di immigrati come se non fossero persone in tutto e per tutto identiche a loro». Un giorno, ci dice, «scopriremo le fosse comuni in Libia e ci scandalizzeremo come abbiamo fatto con Auschwitz. Ma la verità è che sappiamo già tutto». Ci racconta che a Reggio c'è un cimitero che onora la memoria di un centinaio di profughi arrivati morti. La maggior parte delle lapidi porta la dicitura “ignoto”, ma nascondo le spoglie di donne incinte, ragazzi e bambini sconosciuti, tutti morti nel Mediterraneo. «Non è nient'altro che un cimitero di una guerra di cui vogliamo continuare a negare l'esistenza».

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