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Politica
2 Agosto Ago 2018 1411 02 agosto 2018

Dalla Bicamerale alla Rai, quando Berlusconi rovescia il tavolo

Ogni volta che viene dato per politicamente finito, il Cav passa al contrattacco. Dopo D'Alema, Fini e Renzi, pure Salvini dopo il caos Rai se ne è accordo.

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Più che una questione di Rai e di Marcello Foa, peraltro suo ex dipendente, qui sembra esserci una questione di metodo, che ancor l’offende. Più che una partita politica sulla più grande azienda culturale di Stato, sembra essere entrata in gioco tra Silvio Berlusconi e Matteo Salvini una partita tutta psicologica. Determinata dal fattore Cav. Perché alla fine nell’errore di sottovalutare la natura vera di Sua Emittenza - che «al tavolo di gioco deve esserci sempre e soprattutto per vincere», come racconta a Lettera43.it un ex manager delle sue aziende - è caduto anche il pur abilissimo ministro dell’Interno e vicepremier, capo della Lega trionfante blu-sovranista. Non si sa come finirà la partita Rai. Ma Salvini sembra che alle 8 del mattino del primo agosto, secondo i maligni quindi 30 minuti prima della riunione della commissione di Vigilanza Rai, si sia precipitato al San Raffaele, dove il Cav stava facendo controlli di routine. Ma niente è cambiato: Marcello Foa bocciato in Vigilanza. E qui forse sta il primo vero errore finora commesso dal potente leader leghista, dominus del governo giallo-blu (leggi anche: perché Berlusconi ha bocciato Foa in Rai).

BERLUSCONI RIPETE LO STESSO COPIONE DA UN QUARTO DI SECOLO

Forse un ripasso della storia in politica del Cav in questi 24 anni dalla sua discesa in campo avrebbe potuto aiutare. D’accordo, non si tratta più del Berlusconi trionfante di una volta ma del Berlusconi sorpassato dal Carroccio, ma si vede che la natura dell’uomo, come è ovvio che sia, è natura e come tale sempre riemerge. Al di là delle legittime osservazioni politiche, secondo le quali il Cav tenendo il punto con Salvini ha risposto picche perché le opposizioni vanno coinvolte. Lo accusano di avere un ego smisurato da più di 20 anni. E certamente il suo ego è tutt’altro che modesto. Ma, come si sa, l’uomo è così e proprio quando lo danno per politicamente morto o irrilevante è proprio quello il momento in cui rientra in gioco e colpisce, rovesciando il tavolo. Da un quarto di secolo si ripete lo stesso copione. Con gli interlocutori del caso che sembrano ricascarci sempre. Un vero specialista, Berlusconi, nel rovesciare tavoli all’ultimo minuto.

Se la vogliamo prendere un po’ alla larga, ancora se ne dolgono forse Massimo D’Alema, allora presidente della Bicamerale per le riforme costituzionali, e Gianfranco Fini quando nel lontano 97-98 dopo aver pensato che Berlusconi fosse ormai alle corde, si sentivano i veri padroni dell’accordo. Tanto più dopo il cosiddetto patto della crostata a casa Letta, alla Camilluccia. Berlusconi, sornione, a un certo punto cominciò a tacere e a mandare avanti i suoi, alcuni dei quali un po’ ignari insistevano ancora come l’ultimo giapponese. In Transatlantico a Montecitorio si ricorda ancora la faccia stravolta di Fini, allora potente capo di An, che diceva ai cronisti, perché non riusciva a darsi altre spiegazioni: «Infermiera, chiamate l’infermiera…». Con più aplomb da navigato professionista della politica la prese D’Alema, ma il colpo fu duro anche per lui. Altro che «chiamate l’infermiera», quello era l’inizio della lunga traversata nel deserto del Cav per tornare in sella a Palazzo Chigi, nel 2001.

RENZI E LA PARTITA PER IL COLLE DEL 2015

Per andare a un esempio più recente di quanto il metodo di B possa offendere, il gennaio 2015 è emblematico, di nuovo. Come anche il direttore di Lettera43.it, Paolo Madron, e Luigi Bisignani hanno scritto tra i primi nei loro libri-scoop, Berlusconi e con lui Gianni Letta, il Richelieu, quello vero, l’originale ancora oggi, dei Palazzi politici, praticamente seppe alla radio che Matteo Renzi aveva proposto Sergio Mattarella come nuovo capo dello Stato. Ma più che su una strenua difesa di Giuliano Amato, suo candidato, anche allora il Cav si impuntò su una questione di metodo. Come, del resto, ancora oggi ricorda quando dice che il punto non era affatto la figura dell’attuale inquilino del Colle, con il quale è in ottimi rapporti, peraltro. Berlusconi quella volta in particolare lo si ricorda furibondo, rosso in volto, all’ingresso dei gruppi di Montecitorio. Dove si capì chiaramente che il cosiddetto Patto del Nazareno, almeno in quei termini, era già bello che andato a farsi benedire. Seguirono mesi di lamentele e recriminazioni forziste, in cui Berlusconi, al solito un po’ sornione, attendeva al varco l’ex premier ed ex segretario del Pd per rendergli la pariglia.

Matteo Renzi e alle sue spalle un'immagine di Silvio Berlusconi.

IL REFERENDUM COSTITUZIONALE DEL 4 DICEMBRE

L’occasione arrivò il 4 dicembre con il referendum costituzionale, in cui di fatto il suo no fu l’ago della bilancia per far perdere Renzi. E soprattutto Berlusconi mandò un segnale all’allora premier: tu gli elettori miei non li prendi. Risultato: sembra che alla fine solo uno su quattro o cinque degli elettori Fi votò sì. Berluconi si spese forsennatamente in una campagna mediatica in cui arrivò persino a parlare di «quei bravi e bei ragazzi dei cinque stelle (suoi nemici giurati da sempre ndr) che in fondo si battono contro la povertà, che c’è, esiste ed è una vera emergenza». Bruno Vespa ed Enrico Mentana, nelle ultime interviste al leader azzurro, assistevano tra lo strabiliato e il divertito. Tipo: e mo’ che altro gli chiedo, a questo? Mentana poi rimase quasi di sasso, anche se provò a controbattere da par suo, quando nell’ultima intervista a Bersaglio mobile (La7) prima delle elezioni del 4 marzo scorso, si beccò un’autentica sfuriata-outing anti-5s, del suo di fatto ex datore di lavoro che a un certo punto esplose: «Ma lei con chi si crede di parlare? Io sono Berlusconi, ho creato migliaia e migliaia di posti di lavoro…». Per dire: ma lei mi ha preso per i cinque stelle? Insomma, un gigantesco: lei non sa chi sono io.

IL CAV TRA AZZARDO E TAVOLI ROVESCIATI

Può piacere o non piacere, ma l’uomo è così. La pugna continua gli piace, l’azzardo, soprattutto quando tutti lo liquidano ormai come irrilevante, per lui è come un elisir di lunga vita. Fino alla mattina del primo agosto alle 8, nel suo letto di normali e già programmati controlli. Spiega sempre un suo ex manager: «Lui in realtà è sempre rimasto un imprenditore, un uomo del fare, un self-made man e per questo stimava molto Sergio Marchionne che a sua volta, contrariamente a quanto hanno scorrettamente scritto, lo stimava. Bisogna conoscerla bene la psicologia di Berlusconi: lui in azienda me lo ricordo come uno che se lo coinvolgevi nelle tue scelte e se lui veramente a quel punto concludeva che fossero valide, ti dava tutto il supporto possibile e immaginabile. Ma la questione era appunto coinvolgerlo e renderlo partecipe come protagonista di quelle scelte, che al quel punto dovevano diventare le sue. Perché sennò poi quando meno te lo aspettavi ti rovesciava il tavolo e non andavi più da nessuna parte». Qui non si tratta di patti nazarenici nuovi con il Pd e chissà quale Pd. Qui si tratta, appunto, di metodo. Di fattore Cav. Piaccia o no.

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