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MAMBO
3 Agosto Ago 2018 0927 03 agosto 2018

L'Urss, Putin e il rapporto con la Russia degli italiani

Fino a qualche anno fa stare con Mosca era il peccato originale che veniva contestato agli ex comunisti. Oggi stare con Putin, ex membro del Kgb, è per i sovranisti cosa buona e giusta.

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Certe volte ti viene proprio la nostalgia. Penso agli anni del Pci, nel quale alcuni (tanti) di noi hanno passato ben più della metà della loro vita. L’Urss è stata un mito per intere generazioni, fino a che non arrivarono quelli del ’68 (anno grandioso che alcuni idioti stanno, nell’anniversario, denigrando) che con i sovietici non volevano aver niente da spartire. C’erano fra loro, benedetti ragazzi e ragazze, coloro che si erano innamorati di Mao e della rivoluzione culturale che, poi apprendemmo, fu una specie di strage degli innocenti e bloccò la Cina per decenni. Ma il mito dell’Urss non era più dominante. Anche nella classe dirigente. C’era solo l’Armando, il simpatico Cossutta, che aveva deciso di difendere in Italia e nel suo partito la «Patria socialista» e che, sottovoce, i compagni della Direzione accusavano di avere pronta la scissione nel caso in cui Enrico Berlinguer avesse rotto con Mosca. Berlinguer “strappò”. Fu molto per quegli anni, poco per oggi.

Enrico Berlinguer.

Nelle federazioni c’erano compagni specializzati a organizzare viaggi di riposo nei Paesi socialisti. Mosca e Yalta le mete preferite, non veniva trascurato il Balaton in Ungheria e meno ambita era la Bulgaria. Viaggi premi per funzionari diligenti e indigenti e per segretari di sezioni bravissimi nel tesseramento. L’Urss nel dibattito generale esisteva come entità geo-strategica importante in un mondo di nascenti ribellioni terzo-mondiste e come contraddittore dell’imperialismo americano. Sulle spalle anche i nuovi iscritti, anche quelli che nel 1956 avevano pochi anni, io ad esempio, portavano i carri armati ungheresi ma non quelli di Praga. Tuttavia non si riusciva a definire che diavolo fossero questi Paesi dell’Est con quelle democrazie popolari «dai tratti illiberali». Ci fu alla vigilia di un congresso, non ricordo quale, un gruppo di intellettuali, prevalentemente della ecole barisienne, che adottò la formula “società di transizione”, che apparve a loro geniale, ambigua al gruppo dirigente e voleva dire niente. C’era anche la stranezza di leader assoluti come Giorgio Amendola che difendeva l’invasione dell’Afghanistan, per ragioni strategiche, ma che in Urss non aveva mai voluto mettere piede. I più giovani, sessantottino e post, l’Urss, per dirla in modo gergale, «non se la pensavano proprio» anche in quelle federazioni comuniste in cui sopravviveva il mito della rivoluzione d’Ottobre e il caro Cossutta organizzava riunioni semi-segrete con i suoi fedelissimi.

Vladimir Putin.
ANSA

Dico tutto questo perchè mi fa ridere che oggi quel mondo che ci ha rotto i cabasisi sull’Urss accetta con naturalezza e con proteste lievi il fatto che uno spione arrivato alla guida della Russia, dopo aver servito il Kgb in tutte le sue nefandezze, stia organizzando la destra mondiale sia finanziando le forze più aggressive fra quelle xenofobe sia con la guerra virtuale dei tweet, delle fake news eccetera. Il caso italiano è emblematico. Apprendiamo in questi giorni che quando Sergio Mattarella si opponeva alla nomina di Savona, partirono migliaia di messaggi sui social contro il presidente (Paolo Savona ovviamente è innocente). Sappiamo che c’è un ex vice-presidente Usa che accusa un partito italiano di aver preso soldi da Mosca (ma non era uno scandalo?). Sappiamo che il presidente della Rai, autonominato ormai, difende tutte le principali sciocchezze della propaganda putiniana. Non ci stiamo accorgendo che si è rovesciato il mondo. Prima era l’Europa a voler conquistare la Russia, mentre oggi accade il contrario, con successo. Insomma per noi ex comunisti è una vera soddisfazione poter dire finalmente che a Mosca ci sono i nostri nemici.

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