Nuovo scontro 'social' Salvini-Boldrini
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4 Agosto Ago 2018 0900 04 agosto 2018

Tra globalisti e sovranisti questa Italia morirà di tifo politico

Che sfinimento questo pendolo tra la noia e il dolore di ultrà contrapposti, che non fa capire niente di quello che succede, che cancella qualsiasi analisi a favore di un faziosità irrazionale. Siete diversi? Dimostratelo.

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La disinvoltura morale non ha età e non ha colori, proprio per questo è insopportabile a prescindere, da destra a sinistra e ritorno. Prendiamo il vezzo dell'estate di quelli che, per “bilanciare” la retorica di sinistra sui migranti, che indubbiamente c'è ed è anche spesso ad alto tasso di ipocrisia, fanno la conta dei delitti compiuti da stranieri, extracomunitari, richiedenti asilo. Che roba patetica: cosa vorrebbero dimostrare questi latranti perenni coi loro mattinali di questura oltre al fatto che l'uomo, dove lo metti lo metti, a qualsiasi latitudine, in qualsiasi tempo, è incline a trasgredire le regole, se si preferisce a delinquere, a maggior ragione se sradicato, se ha il problema di arrangiarsi, se, a torto o a ragione, non si sente integrato, non riesce ad inserirsi? Non lo capiscono che il segno della similitudine umana è proprio la debolezza, se si preferisce l'inclinazione al peccato, quel cedere all'occasione che “fa l'uomo ladro”, senza eccezioni?

E non è vero che sia necessario condividere ogni episodio “perché l'informazione lo nasconde”: questa è l'ennesima paranoia nella paranoia, una fissazione a spirale. La democrazia nella sua approssimazione prevede però un ventaglio di testate, di fonti che sicuramente addomesticano le notizie sgradite per enfatizzare quelle ghiotte, ma si tratta di un processo che, nella sua perversione, è biunivoco, sicché, alla fine, non sfugge praticamente niente di nessuno. Tutti fanno le pulci a tutti, a maggior ragione in Rete, dove le notizie si danno prima ancora che succedano. Se qualcuno fa il furbo, viene immediatamente impallinato sui canali ufficiali: che bisogno c'è di questa falsa informazione fai-da-te, polverizzata, a prato bassissimo, che si droga di una propaganda sgangherata e isterica?

IL TIFO POLITICO CONTRAPPOSTO IMPEDISCE QUALSIASI ANALISI SERIA

Che peso, che sfinimento questo pendolo tra la noia e il dolore di ultrà contrapposti, che non fa capir niente di quello che succede, che cancella qualsiasi analisi a favore di un tifo irrazionale. Il razzismo c'è (e possibilmente va cercato dove alligna, non nelle narrazioni di stampo renziano), ma l'Italia non è la Germania del 1933, non scherziamo; ci sono quelli pericolosi e quelli preziosi tra gli stanziali, gli indigeni, gli sbarcati: che fatica doverlo sempre precisare, non tutti santi, non tutti diavoli. Non ci vuole il rosario dei tweettini, poi, se uno vuole fare le cose per bene, ci sono i dati ufficiali, ci sono le statistiche come l'ultima della Fondazione Hume di Luca Ricolfi, così che chiunque può farsi un'idea del fenomeno, a patto di avere la pazienza, e magari le basi elementari, per leggere fino in fondo: vaste programme di questi tempi, perché sappiamo che i lettori ormai, più che leggere, e soprattutto capire, cinguettano, trillano, frullano. Ma si è fatta davvero indigesta questa casistica isterica, questo ossessivo mettere in fila il migrante che aggredisce la ragazzina con quello che minaccia l'autista dell'autobus con quello che si rivolta al controllo di polizia, Kyrie eleison (detto alla maniera alcoolica di Gasperino il Carbonaro, la contrifigura popolana del Marchese del Grillo).

IL CASO FOA E LA FILOSOFIA DEL COSÌ FAN TUTTI

C'è un'altra faccenda che non si può sentire e che invece in questi giorni già afosi si ascolta anche troppo, ha a che fare col figlio del presidente in pectore, ma non troppo, della Rai, Marcello Foa, fortissimamente voluto da Matteo Salvini alla presidenza di viale Mazzini, figliolo per combinazione arruolato nello staff del medesimo leader della Lega. Anche qui siamo di fronte più ad analogie che a distinzioni, con tanti saluti ai cambiamenti, le rivoluzioni e i punto e a capo: in soldoni siamo sempre al “così fan tutti” consacrato in tempi non sospetti dalla corrosiva parodia del Canto dei Lavoratori ad opera di Leo Longanesi, «su fratelli, su cognati, accorrete in fitta schiera», a inchiodare un andazzo nazionale (se non globale). La raccomandazione dinastica è una delle autentiche architravi della nostra democrazia cubista, per la quale «mio figlio merita non perché è mio figlio ma perché è bravo anzi il suo cognome lo penalizza». Difatti, nei posti che contano, quasi solo figli di un cognome, chissà come soffrono, poveretti. Ma, tanto per cambiare, i conti non tornano in questa curiosa algebra morale, anzi immorale. Perché se una pratica è deprecabile finché la fanno gli altri, e difatti non ti stanchi di contestargliela, come fai a renderla virtuosa nel momento in cui la assecondi tu? Sei diverso, sostieni? Allora dimostralo. Invece no, mai, non c'è pericolo.

Il mal comune sarà pure un mezzo gaudio, ma resta sempre un male al quadrato: non aver altro da opporre che «quegli altri lo facevano prima di me», equivale semplicemente ad ammettere che sei scorretto come quegli altri. Salvini, pescando nell'imbarazzo di un Pd oltre il marasma nella maldestra faccenda delle uova alla discobola Daisy Osakue, non ha trovato di meglio che twittare che lui preferisce il figlio di un giornalista imparziale, super partes, bla bla bla, a un lanciatore di uova. Ma che discorso è? Rigirala come ti pare la frittata, ma sempre di nepotismo profuma, con l'aggravante che è generazionale: spingo al vertice del servizio pubblico il padre, e intanto mi prendo il figlio. Certo, con simili presupposti dovrà sforzarsi molto, se mai, per restare imparziale, il buon Marcello Foa (ma tanto, che gli frega?).

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