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MAMBO
9 Agosto Ago 2018 0843 09 agosto 2018

Quando contro il caporalato al Sud c'era la vera Lega

Le lotte sindacali contro lo sfruttamento degli 'operai della terra' fanno parte della storia italiana. La sinistra se ne riappropri e torni in mezzo ai lavoratori sfruttati.

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La vicenda dei braccianti nel Foggiano, e dei lavoratori stranieri malpagati in altre parti d’Italia, è esemplare per la sinistra. Migliaia di persone vivono come schiavi nelle campagne del Tavoliere così come nell’Agro Pontino e anche in aree del Nord d’Italia. La loro “pacchia” è fare quei lavori che gli italiani non possono fare più con quella paga e a quelle condizioni. Ci sono anche braccianti bianchi e nativi delle zone in cui lavorano. Fanno la stessa vita pazzesca, basta pensare a quella bracciante, Paola Clemente, stroncata in campagna da un attacco di cuore dopo una delle tante giornate lunghe 15-16 ore.

QUANDO I CAPORALI DEI BRACCIANTI AVEVANO LA PELLE BIANCA

C’è una legge contro il caporalato, cioè contro quei personaggi che portano ai proprietari agricoli manodopera ricattabile a bassissimo costo. Ora molti caporali sono di colore. Decenni fa erano del nostro stesso colore e questo traffico si svolgeva sulle piazze del Sud quando all’alba i caporali sceglievano uno per uno i braccianti che sarebbero andati a giornata. Stiamo parlando di una storia nostra. Di una storia italiana, di una storia meridionale, di una storia di straordinarie lotte sindacali. Quel bracciantato agricolo rappresentava l’alternativa operaia in campagna, erano gli operai della terra che la lavoravano senza averne, tranne quelle figure, chiamate “miste”, che soprattutto nel Sud della Puglia andavano “a giornata” ma erano anche piccoli proprietari o conduttori con contratti di colonia, ne esistevano diverse forme, che lavoravano anche la propria terra.

La marcia dei braccianti a Foggia

Lo scontro sociale nel Sud per decenni, prima dell’arrivo delle grandi fabbriche, era segnato dai rinnovi contrattuali bracciantili e nelle città dagli operai dell’edilizia. Nelle campagne si cercava di conquistare un sistema di reclutamento meno schiavista, una paga dignitosa, protezione previdenziale per le giornate di non lavoro. La Lega era allora un nome glorioso perché veniva dal passato e difendeva il bracciantato agricolo. Ma la Lega aveva bisogno di avere dietro di sé il partito per combattere una delle battaglie più difficili. Ha raccontato il caro Alfredo Reichlin, morto poco tempo fa, che quando arrivò in Puglia il battesimo del fuoco fu girare per i presìdi che per tutta la notte fino all’alba facevano i picchetti bracciantili per impedire ai caporali di avviare al lavoro manodopera, magari venuta da altre province, sottocosto evadendo il controllo sindacale.

DA ROSSITTO A CICERCHIA, QUEI DIRIGENTI LEGGENDARI DI FEDERBRACCIANTI

Queste battaglie avevano molti protagonisti. C’erano i proprietari terrieri, i loro manutengoli, i braccianti con il loro sindacato e il partito alle spalle, c’era lo Stato che spesso non faceva il proprio dovere e parteggiava, assieme alla magistratura, per i proprietari talvolta con interventi di polizia che provocavano morti fra i lavoratori agricoli. I nomi delle città del Sud che hanno pagato questo tributo di sangue è lungo. Il contrasto al caporalato di allora però aveva una arma fortissima che era l’organizzazione sindacale. E assieme all’organizzazione sindacale la costruzione di un blocco di opinione pubblica che sosteneva la lotta bracciantile. Alla testa delle grandi organizzazioni dei lavoratori della terra c’erano dirigenti leggendari. Nella Federbraccianti c’erano Feliciano Rossitto, poi Donatella Turtura e Giacinto Militello e dimentico decine di altri nomi ma non quello di Carlo Cicerchia morto a quarantanni circa, il prototipo del dirigente bracciantile con un altissimo profilo intellettuale. Il sindacato bracciantile si avvaleva di contributi di studiosi dell’agricoltura come l’ex rettore di Roma Tre Guido Fabiani e di numerosi altri personaggi, penso Enrico Pugliese, che si occupavano delle lotte e ella loro storia. Alcuni ex dirigenti della Federbraccianti barese venivano fuori da una storia di analfabetismo ma divennero capaci di sostenere la battaglia parlamentare e di scrivere il proprio racconto di vita, come Peppino Gramegna, piccolo d’altezza ma con un’anima e un cuore di ferro. Anche qui l’elenco è lungo.

LA SINISTRA DEVE TORNARE A LOTTARE PER I PIÙ DEBOLI

Perché questi ricordi che sono anche ricordi di esperienze personali e di persone che ho avuto l’onore di conoscere? Perché non si esce dal caporalato, non si esce da situazioni di schiavismo se non si ricrea una capacità di lotta non affidata solo al coraggio di questi poveri nuovi braccianti che la sera non tornano in famiglia, la domenica non passeggiano con la coppola in testa per piazza Catuma ad Andria, ma vivono come bestie in ghetti vergognosi. Il tema di oggi nella sinistra, lo ripeterò fino alla morte, non è cercare un leader ma cercare migliaia di persone che abbiano voglia e coraggio di riprendere la strada della comunità di vita e di lotta con chi sta peggio. E il tema di oggi sono quegli intellettuali, soprattutto giovani, che si interrogano su Matteo Renzi e Luigi Di Maio, Matteo Salvini nella sua banalità reazionaria è più semplice, ma non analizzino questo schiavismo nell’evolversi delle nuove società e non scelgono di andare “verso il popolo”. È vero quel che dice Casaleggio, la democrazia non è solo il parlamento. Ma la democrazia non è un clic. La democrazia è creare società, alimentare solidarietà, contrapporsi ai nuovi reazionari in tutti modi. Da qui rinasce la sinistra. Altrimenti aspettiamo solo che Di Maio e Salvini si ammazzino a vicenda e ricominciamo come prima. Con nuove mucche in corridoio, come dice il Bersani.

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