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10 Agosto Ago 2018 0800 10 agosto 2018

L’idea M5s: togliere alla Tav per finanziare la flat tax

Nel mirino dei grillini pure la Brescia Verona. Servono soldi per la riforma fiscale e il reddito di cittadinanza. E la tentazione è stoppare le infrastrutture. Il modello da seguire? Si chiama Berlusconi. 

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L'ultima della lunga lista delle grandi opere da bloccare è la tratta della Tav tra Brescia e Verona. Vale circa 2 miliardi di euro di investimenti. Soldi che adesso potrebbero usati per altri progetti, per finanziare le parti del contratto di governo per le quali non si trattano risorse. Infatti, spiega un esponente grillino dalla maggioranza giallo-verde: «È un po' la stessa logica che c'è dietro i tagli alle pensioni d'oro: utilizzare i risparmi per migliorare il welfare. E visto che parliamo di opere inutili, costose, c'è più di una tentazione di utilizzare questi risparmi per fare cose più utili». Come la flat tax, il reddito di cittadinanza e il superamento della Fornero, che si potrebbero pagare con gli otto miliardi che da qui ai prossimi quattro anni l'Italia dovrebbe investire nella Tav che passa in Val di Susa.

Una manifestazione No Tav: gli attivisti sono vestiti da trivelle.

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IL MODELLO DA SEGUIRE È IL GOVERNO BERLUSCONI

Il senatore piddino Andrea Ferrazzi ha dichiarato che in commissione Ambiente alcuni esponenti dei Cinquestelle hanno presentato un ordine del giorno per quel pezzo di Alta velocità per il quale l'Osservatorio nazionale sui trasporti (Onlit) di Marco Ponti - l'economista che è uno dei principali consulenti di Danilo Toninelli - ha chiesto al Mit un «riesame urgente sotto il profilo economico, finanziario e progettuale». Mercoledì 8 agosto si è saputo che la maggioranza giallo-verde ha congelato i 2,1 miliardi di euro che il governo Pd aveva lasciato in eredità ai Comuni e alle altre amministrazioni locali per riqualificare le periferie. Poi è uscita fuori la grana della Tav in Veneto, dove starebbe masticando amaro il governatore Luca Zaia, avversario nel Carroccio neanche tanto nascosto di Matteo Salvini, che si è già esposto pubblicamente contro l'esecutivo per cancellare la parte del decreto Dignità e per dare un'accelerata ai cantieri in Val di Susa. Raccontano dai Cinquestelle: «Già durante il governo Berlusconi si usarono i fondi strutturali del Fas, destinati alle opere pubbliche, per pagare la cassa integrazione e gli ammortizzatori sociali pur di contrastare la crisi. E sempre in quegli anni oltre mezzo miliardo di euro furono presi dal monte destinato alla costruzione del Ponte sullo Stretto per salvare i comuni di Latina o di Catania. Quindi i precedenti ci sono, gli uffici stanno già lavorando per capire come trasferire questi fondi già allocati verso altre poste».

Il tunnel della Torino Lione.

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Ci sono 670 opere pubbliche incompiute e cantieri fermi a vario titolo in Italia per un valore complessivo di 21 miliardi di euro. Una cifra enorme e in costante aumento

Anna Maria Furlan, segretario generale della Cisl.

LO SBLOCCO DEI CANTIERI VALE 330 MILA POSTI DI LAVORO

Questa tentazione, questo rischio, si legge anche in una nota della leader Cisl, Anna Maria Furlan, a commento delle ipotesi di stop alla Tav in Val Susa. «Secondo i dati dello stesso ministero delle Infrastrutture», fa notare la segretaria generale di via Po, «ci sono 670 opere pubbliche incompiute e cantieri fermi a vario titolo in Italia per un valore complessivo di 21 miliardi di euro. Una cifra enorme e in costante aumento. Parliamo di porti, acquedotti, dighe, raccordi stradali, ferrovie, fino alle scuole dei piccoli Comuni. Si stimano in 330 mila posti di lavoro e in 75 miliardi di euro le ricadute che lo sblocco di queste opere pubbliche avrebbero sull'economia nazionale». Il contratto di governo tra leghisti e pentastellati sottolinea, anche se in maniera un po' in vaga, l'importanza delle infrastrutture sia per fare dell'Italia un hub logistico tra Occidente e Oriente (anche con un nuovo assetto che integri gomma e ferro) sia come leva per rilanciare le aree più povere del Paese come il Mezzogiorno. Ma nell'ultimo vertice sulla manovra tra il premier Giuseppe Conte, i due vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini, il ministro dell'Economia, Giovanni Tria, e il responsabile delle Infrastrutture, Danilo Toninelli, il tema è stato trattato con una certa circospezione. Non sarebbero state indicate priorità, ma soprattutto il numero di via XX Settembre avrebbe spiegato che su questo versante il governo potrà avere maggiori munizioni se l'Europa accetterà di scomputare queste spese dal deficit.

La Lega farà resistenze, anche perché il grosso di queste opere da tagliare o da ridiscutere è al Nord. Ma in quest'ottica la spesa più grossa del Contratto è per la flat tax. Conviene anche a loro

GIÀ 22 MILIARDI DI MANOVRA SENZA FLAT TAX E QUOTA 100

Se non bastasse, a peggiore la situazione, anche le resistenze dei ministri dell'esecutivo a rimboccarsi le maniche e a partecipare a una spending review, che dovrebbe portare nelle casse del governo tra i due e i tre miliardi di euro. Proprio per tutto questo - e per una Finanziaria che senza flat tax, reddito di cittadinanza e cancellazione della Fornero con quota 100 costa già 22 miliardi - si rafforza la strada di congelare e recuperare fondi dal fronte delle infrastrutture. Come detto, la Brescia Padova vale circa 2 miliardi, altri due potrebbero arrivare dallo stop alle risorse per le periferie. Ma sono altri i bocconi più interessanti.
Soltanto guardando ai cantieri messi in discussione dai Cinque Stelle, la Tav in Val di Susa comporterà investimenti per circa 8,2 miliardi. Il vicino Terzo Valico costerà da qui al 2022 la stessa cifra. Ci sono poi la Pedemontana di Genova (4,7 miliardi) e soprattutto gli 8 miliardi per il passaggio del Tap in Puglia. «Certo», concludono dal fronte grillino, «la Lega farà resistenze, anche perché il grosso di queste opere da tagliare o da ridiscutere è al Nord. Ma in quest'ottica la spesa più grossa del Contratto è per la flat tax. Conviene anche a loro».

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