VIGA No BURKE BERGOGLIO
Politica
3 Settembre Set 2018 1338 03 settembre 2018

L’asse Viganò-Burke dà l’assalto al pontificato

L'ex nunzio in Usa e il cardinale ultraconservatore parteciparono lo scorso maggio a un convegno del Rome Life Forum. Le mosse e le accuse del fronte anti-Bergoglio. 

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Monsignor Carlo Maria Viganò e il cardinale Raymond Leo Burke erano a Roma, il 18 maggio scorso, seduti allo stesso tavolo di un convegno svoltosi all'Angelicum, organizzato dal Rome Life Forum, diramazione del network globale della destra cattolica pro-life americana, Voice of the family. Quest’ultima è una struttura che riunisce organizzazioni sparse in tutto il mondo, quella italiana è Famiglia domani ed è fra i promotori del Family day come della marcia per la vita che si tiene a Roma ormai ogni anno. L'incontro era intitolato Vera e falsa coscienza, poiché, si legge nella pagina di presentazione: «La promozione di una falsa comprensione della coscienza sta minando la fede cattolica in tutto il mondo e, in particolare, l'insegnamento cattolico sull'etica sessuale e sulla ricezione dei sacramenti». Al contrario «è essenziale riscoprire la vera comprensione della coscienza, in modo che possiamo ancora una volta ordinare le nostre vite e la nostra società, secondo la legge naturale e divina». Ispiratore citato dell’iniziativa, il cardinale Carlo Caffarra, scomparso un anno fa, ex arcivescovo di Bologna, oppositore di papa Francesco che a Bologna, nel 2015, chiamò a sostituirlo Matteo Zuppi, cresciuto nella Comunità di Sant’Egidio. Sempre in quell’occasione Viganò parlò della necessità per la Chiesa di avere «una leadership forte».

LA FRONDA ANTI-BERGOGLIO

Gli oratori del convegno di Voice of the family rappresentano una fronda anti-Bergoglio più forte di quanto non appaia a prima vista. La ‘guerra lampo’ di queste settimane con la richiesta di dimissioni del papa – miseramente naufragata fra smentite e documenti non sempre attendibili – è il sintomo visibile di un problema più ampio. Accuse a cui Bergoglio, anche lunedì 3 settembre, ha preferito rispondere con il «silenzio» e la «preghiera».

Viganò è appunto l’ex nunzio negli Usa che accusa Francesco di essere intervenuto tardivamente contro l’ex cardinale e arcivescovo di Washington, Theodore McCarrick, accusato di gravi abusi su minori e adulti e di una vita sessuale sregolata a base di incontri e festini con seminaristi, senza contare le ingenti somme di denaro pagate alle ex vittime per mettere a tacere lo scandalo. Francesco ha sospeso il cardinale da ogni ministero pubblico e lo ha indotto a rinunciare alla carica. Burke è invece la punta avanzata dell’ultratradizionalismo in Vaticano. Ex prefetto del Supremo Tribunale vaticano della segnatura apostolica, il porporato americano rappresenta l’opposto della predicazione del pontefice (e non solo di quello attuale) in molte materie: contrario al dialogo con l’Islam, a un maggior ruolo della donna nella vita della Chiesa, critico sul tema dell’accoglienza dei migranti, favorevole alla messa in latino preconciliare e alla riammissione nella Chiesa cattolica dei lefebvriani. È contrario in definitiva a ogni apertura di Francesco in materie etiche e morali, oppositore a tutto tondo di Bergoglio, esprime pubblicamente una certa sintonia con la Casa Bianca di Donald Trump e con il ministro dell’Interno italiano, Matteo Salvini.

IL NUCLEO DEL CONSERVATORISMO WOYTJILANO

Livio Melina arriva invece dalle fila di Comunione e liberazione, è docente di Teologia morale presso l’Istituto Giovanni Paolo II per gli studi su matrimonio e famiglia, centro di cui è stato preside dal 2006 al 2016. Non si tratta di un incarico qualunque. L’istituto, che fa riferimento alla Pontificia università lateranense, è stato a lungo uno dei centri irradiatori del conservatorismo di scuola woytjliana sui temi etici e familiari (prima di Melina l’istituto fu gidato dai cardinali Caffarra e Scola). Nel 2016 Francesco ha sostituito Melina con Pierangelo Sequeri, teologo anch’egli, fra gli ispiratori però delle faticose aperture promosse da Bergoglio nei due sinodi sulla famiglia svoltisi in Vaticano e che hanno segnato di fatto la nascita del partito anti-Francesco nell’episcopato mondiale. Apparentemente le questioni in gioco non sembrano così rilevanti. Eppure la timida apertura del papa sulla possibilità di ammettere alla comunione ai divorziati risposati civilmente, la disponibilità a rendere nulli i matrimoni purché i due coniugi riconoscano ‘in coscienza’ di non aver contratto le nozze secondo una visione cristiana della vita, un moderato e prudente cambio di approccio sull’omosessualità con più comprensione e inclusione, l’inserimento dell’aborto fra i peccati ‘normali’ con l’accentuazione del riconoscimento delle sofferenza della donna non più messa idealmente al rogo, e una serie di altri piccoli passi avanti promossi dal papa argentino sono bastati a creare un’ondata di dissenso e di rivalsa da parte della Chiesa formatasi negli oltre tre decenni dei pontificati di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI.

La guerra interna alla Chiesa dietro lo scandalo abusi

La richiesta di dimissioni del papa da parte di un personaggio come monsingnor Viganò è quasi una boutade, eppure quel che conta è mettere in circolo l'argomento, tematizzare le dimissioni di Bergoglio, soffiare sul fuoco delle insinuazioni, che siano più o meno fondate non importa.

Tuttavia la faccenda si complica perché la battaglia incrocia la madre di tutti gli scandali della Chiesa, ovvero quello degli abusi sessuali, e le accuse vengono rinfacciate da un vescovo a un cardinale, da una diocesi all’altra mentre le indagini della giustizia civile, come è avvenuto in Pennsylvania, scoperchiano pentoloni ribollenti di orrori. Per altro, il fronte ultraconservatore cerca anch’esso di rinnovarsi e di prendere le distanze dalla vecchia guardia wojtyliana, ampiamente compromessa nello scandalo pedofilia, come ormai è accertato. In tal senso va letto un passaggio del traballante j’accuse di Viganò contro il papa e contro molti alti prelati anche di rango. Il riferimento è al caso di padre Marcial Maciel, l’oscuro fondatore dei Legionari di Cristo - organizzazione di estrema destra della Chiesa prima messicana e sudamericana, diffusa successivamente in tutto il mondo - predatore seriale di minori, abusatore di donne, capace di accumulare una fortuna finanziaria e morto nel 2008.

LE ACCUSE DI VIGANÒ A SODANO E SANDRI

Sulla sua vicenda, nella ‘memoria’ di Viganò si legge: «È noto che Sodano (ex segretario di Stato di Wojtyla e, per poco tempo, di Ratzinger, ndr) cercò di coprire fino all’ultimo lo scandalo di Maciel, rimosse persino il nunzio a Città del Messico Justo Mullor che si rifiutava di essere complice delle sue manovre di copertura di Maciel e al suo posto nominò Sandri (Leonardo Sandri, cardinale attualmente alla guida della Congregazione per le chiese orientali, ndr), allora nunzio in Venezuela, ben disposto invece a collaborare. Sodano giunse anche a far fare un comunicato alla sala stampa vaticana in cui si affermava il falso, che cioè papa Benedetto aveva deciso che il caso Maciel doveva ormai considerarsi chiuso. Benedetto reagì, nonostante la strenua difesa da parte di Sodano, e Maciel fu giudicato colpevole e irrevocabilmente condannato». Non si tratta di notizie nuove, tuttavia il fatto che a muovere le accuse contro Sodano e Sandri sia un ex nunzio negli Stati Uniti e diplomatico vaticano di lungo corso rappresenta un fatto di cui tener conto. Resta da sottolineare che, fra le condanne tardive da parte della Santa Sede, quella di Maciel - le cui azioni erano note da decenni e denunciate da tempo dall’opinione pubblica – spicca fra le altre per l’incredibile protezione di cui godette fino alla fine dei suoi giorni.

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