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Politica
11 Settembre Set 2018 1801 11 settembre 2018

Tutte le volte che Renzi ha annunciato passi indietro senza farli

Ha detto di non voler correre alle Primarie Pd. Ma ora potrebbe tornare in campo spinto da una neonata corrente. Referendum, elezioni politiche, segreteria: le dimissioni a parole dell'ex premier.

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Adesso che «l'altro Matteo» è diventato lui, restare sereno negli scomodi panni del comprimario politico è impresa ardua per Renzi. Schiacciato assieme a tutto il Partito democratico dalla perenne egemonia propagandistica di Salvini, l'ex premier-ex segretario-ex rottamatore ha inanellato in due anni solo sonore sconfitte, annunciando passi indietro (o quantomeno di lato) quasi sempre disattesi. In un momento storico tra i più sfavorevoli di sempre per il Pd (sondaggi alla mano, la Lega è volata al 32% di consensi doppiando praticamente i dem, inchiodati al 17%), Renzi ha provato a rialzare la testa: «Andrò nelle scuole e in tivù, pensano di essersi liberati di me, ma hanno sbagliato», è stata la "minaccia" lanciata non si capisce bene se verso gli avversari interni o esterni durante una Festa dell'Unità settembrina. Così la sfrenata voglia di risalire sulla cresta dell'onda («Ma non vivo nell'ansia di tornare», ha assicurato lui) gli ha fatto spesso tradire in passato le promesse di lasciare spazio ad altri. Ecco tutte le volte che Renzi ha rassegnato le dimissioni senza però mai davvero rassegnarsi a influenzare la vita politica del Paese.

PRIMARIE: LA TENTAZIONE DI PRESENTARSI

L'ultima rinuncia (rimangiata?) è datata 3 settembre 2018. «Non mi candido alle Primarie del Pd. Io ho già dato, vincendo due volte. Dobbiamo avere il coraggio di dire che daremo l'appoggio a chi vince», ha detto Renzi. Tarpando però subito le ali alla corsa di Nicola Zingaretti: «Vedremo i candidati. Ce ne sarà più di uno, non è detto che il mio sarà Zingaretti». Il problema è che le dichiarazioni sfornate quotidianamente non si addicono proprio alla presunta figura di un disimpegnato osservatore delle vicende politiche. Anzi. «Io sono in campo più di prima per dare una mano, un aiuto, per ricevere suggerimenti e per dire che di fronte alla proposta politica dei cinque stelle e della Lega ce ne è un'altra che si basa sui valori, sulla solidarietà e sull'innovazione», sono state le sue parole del 10 settembre. E i rumor sull'imminente nascita di una corrente renziana che intende chiedere a Matteo di candidarsi costituiscono un'ulteriore conferma: la partita è tutt'altro che chiusa. Del resto le frizioni di casa col segretario del partito Maurizio Martina, quasi "cannibalizzato" a suon di comizi organizzati in contemporanea, e il «calore e affetto del popolo Pd per Matteo» sottolineato dall'ufficio stampa renziano sembrano apparecchiare la tavola per un (eterno) ritorno (leggi anche Con Renzi candidato alla segreteria ci giochiamo il Pd).

ELEZIONI POLITICHE: LE DIMISSIONI "IN DIFFERITA"

Anche nel rovinoso post 4 marzo 2018, col Pd precipitato al 18% da quel picco forse irripetibile del 40% alle Europee 2014, Renzi rimase più aggrappato alla poltrona del previsto indispettendo i colleghi di partito. Nonostante la sconfitta definita «chiara e netta», il segretario si disse pronto a lasciare il suo posto, presentando però le dimissioni nell'inedita forma della "differita": lascio, ma non prima della nascita del nuovo governo. Lo scopo era quello di evitare ogni possibile dialogo con il Movimento 5 stelle alla ricerca di alleati in fase di insediamento delle Camere. Missione poi riuscita, anche se il principio di «autoconservazione» renziano denunciato da Michele Emiliano mandò in fibrillazione gli animi del centrosinistra. Nei mesi a seguire Renzi ha recitato ancora la parte del protagonista del Pd, come se nulla fosse cambiato. Ha per esempio stilato una lista dei 10 motivi che a suo parere avevano provocato la débâcle elettorale e condotto una nuova crociata contro la linea del suo successore Martina: da una parte la lotta social per arginare «i post e le fake news» degli avversari caldeggiata dall'ex rottamatore, dall'altra una ridiscesa in strada per mettere di nuovo «i piedi sui territori», come avrebbe preferito Martina.

POST REFERENDUM: L'ADDIO ALLA POLITICA MAI AVVENUTO

Infine il ripensamento più clamoroso e rinfacciato: quello arrivato in seguito alla vittoria del No al referendum costituzionale del 4 dicembre 2016. Lì Renzi era andato in "All in" giocandosi (a parole) persino la carriera politica. «Se mi va male vado via e non mi vedrete più», è solo una delle più esplicite dichiarazioni, ma si possono trovare facilmente tracce dei perentori «con una sconfitta considero finita la mia esperienza politica» in nome dei principi di «serietà» e «dignità della cosa pubblica». Come è finita è noto. Vinse il "No" e arrivarono le dimissioni, ma solo quelle dal ruolo di presidente del Consiglio che diedero il via all'ultima parentesi di legislatura sotto la guida di Paolo Gentiloni. Dentro la politica però Renzi ci è rimasto a tutti gli effetti. E a distanza di un paio d'anni conditi da ripetute retromarce mai ingranate per davvero, l'ambizione di prendersi una rivincita personale non è mai tramontata: «Hanno fatto la guerra al Matteo sbagliato», ha commentato lanciando stilettate ai compagni dem. Che devono iniziare a farsene una ragione e abituarsi a vederlo in campo «più di prima».

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