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Politica
13 Settembre Set 2018 1710 13 settembre 2018

Tutte le sfide di Giovanni Tria, ministro in bilico perenne

Accontentare il M5s col reddito di cittadinanza. La Lega su flat tax e pensioni. Tenere a bada i mercati e l'Europa. Con la tentazione di dimettersi. Così sopravvivere al Tesoro è un'impresa.

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Tria(thlon). Ossia le peripezie multidisciplinari a cui è costretto a sottoporsi il ministro dell'Economia del governo giallo-verde per sbarcare il lunario. Non sarà specialità olimpica, ma resistere alla tripla pressione di Movimento 5 stelle, Lega e Unione europea sta diventando più impegnativo delle tre prove - nuoto, ciclismo e corsa - su cui è articolato il massacrante sport. Chissà se il preside della Facoltà di Economia di Tor Vergata, vicino a Renato Brunetta con cui ha cofirmato due libri, si era prefigurato un compito così arduo come quello che lo sta impegnando in Via XX settembre. In preda ai primi segnali di sconforto misto a esasperazione, secondo diversi rumor usciti sui giornali avrebbe pensato anche alla soluzione (politicamente) estrema: mollare il Tesoro e presentare le dimissioni, schiacciato dalle tensioni causate soprattutto dai grillini. Indiscrezioni di stampa che secondo fonti del Mef sarebbero prive di fondamento. Che la poltrona sia salda o traballante, il minaccioso tridente è sempre puntato verso di lui.

1. SPINA M5S: VUOLE IL REDDITO DI CITTADINANZA IN FRETTA

Coi cinque stelle il motivo del contendere è sempre lo stesso: l'introduzione del benedetto reddito di cittadinanza, provvedimento bandiera del programma elettorale grillino. Lo schema dal primo giugno 2018, giorno dell'insediamento di Tria all'Economia, è il seguente: lui tira i cordoni della borsa, i giallo-verdi gli tirano la giacca. Fino ad arrivare ai nemmeno troppo velati avvertimenti (poi prontamente smentiti): se Tria non riesce proprio a garantire i fondi in manovra per dare vita all'agognato assegno (780 euro a cinque milioni di poveri) già a maggio 2019, allora tanto vale che si faccia da parte. Il piano del M5s è chiedere al ministro 10 miliardi per far partire centri per l'impiego e la pensione di cittadinanza da gennaio, poi da maggio - mese non casuale, visto che è quello in cui sono in programma le elezioni europee - ecco l'erogazione del reddito: il costo sarebbe di 5-6 miliardi per gli otto mesi del 2019 stando ai calcoli dei pentastellati. Ma quella del Movimento è solo una delle spine.

2. SPINA LEGA: FLAT TAX E PENSIONI, MA LA COPERTA È CORTA

L'altro fronte caldo è quello leghista. Il Carroccio spinge per le sue misure simbolo, cioè flat tax e riforma delle pensioni. Il sistema con aliquota fissa potrebbe essere inizialmente congelato per le famiglie e fatto partire solo per partite Iva e piccole aziende. Lo smantellamento della Fornero e l'introduzione di "quota 100" (cioè la somma tra età anagrafica e contributi annui versati per poter lasciare il lavoro) a partire dai 62 anni di età, può costare già nel 2019 13 miliardi al lordo delle tasse e 9 miliardi al netto. E qui i conti non tornano: per i desiderata di M5s-Lega sarebbero disponibili 10 miliardi in tutto, da ripartire in parti uguali, e la "coperta" è dunque inequivocabilmente corta. Basterà la svolta da "pompiere" di Matteo Salvini per calmare le acque? «Vedremo di rispettare tutte le regole tutti i vincoli e tutti gli impegni presi, si può fare far crescere questo Paese e far star meglio gli italiani senza irritare i mercati», ha detto il vicepremier. «Proveremo a essere bravi e convincenti». E lo dovrà essere soprattutto Tria.

3. SPINA EUROPA: NON PASSA GIORNO SENZA BACCHETTATE

Una volta sedati gli irrequieti alleati di governo, da tenere a bada ci sono «coloro che ci osservano dall'alto» (citazione di Salvini), cioè i mercati e l'Europa, i cattivi per antonomasia nella narrazione sovranista. Non appena è ventilata l'ipotesi di un passo indietro di Tria, lo spread è subito tornato a salire fino a quota 254. Tanto che lo stesso ministro aveva mandato un avviso ai naviganti: «È inutile cercare due o tre miliardi nel bilancio dello Stato per finanziare le riforme se ne perdiamo tre o quattro sui mercati finanziari a causa del rialzo del differenziale». Ci ha pensato poi il commissario Ue agli Affari economici, Pierre Moscovici a rincarare la dose di avvisi all'Italia, ricordandoci che ridurre il debito pubblico è nel nostro «interesse» e sottolineando che Bruxelles non ha mai impedito di «realizzare gli investimenti» e le «infrastrutture necessarie», visto che «l'Italia è il Paese che più di tutti ha beneficiato di flessibilità». Flessibile come deve essere Tria per resistere alle tre onde d'urto che lo fiaccano. Nemmeno fossero una disciplina olimpica.

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