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BASSA MAREA
30 Settembre Set 2018 1400 30 settembre 2018

Per combattere i demagoghi al potere non ci resta che Ortega

L'esaltazione della retorica sul popolo rischia di portarci alla catastrofe, esattamente come 100 anni fa. Ma l'Italia sembra aver perso la sua memoria storica. Un campanello d'allarme, come ricorda il filosofo spagnolo.

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L’orizzonte di tutti si ferma al voto per l’europarlamento del maggio 2019. Oltre, è terra incognita. Matteo Salvini ha idea di che cosa accadrà con quel voto: «La resurrezione dei popoli», ha detto. Un terremoto. Poi si vedrà. È impossibile prevedere il dopo terremoto prima delle scosse. Anche Luigi Di Maio, che con Salvini è qui da noi il maître à penser italico del momento (hanno o non hanno preso un sacco di voti?), fa ogni cosa in nome del popolo, persino una finanziaria. Il Volk farà il miracolo. La mistica del Volk, 'popolo' in tedesco con connotazione assai positiva, e del Volksgeist, che sembra così tedesco ma poi altro non è che il volterriano esprit des nations, torna a colpire in Europa; affascinava con il suo potenziale dirompente anche in altre epoche, finite in genere malissimo.

ORTEGA, UN FARO NEL BUIO DEGLI ANNI 30

La confusione sul futuro era tanta anche poco meno di 100 anni fa e il Volk portò allora dritti alla Seconda guerra mondiale dopo il fallimento delle classi dirigenti europee con la Grande guerra. Però anche allora c’era chi cercava di alzare lo sguardo più lontano. Qualcuno viene ricordato ogni tanto anche oggi, piccolo faro nel buio, e il più ricordato di tutti forse è lo spagnolo José Ortega y Gasset (1883-1955), filosofo, polemista, giornalista, storico, docente universitario, politico, che ha lasciato un corpus notevole di lavori, spesso collezioni e riscritture di articoli o lezioni. Ortega è rimasto sempre in molte buone biblioteche di famiglia soprattutto per un’opera del 1930, La ribellione delle masse, anticipata dal 1926 con una serie di articoli di giornale in Spagna. Non parla della Spagna, di cui Ortega non aveva poi una grande opinione, ma dell’Europa, e partendo dall’idea che questa, oltre a essere una realtà continentale, è fatta prima di tutto da tre nazioni - Francia, Gran Bretagna e Germania, la «trinità europea» - e da quattro secoli è soggetta a una forza centripeta che è l’equilibrio del potere, il «grande segreto» del Vecchio Continente. Poi ci sono anche la forze centrifughe, le individualità nazionali esplose nell’800 come reazione alla “stravagante idea” illuministica che i popoli fossero uguali. Questo e altro lo si trova in particolare nella lunga prefazione scritta per l’edizione francese del 1937, che presentava un lavoro fatto più per sollevare quesiti che per dare risposte. La prima edizione italiana sarebbe arrivata, alla macchia a Roma, nel 1945.

José Ortega y Gasset.

Ortega scartava rapidamente due fenomeni che negli Anni 20 apparivano centrali, bolscevismo sovietico e fascismo italiano (Adolf Hitler era ancora lontano dal governo), giudicandoli regressivi, un ritorno al passato, un imbarbarimento. Affondavano infatti le radici nella progressiva e voluta ignoranza della Storia andata crescendo a partire dagli ultimi decenni dell’800. E, soprattutto, nell’ignoranza totale di un fatto per Ortega chiarissimo: che l’Europa è una moltitudine di realtà diverse che si sprigionano da una unità radicale e che a questa alla fine tornano per alimentarla. Diversità nell’unità e unità nella diversità, questa l’Europa di Ortega y Gasset. Non era facile affermarlo nell’entre deux guerres, pieno di polemiche contro il liberalismo, il parlamentarismo, di borghesi concentrati su una visione edonistica del tutto e subito, sulle masse omogeneizzate, su un’Europa che perdeva le sue mille identità, si omologava al basso, e quindi perdeva se stessa. Dimenticava la sua storia e quindi il perno della sua esistenza. Per questo Ortega dedicava pagine ammirate alla Gran Bretagna, al suo senso dei riti nazionali e della memoria, diversa in questo dai popoli continentali, «turbolenti…. Pieni di genio ma privi di serenità, mai maturi, sempre puerili…».

IL RISCHIO DI UN POPOLO SENZA MEMORIA

Quella di Ortega era una visione che tendeva a sottovalutare il brutto e a esaltare il bello, il fruttuoso, della tradizione europea. A parlarne in negativo ci pensavano allora – come oggi – già in troppi. Comunque era una di quelle visioni di insieme, ansiose di gettare qualche sguardo al futuro, dalle quali oggi, nella banalità dominante, si potrebbero trarre utili insegnamenti. Ortega offre vari antidoti agli odierni e frequenti «ma che cosa fa l’Europa per noi? Buttiamola via questa Europa!», frasi che con il pubblico giusto fanno sembrare pensoso e coraggioso chi le proclama. E aiuta a mettere nella giusta luce, piuttosto goffa, chi come Salvini dice «io sono milanese, lombardo, italiano e solo poi europeo», come fossero realtà distinte e non concentriche e inseparabili. Il filosofo spagnolo vedeva grandi rischi nel crescere di masse immemori, ribelli verso la propria storia, perché il più grande tesoro dell’uomo, delle nazioni e delle civiltà è la memoria dei propri errori ed è soprattutto questo che ci distingue dagli animali. Senza un certo culto della Storia non c’è memoria e l’utilità degli errori va perduta. Si pretende di poter sbagliare ex novo, rischio forte e palpabile oggi in Italia, e non solo.

Il demagogo è una forma di degenerazione intellettuale

José Ortega y Gasset

Resta così troppo spazio per i demagoghi, irresponsabili fino al midollo «anche verso le idee che maneggiano, idee che non hanno creato ma preso a prestito da chi le ha formulate. Il demagogo è una forma di degenerazione intellettuale». Difficile non mettere “la manovra del popolo” nella categoria della demagogia. In breve, siamo nella più totale confusione. Anche Ortega ricorda un passaggio spesso citato, là dove Goethe, nei Ricordi di viaggio in Italia, si accomiata in Toscana da un compagno di strada, un nobile bolognese diretto a Roma. «Non stare troppo a pensare», dice il bolognese al tedesco, «bisogna aver una confusione nella testa». Ortega cercava di combatterla, questa confusione. E quando consigliava agli europei di non dimenticare la propria storia, architrave di tutto, ricordava che una qualche unione europea era inevitabile, nonostante tutte le ricchissime e preziose diversità. «Quanto all’occasione che improvvisamente spingerà per portare questo processo a compimento, solo Dio sa cosa potrà mai essere! Il codino di un cinese che spunta dietro gli Urali oppure una scossa del grande magma islamico». Ci siamo, no? Forse i nostri sovranisti farebbero bene a bearsi un po’ meno di Volksgeist e a dedicare un po’ di attenzione al vecchio Orteg Gasset.

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