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Politica
13 Ottobre Ott 2018 0900 13 ottobre 2018

José De Falco sulla regolarizzazione degli assistenti parlamentari

Dopo gli scandali, le promesse dell'ex presidente della Camera Boldrini e gli impegni del M5s nulla si è mosso. Come spiega a L43 il presidente dell'Aicp. 

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Nei giorni scorsi ha fatto scalpore la notizia della sanzione comminata dal parlamento europeo all'eurodeputata del M5s, Giulia Moi, accusata di violenze psicologiche nei confronti dei suoi collaboratori. A rendere noto il provvedimento è stato il presidente dell'Aula Antonio Tajani durante la seduta plenaria a Strasburgo: «A norma dell’articolo 166 del regolamento», ha dichiarato, «in base alle conclusioni del Comitato consultivo competente per le denunce di molestie riguardanti assistenti parlamentari accreditati e deputati, e avendo preso nota delle osservazioni scritte della deputata interessata ho deciso di comminare una sanzione all’onorevole Giulia Moi per la sua condotta nei confronti degli assistenti parlamentari qualificata come molestia psicologica». A Moi sarà così trattenuta la diaria giornaliera per 12 giorni.

LA BATTAGLIA PER LA REGOLARIZZAZIONE E LA TRASPARENZA

In Europa dunque esiste un regolamento interno che garantisce l'assistente. In Italia, invece, siamo ancora in alto mare. Nel nostro parlamento non solo non è presente alcuna norma interna che sanzioni i comportamenti scorretti di deputati e senatori, ma anche le richieste di regolarizzazione contrattuale continuano a essere sistematicamente ignorate. Da tempo, dopo vari casi e scandali, l'Associazione Italiana collaboratori parlamentari (Aicp) reclama a gran voce il riconoscimento di questo ruolo e maggiore trasparenza su retribuzioni e numero di contratti. Senza però aver ottenuto molto, nonostante le promesse dell'allora presidente della Camera Laura Boldrini. «Nonostante alcuni ordini del giorno presentati alla Camera nel corso dell'ultimo bilancio interno, che si proponevano di regolarizzare il ruolo dei collaboratori secondo il modello europeo, cioè pagati direttamente dalla Camera e con un inquadramento omogeneo per le varie posizioni», spiega a Lettera43.it Josè De Falco, presidente Aicp, «i questori Federico D'Inca (M5s), Gregorio Fontana (FI) ed Edmondo Cirielli (FdI) hanno ottenuto la riformulazione degli stessi al fine di poter esprimere parere favorevole». Tradotto significa che «il dispositivo così riformulato, che altro non è che una serie di principi, lascia espressamente la facoltà ai deputati di non avvalersi della nuova disciplina per i collaboratori, incassando direttamente il “rimborso per le spese per l’esercizio del mandato”, come da disciplina vigente».

I collaboratori parlamentari e l'omertà

Però qualcosa si è mosso. Il 12 aprile scorso una sentenza del Tribunale del Lavoro di Roma ha condannato l'onorevole pentastellato Paolo Bernini a risarcire il suo ex collaboratore (cioè il sottoscritto) per licenziamento senza causa.

DOMANDA. Quindi non è cambiato nulla...
RISPOSTA. Questa scelta lascia in piedi tutte le criticità osservate fino a oggi. I deputati indifferenti ai diritti dei collaboratori, quale disciplina crede che adotteranno?

Cosa chiede L'Aicp?
Chiediamo nulla più e nulla meno di quanto si fa nei principali parlamenti europei: fermo restando il rapporto fiduciario col parlamentare e il tempo determinato, il contratto deve essere fatto direttamente dalla istituzione parlamentare. Il deputato deve avere un fondo dedicato ai collaboratori, per cui indica all’istituzione chi assumere. Le risorse non devono essere date al deputato a prescindere. Chi ritiene di non aver bisogno di collaboratori non accede a quelle risorse. Chi esercita il proprio mandato avvalendosi di validi aiuti ne beneficerà. Chi s’industria per risparmiare per sé risorse, che per metà non vanno neanche rendicontate, rimarrà a bocca asciutta.

Il M5s si era schierato con voi.
Quando fummo ospitati in diretta da Lucia Annunziata, prima di noi Alessandro Di Battista dichiarò davanti alle telecamere, a domanda diretta della conduttrice, che il M5s era assolutamente d'accordo che i collaboratori fossero pagati dall'amministrazione. Ma a oggi ancora non si è visto niente. Confidiamo nella sensibilità del presidente Roberto Fico, ma il trascorrere del tempo e i paletti approvati nell’ultimo bilancio interno stanno incrinando la fiducia riposta.

Quale è la soluzione a questo stallo?
La soluzione è un confronto diretto con l’Amministrazione parlamentare, partendo da fatti e numeri che loro hanno da sempre sulla realtà dei collaboratori parlamentari: parlo di numero di contratti, fattispecie contrattuali, retribuzioni medie. Dati alla mano, senza inventarsi nulla, si potrebbe ragionare di regole e risorse in uso presso gli altri parlamenti. Al momento viviamo la scelta tutta italica per cui la voce di spesa per il pagamento dei collaboratori si trova assieme a quella per la cancelleria e alle spese per i convegni. Le risorse che la Camera ha a disposizione, in virtù dei risparmi che sono stati fatti in questi anni grazie alla razionalizzazione delle spese, dovrebbero essere investite per il miglioramento delle funzionalità del mandato dell'onorevole. Ciò significa maggior dignità e tutele sul lavoro per i collaboratori, e venir pagati direttamente dal parlamento.

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