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Politica
13 Ottobre Ott 2018 2031 13 ottobre 2018

Sulla Manovra è braccio di ferro M5s e Lega per la pace fiscale

I due alleati distanti sulla misura. Siri lancia le tre aliquote, ma resta il nodo delle coperture. Mentre Tria è ancora stretto tra Di Maio e Salvini. Attesa per il cdm di lunedì.

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Non c'è accordo sulla pace fiscale. Le posizioni di Lega e Movimento 5 stelle continuano a essere distanti su uno dei punti cardine della manovra 2019, quello cioè a cui dovrebbe essere affidata una fetta determinante delle coperture finanziarie. Anche perché, nella stesura dell'operazione, comincerebbero a venire a galla incongruenze che rischierebbero di mettere in discussione il gettito atteso dalla sanatoria, imprescindibile per far fronte alle misure di spesa previste per il prossimo anno, dal reddito di cittadinanza a quota 100 (leggi anche: quanto costa la quota 100 secondo Boeri).

Il governo cercherà di tirare le somme lunedì 15 ottobre, in un vertice organizzato appositamente per trovare una soluzione prima del consiglio dei ministri che, nel pomeriggio, dovrà esaminare le linee guida della legge di bilancio da inviare in Europa con il Draft Budgetary Plan e approvare proprio il decreto fiscale. Dopo il tavolo con i sottosegretari all'Economia Massimo Garavaglia e Laura Castelli convocato da Giuseppe Conte a Palazzo Chigi al ritorno dal viaggio in Etiopia, gli esponenti del governo sembrano però essersi trincerati dietro un impenetrabile no comment. Il premier infatti prova a prendere la rincorsa puntando a dare il via libera sia alla legge di bilancio sia al decreto fiscale già il 15 ottobre, facendo asse con Luigi Di Maio nel tentativo di stringere i tempi. E mostrandosi ottimista: «Stiamo invertendo il trend della recessione per puntare sulla crescita», ha assicurato, «lasciateci confrontare con la Ue». Ma Matteo Salvini frena: «Potremmo chiudere in settimana», ha dichiarato cauto, «se non avremo altre sorprese da altri uffici con qualche genio dell'economia». Allusione ai tecnici dei ministeri che remerebbero contro. Quindi promette: «Smonterò la legge Fornero ad ogni costo, sono stato eletto per questo»

Cosa rischia l'Italia se l'Europa boccia la manovra

Per ora gli "eurocrati" hanno estratto il cartellino giallo: una lettera di ammonimento firmata dal lettone Valdis Dombrovskis , vicepresidente della Commissione europea rispedita al mittente dai nostri due vice-premier. Matteo Salvini e Di Maio, azionisti di maggioranza sempre più scuri in volto, ripetono che si va avanti comunque.

SIRI LANCIA LA PACE FISCALE A TRE SCAGLIONI

Il lavoro al Mef sta andando avanti, ma il silenzio lascia intuire un probabile stallo nella messa a punto del decreto e probabilmente anche del Dbp. L'unico a intervenire è stato Armando Siri, tra i più decisi fautori della pace con il fisco. Il sottosegretario ai Trasporti ha ribadito la linea del "saldo e stralcio", rispetto alla quale la Lega non ha intenzione di fare passi indietro, e ha rilanciato la sua idea di tre scaglioni per il pagamento dei debiti - al 6%, al 10% e al 25% - a seconda della posizione patrimoniale e reddituale del contribuente. Adusufruire dello sconto non saranno gli evasori ma solo coloro che sono in regola con le dichiarazioni dei redditi ma che «per difficoltà economiche non hanno le risorse per pagare». A questi contribuenti, ha assicurato, il Movimento 5 stelle vorrà certamente «dare una mano». Il problema non è dunque politico, ma tecnico, ha puntualizzato, svelando un nodo fondamentale. «Qualcuno dei tecnici dice che il saldo e stralcio crea un buco nel bilancio dello Stato, ma la si sta facendo più complicata di quella che è».

IL NODO DELLE COPERTURE

Eppure il problema incassi esiste, così come esiste la differenza di vedute tra Lega e 5s sulla portata della misura. La posizione di partenza del Movimento è quella di escludere dai pagamenti solo interessi e sanzioni, limitando la misura esclusivamente a chi è in regola con le dichiarazioni, la Lega punta invece a uno sconto consistente anche sull'ammontare del debito e non disdegna l'idea di rispolverare la dichiarazione integrativa di tremontiana memoria, allargando quindi la platea dei destinatari. Il nodo è sicuramente politico ma dal punto di vista finanziario è addirittura duplice: assicurando alle casse dello Stato tutto l'ammontare del debito gli incassi potrebbero essere potenzialmente alti, ma l'operazione potrebbe avere scarso appeal, rivelandosi un flop; facendo invece pagare solo una percentuale sull'importo dovuto, i contribuenti sarebbero più invogliati ad aderire ma il gettito sarebbe comunque non sufficiente a far quadrare i conti della manovra. Sul piatto ci sono reddito di cittadinanza e riforma delle pensioni, quotate 16 miliardi, da raggiungere con tagli di spesa, ma anche con maggiori entrate, che la pace fiscale potrebbe non assicurare. Anche per questo l'idea di far slittare entrambe le misure ad aprile sembra ormai una conditio sine qua non. Solo arginando l'applicazione a un periodo dell'anno più limitato si potrà infatti rientrare negli obiettivi, già considerati eccessivi dalla comunità internazionale, del deficit al 2,4%. Sulle pensioni, a salire è anche l'ipotesi di tre finestre per il pensionamento a quota 100 (una ogni 4 mesi), con la prima da aprire appunto il primo aprile.

TRIA ANCORA STRETTO TRA DI MAIO E SALVINI

A soffrire di questo braccio di ferro è il ministro dell'Economia Giovanni Tria che, nel tentativo di trovare una quadra, viene descritto da chi lo ha sentito come «esasperato, amareggiato, non sereno». «Ce n'è una ogni giorno, così non si può andare avanti», avrebbe detto in sostanza il titolare del Tesoro. Come se non bastasse, si è apeerto un nuovo fronte su Alitalia, con Salvini che anche sabato è tornato alla carica, assicurando che «un Paese che può avere tanto dal turismo non possa perdere una compagnia di volo, regalata al primo straniero che passa». Un nuovo scavalcamento del ruolo del Tesoro, già costretto a ingoiare, senza reagire con una plateale presa di distanza, il rospo del rapporto deficit-Pil al 2,4%: probabilmente - si ragiona in ambienti parlamentari - anche per la moral suasion del Quirinale (leggi anche: chi sono i garanti del sistema).

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