Governo M5s Lega Europee
Bassa Marea
4 Novembre Nov 2018 1400 04 novembre 2018

Il governo M5s-Lega spiegato a uno straniero

L'esecutivo gialloverde gode ancora di forte consenso. Ma più passa il tempo più si notano le contraddizioni. E il voto delle Europee di maggio 2019 potrebbe acuirle ulteriormente.

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Come spiegare a uno straniero la politica italiana oggi? Questo è un tentativo. Il governo è in carica dal primo giugno, ha un presidente del Consiglio simbolico, cosa nota a tutti, volenteroso ma simbolico, e due veri capi di governo che sono Matteo Salvini e Luigi Di Maio. Una parte notevole degli italiani appoggia l’attuale esecutivo, più del 50% di chi ha votato il 4 marzo scorso. Quindi sostiene questo governo, con ampia maggioranza parlamentare alla Camera e meno al Senato, un terzo abbondante degli italiani, visto che votava otto mesi fa il 73% degli aventi diritto.

Già parecchi mesi prima del voto non era difficile prevedere che, pur provenendo da schieramenti opposti, i due si sarebbero accordati per offrire alla fine al Paese un neo-nazionalismo (si veda Il nazional-populismo di Lega e M5S non è stato mai così pericoloso, 11 dicembre 2017). Sottoscrivono entrambi la teoria della rivolta dei popoli contro le élite, non sostengono l’idea europea e mal tollerano la Ue, se proprio non riescono a farne a meno. Temono però, alla fine e nonostante tutte le parole, una uscita unilaterale, da sola cioè, dell’Italia dall’euro. Sperano quindi che il tutto si sfasci, imploda insomma, come l'Urss. Attaccano Bruxelles di continuo, Salvini soprattutto, ma anche Di Maio spesso è molto duro. Alimentano nei loro elettori una continua tensione con l’Europa dell’Unione. Hanno qualche argomento valido e il resto è tutta scena, o peggio, autolesionismo. Il loro cardine, chiaro in Salvini latente in Di Maio, è che l’unico principio dell’ordine internazionale è la sovranità nazionale. In questo sono come i sostenitori della Brexit. E, come loro, rischiano varie delusioni: non sempre invocare un avversario esterno unisce il popolo.

In Italia se la situazione è deludente la colpa viene cercata soprattutto negli altri

A unirli c’è l’immagine futura di un’«altra Italia», più giusta efficiente e attenta ai propri interessi nazionali, totalmente diversa da quella che hanno ereditato, e che certamente non era di prima classe a partire dal debito pubblico. Il messaggio è molto generico ma ha fatto breccia perché come sempre in molti Paesi, e in Italia in particolare, se la situazione è deludente la colpa viene cercata soprattutto altrove. Un debito pubblico insostenibile? Sono gli altri (la Germania) che ci hanno rovinato e noi dobbiamo reagire. Nessuno ammetterà mai di avere contribuito ai guai nazionali. Questo il messaggio di Salvini, di Beppe Grillo e di Di Maio.

SALVINI FORTE CON L'IMMIGRAZIONE, DI MAIO STATALISTA CONFUSO

Matteo Salvini è forte perché ha preso un partito al 3% scarso e lo ha portato al 17% al voto del marzo 2018 e al 33% nei sondaggi oggi, e lo ha fatto quasi esclusivamente su un tema: l'immigrazione. Più il collegato tema sicurezza. Da qui vengono i voti della Lega. E da qui viene una certa credibilità della sua polemica con l’Unione europea, che non è stata capace di coordinare una comune politica immigratoria, non ha detto mai quanti immigrati l’Unione può accogliere ogni anno, e ha lasciato sola l’Italia sul difficile fronte del Canale di Sicilia. Così come lo ha molto favorito, come ministro degli Interni, l’insostenibile politica immigratoria dei suoi predecessori tutta frontiere aperte e accoglienza (fino a Marco Minniti), come se il flusso fosse in sé temporaneo e le capacità di accoglienza nazionali pressoché infinite. Assai meno credibile Salvini lo diventa quando parla di economia e di regole europee e fa ricorso al famigerato «me ne frego». E di che, dello spread? Dei capitali internazionali prudenti con l’Italia?

Matteo Salvini, Luigi Di Maio, Giuseppe Conte.
Ansa

I cinque stelle non hanno avuto a disposizione un cavallo così forte come l’immigrazione e anche per questo hanno perso terreno. Di Maio ha scelto per sé una sorta di superministero dell’Economia e del Lavoro, ma su questi temi cruciali il M5s ha idee confuse: sono statalisti nel senso di «Stato è meglio», minimalisti, cioè contro i grandi progetti per principio, e favorevoli ai “piccoli” progetti (quali? con che impatto?), essenzialmente distributivi soprattutto da quando si sono saldati con la visione neoborbonica, come se la ricchezza fosse qualcosa che esiste a prescindere e va soprattutto distribuita. Del resto molto distributivo - del tipo “a voi vi tocca” e “i soldi ci sono” - è sempre stato il loro mentore, "l’ispirato" Beppe Grillo. La Cdp (Cassa depositi e prestiti), la prima cassaforte nazionale grazie al risparmio postale, è il loro mito. Farebbero meglio a parlarne meno.

AL GOVERNO MANCA TOTALMENTE LA POLITICA ESTERA

La forza di questo governo è che molti italiani, stufi, volevano qualcosa di nuovo e la debolezza è che, dopo quattro mesi, gli stessi italiani si pongano in modo crescente un quesito: ma come vogliono cambiare? E sono capaci di cambiare in meglio? La linea è ancora quella del «ma sono appena arrivati, lasciamoli governare!». Ma accanto a questa attesa più o meno paziente sta crescendo l’impazienza di chi dice «ormai abbiamo capito come governano». Lo spread, la perdita di valore dei Btp e altri titoli, i timori di difficoltà bancarie fanno il resto. Ma quale Italia hanno in mente Salvini e Di Maio, ammesso sia lo stesso Paese? Un’Italia diversa, ma non si capisce come diversa se non meno aperta gli immigrati. Per il resto non si sa, siamo a concetti vaghi, «per gli italiani», «far felici gli italiani», «un’Italia più giusta», eccetera. Ci sono nel «nuovo che avanza» condoni fiscali ed edilizi, un capolavoro quello per l’isola di Ischia agganciato al Decreto Genova con un colpo guappo dei cinque stelle nemici giurati da sempre di qualsiasi condono, e a ciascuno non piace il condono dell’altro. Manca qualsiasi visione della collocazione internazionale dell’Italia perché sono dei bravi nazionalisti e il nazionalista ha una sola visione internazionale: facciamoci i nostri interessi. Sì, ma quali sono, e come? Ai pentastellati, Grillo e Alessandro Di Battista per primi, piace poi assai l’America Latina, patria d’elezione di disastri per la democrazia, l’economia e la moneta.

IL VOTO EUROPEO DI MAGGIO ATTESO COME UN REDDE RATIONEM

L’Europa gli sta stretta, a Salvini e Di Maio. Hanno simpatie per Valdimir Putin, al quale notoriamente l’Unione non sta affatto simpatica perché la considera un retaggio della Guerra Fredda. Salvini tifa anche Donald Trump, che come noto non tifa Ue, anzi la vedrebbe volentieri sparire, ma nessuno dei leader e neanche dei mezzi leader gialloverdi ha mai fatto un discorso di politica estera. Non hanno mai detto dove secondo loro sta l’interesse dell’Europa, che certamente non sta né con Putin né con Trump. E non si sono mai espressi perché non pensano in termini europei, ma nazionali, e alla fine sono per un’Italia che fa da sé e ha nelle altre nazioni europee più avversari che amici, quindi ben vengano Putin e Trump. È un ritorno agli Anni 20 e 30 e a prima ancora, e nemmeno se ne accorgono. Si affidano ai risultati delle elezioni per l’Europarlamento del maggio 2019, un voto che dicono «cambierà tutto». Di Maio prevede voti sovranisti quadruplicati, cioè da 100-120 deputati (non è facile indicare un numero preciso), quanti sono oggi, a 400. Ma se saranno 200, un bel successo comunque, non cambierebbe molto in un’assemblea di 705 membri. I sondaggi dicono che saranno attorno ai 200 al massimo. Vedremo se Di Maio e Salvini sono più bravi a pronosticare. Loro pensano che la politica estera gliela indicherà l’Europa delle nazioni sovrane dopo il voto di maggio. Perché non ne hanno nessuna. E del resto anche in politica interna le cose non sono molto diverse, no Tap - sì Tap, no Tav - forse vedremo Tav, ni Terzo valico - forse Terzo valico, flat tax sì- nessuna flat tax, via la Fornero ma non troppo, reddito di cittadinanza vedremo come e quanto. Aspettando maggio. Ma il loro maggio arriverà davvero?

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