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Politica
6 Novembre Nov 2018 1947 06 novembre 2018

Quanto recuperebbe lo Stato con l'Ici non versata dalla Chiesa

Secondo la Corte di giustizia dell'Ue all'Italia spetta l'imposta comunale sugli immobili da cui è stata esentata la Santa sede. Per l'erario tesoretto di 4 miliardi. Ma calcolando dal 1992 si arriva a 12. La storia.

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Se la strada dell'inferno è lastricata di buone intenzioni, la strada per il paradiso potrebbe essere lastricata di cattive esenzioni. La querelle tra lo Stato italiano e la Chiesa sull'imposta comunale sugli immobili (Ici) si è arricchita di un nuovo capitolo. L'Italia deve recuperare l’Ici non pagata dalla Santa sede su tutti gli enti non commerciali, come scuole, cliniche e alberghi: lo ha stabilito la Corte di giustizia dell’Unione europea. Per i giudici comunitari d'ultima istanza il nostro governo non può più appellarsi a mere «difficoltà interne» per non agire. Parrebbe chiudersi così, con la Chiesa costretta a saldare il proprio conto con Cesare, un contenzioso trentennale. Ma di quanti soldi stiamo parlando? Prima di soffermarsi sulla vile pecunia (il denaro, dicevano i cattolici medievali, è lo sterco del demonio), è bene comprendere le fondamenta della contesa.

NEL 1992 L'ESENZIONE PER LE STRUTTURE ECCLESIASTICHE

Il Concordato tra Stato e Vaticano del 1984 firmato dal presidente del Consiglio dell'epoca, Bettino Craxi, e il cardinal Agostino Casaroli, prevedendo un regime tutto sommato paritario tra le parti contraenti, stabiliva che le attività svolte da enti ecclesiastici diverse da quelle di religione e di culto dovessero essere soggette al regime tributario ordinario. Nonostante questo, quando l'Isi (l'imposta straordinaria del governo Amato di cui abbiamo già parlato ricostruendo e la notte del prelievo forzoso) nel 1992 venne tramutata in Ici, furono esentate tutte le strutture ecclesiastiche legate al culto. All'articolo 7 del decreto legislativo 504/1992, lettera “i”, si leggeva: «Sono esenti gli immobili destinati esclusivamente allo svolgimento di attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive».

DOPPIO EFFETTO: MANCATO GETTITO E CONCORRENZA SLEALE

Lo storico bisogno di denaro dei Comuni spingeva i sindaci a mettere da parte la riverenza religiosa e ad agire per avere almeno la parte dei proventi sulle attività non strettamente legate al culto. Nel mirino finivano gli edifici adibiti ad attività turistiche, assistenziali, didattiche, sportive e sanitarie la cui esenzione aveva un duplice effetto negativo per l'economia: oltre al mancato gettito si creava infatti una concorrenza sleale con le aziende private che al fisco non potevano opporre scudi di sorta. La corte di Cassazione (sentenza 8 marzo 2004, n. 4645) dando ragione ai primi cittadini stabiliva che: «Il beneficio dell'esenzione dall'Ici non spetta in relazione agli immobili destinati allo svolgimento di attività oggettivamente commerciali». Per non perdere il favore del mondo cattolico, nell'agosto 2005 interveniva il governo Berlusconi con un decreto interpretativo ("disposizioni urgenti in materia di infrastrutture") sull'abbattimento totale dell'Ici e sulla riduzione del 50% dell'Imposta redditi societari (Ires).

FORMULA AZZECCAGARBUGLI DI BERSANI

Della faccenda nel frattempo aveva iniziato a interessarsi pure l'Unione europea, molto attenta sia sul fronte fiscale sia sul tema di aiuti di Stato. L'anno successivo veniva chiamato a misurarsi con la questione il governo Prodi. L'esecutivo però era un vaso di coccio: Fausto Bertinotti e compagni spingevano perché cadesse ogni esenzione, l'area cattolica mugugnava. La patata bollente finiva così nelle mani del ministro per lo Sviluppo, Pier Luigi Bersani. Alla fine, citando il Don Camillo di Guareschi, per «salvare la capra del senatore e il cavolo del Signore» si eludeva il problema inserendo nel decreto (all’articolo 39, comma 2-bis) una formula da azzeccagarbugli che garantiva l’esenzione per gli immobili destinati ad attività «non esclusivamente commerciali» (per la precisione: «L'esenzione disposta dall'articolo 7, comma 1, lettera i), d.l 30 dicembre 1992, n. 504, si intende applicabile alle attività indicate nella medesima lettera che non abbiano esclusivamente natura commerciale»).

Pier Luigi Bersani.
ANSA

LA MANINA DEL PONTEFICE CON L'EUROPA?

Nel 2008 e nel 2010 venivano presentati in sede comunitaria due ricorsi destinati però a essere archiviati dall'allora commissaria Neelie Kroes. C'è chi si spinse persino a dire che dietro “il gran rifiuto” europeo vi fossero le pressioni del Pontefice in persona. I Radicali però avevano già pronto il ricorso alla Corte di Giustizia di Lussemburgo.

PATRIMONIO A RISCHIO CON L'AVVENTO DEL GOVERNO MONTI

In quegli anni l'Italia veniva investita dalla crisi economica. Il governo Berlusconi crollava sotto il peso dello spread e si insediava l'esecutivo dei tecnici. Non dovendo rincorrere gli elettori e avendo necessità di fare cassa, gli algidi professori iniziarono a guardare con bramosia al patrimonio della Chiesa. Solo un miracolo poteva salvarla dai tributi. «Il governo dica se asili nido e scuole parificate devono pagare la nuova Imu o no. È urgente un intervento chiarificatore», dichiarava allarmato l'allora vice presidente della Camera Maurizio Lupi (all'epoca Popolo della libertà). Per l’ex ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini si trattava «di un esagerato egualitarismo», fino ad arrivare al Consiglio della Regione Lombardia che in una nota informativa si diceva disposto a «intervenire con misure per scongiurare la chiusura» delle paritarie.

Mario Monti e Silvio Berlusconi.

LA GRANDE PROTESTA DEI SALESIANI

Ancora più dura la replica dei Salesiani chiamati in causa per il loro “tesoretto” di 140 scuole e 52 centri di formazione professionale: «Con riferimento al dibattito politico sull’eventuale applicazione dell’Ici-Imu anche alle paritarie, i Salesiani d’Italia precisano che l’applicazione di quell’imposta non sarebbe né giusta né equa». Il comunicato venne diffuso non solo ai media ma anche a tutti gli allievi, docenti ed ex studenti con relative famiglie (se si considera che all'epoca contavano di 25.487 studenti e 2.279 docenti solo nelle scuole, cui aggiungere i 24.779 allievi e 2.221 formatori dei corsi di formazione, si ha una vaga idea della portata della mobilitazione).

AGGRAVIO DI SPESA RIDIMENSIONATO

Ci fu chi arrivò persino a paventare un aggravio di spesa per lo Stato di 6 miliardi di euro. Cifre smentite da Andrea Gavosto di Fondazione Agnelli: «Se anche “per assurdo” tutte le scuole paritarie chiudessero e lo Stato dovesse riassorbirne gli allievi, il costo aggiuntivo sarebbe molto modesto. Infatti, nel complesso della scuola primaria e secondaria italiana il rapporto fra insegnanti e studenti resta uno dei più bassi a livello internazionale (22 allievi contro i 24 della media Ocse). Per accomodare i circa 400 mila studenti in più basterebbe aumentare di poco più di un’unità la composizione media di ciascuna classe».

SI PARLA DI OLTRE 100 MILA IMMOBILI TASSABILI

Questo limitando il discorso alle 9 mila scuole. Ma la Chiesa è proprietaria di migliaia di altri fabbricati, molti dell’Apsa (Amministrazione del patrimonio della sede apostolica), altri di Propaganda Fide (la Congregazione vaticana per l’Evangelizzazione dei Popoli). Impossibile anche solo avere stime precise. Si parla di oltre 100 mila immobili (tra cui 26 mila strutture ecclesiastiche e quasi 5 mila sanitarie, cui aggiungere gli alberghi – 300 nella sola Capitale). Se la Chiesa avesse correttamente versato il dovuto, di che cifre parleremmo? Secondo i tecnici dell'Istituto per la finanza e l'economia locale (Ifel) dell'Anci, la base imponibile sottratta dall'Ici supererebbe ormai i 171 miliardi di euro. Stime più prudenti parlano di 2 miliardi annui. La recente sentenza dovrebbe permettere all'erario di recuperarne almeno 4. Ma se il dovuto venisse calcolato dal 1992 si parlerebbe di una cifra di circa 12 miliardi.

L'ULTIMO "MIRACOLO" CON LA TASI RENZIANA

Riprendendo con la storia, il decreto salva-Italia fu molto duro con gli italiani aggiornando le rendite catastali e incrementando del 60% la base imponibile degli immobili, ma fu molto morbido con la Chiesa, introducendo sì l'uso misto degli edifici di proprietà degli enti non commerciali con le sole porzioni adibite ad attività di lucro soggette al pagamento dell'imposta (il problema è che la struttura ricettiva si doveva autodenunciare e al Comune spettava verificare se al suo interno si svolgeva un'attività commerciale), ma venne comunque spazzato via dopo due anni dal governo Renzi con l'introduzione della Tasi. Anche quella volta arrivò il miracolo. Almeno fino a oggi.

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