M5S Addetto Stampa Liguria Lorenzo Tosa
Politica
6 Novembre Nov 2018 1458 06 novembre 2018

Il M5s visto dall'ex addetto stampa Lorenzo Tosa

Si è dimesso dopo tre anni dalla comunicazione in Regione Liguria. E ora racconta i meccanismi del partito: «Si sceglie la linea seguendo i sondaggi: se il Paese va a destra, il Movimento lo segue». 

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«Non voglio scomodare Scientology, ma lì dentro c'è molto fideismo. Un principio di fedeltà, quasi come una setta, che a un certo punto non sono più riuscito a sopportare». Lorenzo Tosa da meno di una settimana è un ex per il Movimento cinque stelle: non è mai stato iscritto, però è stato per tre anni addetto stampa per la Liguria, una delle regioni più difficili e tribolate per i pentastellati nonostante abbia dato i natali a Beppe Grillo. L'addio di Tosa è indicativo di un certo mal di pancia che serpeggia tra chi si era avvicinato al Movimento da sinistra e adesso soffre l'alleanza di governo con la Lega. «Come fai a continuare a ripeterti, e a ripetere a tuo figlio», ha scritto Tosa in un post su Facebook, «che lo stai facendo per lui quando 200 uomini, donne e bambini vengono tenuti in ostaggio per giorni in mezzo al mare, nel silenzio da brividi di un’intera classe politica?».

Lorenzo Tosa, il primo a sinistra, vicino ad Alice Salvatore, plenipotenziaria M5s in Liguria.

DOMANDA. Tosa, cosa farà adesso?
RIPOSTA. Al momento, nonostante già mi accusino di aver pronta una candidatura con il Pd, purtroppo o per fortuna non ho niente di concreto. Ho lasciato un posto sicuro per l'ignoto, ma va bene così. Vorrei continuare nel giornalismo, nella comunicazione, nella politica anche.

Torniamo a tre anni fa.
Ero freelance, lavoravo per Il Fatto quotidiano, l'emittente locale Primocanale, agenzie di stampa. Seguivo le elezioni regionali e nonostante un'intervista un po' burrascosa che feci a Beppe Grillo, fui chiamato da Alice Salvatore che mi chiese di lavorare con loro in Regione. Lo presi come un segnale di apertura nei confronti anche di posizione non allineate. Ma mi sbagliavo.

Cosa c'è che non va nel Movimento a suo modo di vedere?
Diciamo che è stato un divorzio per tappe. All'inizio, sarà stato l'entusiasmo per il nuovo lavoro, ma non ho trovato grandi criticità che toccassero la mia coscienza. Il primo grosso momento di crisi l'ho avuto con il caso Genova, quando da un giorno all'altro la candidata che aveva vinto le primarie per il Comune, Marika Cassimatis, è stata messa da parte, sfiduciata dal capo che ti chiede di "fidarsi di lui". Un rovesciamento totale dei principi fondativi del Movimento e di qualsiasi forma di democrazia. Lì ho pensato di andarmene, ma ho messo sul piatto carriera, famiglia, ha vinto la mia parte più pratica quella volta.

Nel Movimento non ci sono avversari, ci sono nemici: le controparti politiche così come i giornalisti

Come si lavora nella comunicazione dei cinque stelle?
Penso di essermi avvicinato al loro lavoro senza preconcetti o paraocchi. Poi ho visto come viene definita la linea negli incontri nazionali e sono rimasto molto perplesso. Prevale una fortissima volontà di delegittimazione dell'avversario e c'è una totale mancanza di confronto. Ci si riunisce in queste salette-bunker, spesso in un albergo a Milano, e la linea viene dettata a livello nazionale con gli addetti alla comunicazione che si muovono tutti come soldatini, eseguendo in batteria strategie definite altrove sulla base dei sondaggi, non certo su impostazioni politiche autonome. Basti vedere la vicenda dei vaccini. Nulla viene lasciato al caso. È un approccio settario che credo abbia preso piede con l'arrivo di Rocco Casalino e Ilaria Loquenzi e il taglio dei “rami secchi”.

Parla dei dissidenti, che se ne sono andati via nel corso degli anni.
I dissidenti fanno parte della logica del Movimento, sono assolutamente un prodotto di quello che è diventato il M5s. C'è una selezione darwiniana basata sulla fedeltà. Ogni persona critica che se ne va lascia posto a un fedelissimo e il nucleo centrale si rafforza.

Come viene gestito il confronto con gli avversari politici?
Non ci sono avversari, ci sono nemici. E sono nemici le controparti politiche così come i giornalisti non graditi. Da una parte si tenta di offrire un'immagine rassicurante nelle dichiarazioni televisive, dall'altra si agitano orde di simpatizzanti sul web senza mai prendere le distanze da campagne di delegittimazione anche molto violente, comunicazioni basate su fake news clamorose, o sciocchezze inenarrabili, penso ancora al caso vaccini. Si sono rincorsi gli hater, fino a quando è arrivato qualcuno che era più bravo a farlo: Matteo Salvini.

La principale critica che rivolge al M5s è quella essere subalterno alla Lega, al sovranismo e al populismo.
Ho creduto che si potesse fare un lavoro professionale senza mettere in gioco i propri valori e la propria coscienza, ma mi sbagliavo. Quando ho sentito minacciati valori come il multiculturalismo, l'europeismo, la fiducia nella scienza medica, quando si sono messi in discussione diritti come l'aborto, o il divorzio, non me la sono sentita più di continuare.

Il Movimento è diventata la leva che ha aperto le porte a Salvini

Cosa aveva visto nel Movimento che non c'è più?
Una voce contro, una voce di rottura, in qualche modo genuina contro governi di destra e sinistra che non avevano dato un gran spettacolo. C'era una prateria soprattutto a sinistra, ma anche a destra. Da lì però si è costruito un partito sul vuoto pneumatico di valori, visioni, competenze dove conta solo quello che dicono i sondaggi, il 51% degli elettori. Se il Paese va a destra, il Movimento va a destra. Così è successo il contrario di quello che diceva Grillo: invece di essere argine al fascismo, il Movimento ha finito per fargli da apripista. Un movimento che, quantomeno a parole, si dichiarava ambientalista, rispettoso della Costituzione, antifascista, non violento, è diventato la leva che ha spalancato le porte a Salvini e al salvinismo, sulla scia della peggior destra del Pianeta, quella di Trump, Bolsonaro, Le Pen (leggi anche: il confronto tra il governo giallo-verde e Bolsonaro).

Nei suoi messaggi negli ultimi giorni sui social network insiste molto sull'appuntamento delle Europee.
Sì, perché credo sia uno snodo cruciale per i prossimi 20 anni. In gioco ci sono due idee di mondo: globalismo e sovranismo, diritti civili e oscurantismo. Oggi l'Europa potrebbe anche sparire e mi chiedo se non sia venuto il momento di tornare a fare politica nelle città, nelle piazze. Io adesso sono fuori da tutto e non sono nessuno, ma vorrei anche fare un appello alla sinistra progressista perché si apra ai giovani. Io ho trovato sempre le porte chiuse e tanti, come me, hanno bussato altrove. Tanti giovani sono finiti su quel versante dove mi sono trovato anche io e adesso vogliono dialogare con chi la pensa come loro, vogliono confrontarsi perché il nemico è troppo grande per sconfiggerlo con la battaglie dei congressi, o con la competizione tra partitini tra chi è più a sinistra.

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