I 400 colpi
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Politica
8 Novembre Nov 2018 0914 08 novembre 2018

La maggioranza implode, ma il Pd rischia di farlo prima

Mentre l'alleanza tra M5s e Lega si sfalda, i dem sono ancora senza segretario e su primarie e congresso non c'è chiarezza. In caso di elezioni anticipate l'opposizione sarebbe totalmente impreparata.

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Una delle regole per chi sta all’opposizione è quella di essere sempre pronto a diventare forza di governo. Perché l’occasione arriva quando meno te l’aspetti, e non farsi cogliere impreparati dovrebbe essere requisito minimo per chi fa politica con qualche ambizione. Dico questo nei giorni in cui sta accadendo l’impensabile, ovvero che la granitica maggioranza gialloverde, dallo scorso giugno alla guida del Paese, mostra vistosi segni di sfaldamento. Inopinatamente qualcosa si è inceppato in quella che sembrava essere una marcia trionfale accompagnata dal favore dei sondaggi, e quel qualcosa è quasi interamente da attribuire ai mutati rapporti di forza che tenevano in equilibrio l’alleanza tra due partiti eterogenei.

Dal voto del 4 marzo, la Lega ha quasi raddoppiato i suoi consensi, i grillini li hanno visti progressivamente erodersi. Insieme fanno ancora una poderosa armata che rappresenta la maggioranza assoluta degli elettori, ma la già di per sé difficile coesione vincolata a un contratto che doveva funzionare da deterrente della loro diversità mostra la corda. Tanto che da più parti avanza l’idea che dopo le elezioni europee di primavera, che serviranno anche da conta interna, si debba tornare alle urne, semplicemente perché Matteo Salvini non resisterà alla tentazione di capitalizzare il vento che lo spinge. Magari forte del fatto che la situazione economica è talmente peggiorata da costringerlo a sbarazzarsi di un alleato con una pervicace propensione ad aumentare la spesa corrente a discapito di quella produttiva. In una parola, a fare deficit.

L'OPPOSIZIONE DEL PD TOTALMENTE INADEGUATA

Comunque sia, in questi casi l’opposizione deve essere attrezzata per proporsi come forza alternativa. Il timore invece è che essa possa essere sorpresa da elezioni anticipate che la vedono totalmente inadeguata a combattere la sua battaglia. Quando parliamo di opposizione, a scanso di equivoci, ci riferiamo unicamente al Pd, perché consideriamo ineluttabile la dissoluzione di Forza Italia con l’evidente fine politica del suo fondatore. E per il Pd la prospettiva è davvero cupa, visto il suo drammatico ritardo in tema di proposta politica e organizzazione. Il primo aspetto lo tralascio, se ne è scritto a iosa e rimando per chi ci legge alle puntuali analisi di Peppino Caldarola sullo stato del partito e più in generale della sinistra che quotidianamente propone su Lettera43.it.

Matteo Renzi e Nicola Zingaretti.

Il secondo non è meno inquietante. Al momento il Pd è senza un segretario (per a verità lo è dall’indomani del 4 marzo poiché Maurizio Martina faceva funzioni di reggente), vuol fare le primarie per nominarlo ma non ha ancora stabilito quando, se non una vaga indicazione che rimanda al lontanissimo febbraio. E soprattutto, dopo aver proclamato la necessità di tenere un congresso, continua a procastinarne l’intenzione. Il risultato è paradossale: il partito non ha un segretario ma continua a essere condizionato dall’ex che sta tessendo la tela di una sua possibile fuoriuscita. Parliamo ovviamente di Matteo Renzi. Ufficialmente ha un solo candidato, Nicola Zingaretti, in attesa che Marco Minniti sciolga la sua prolungata riserva, che Martina decida ufficialmente di voler correre, e che altri si facciano avanti. Il rischio è, viste le ambizioni di molti, di avere le primarie con la più numerosa lista di candidati che mai via abbia partecipato. Risultato: se l’attuale maggioranza dovesse implodere, salvo miracoli è da escludere ogni ipotesi di alternanza. La stagione del Pd all’opposizione appare dunque lunghissima ed esposta al logoramento di chi, a otto mesi dal voto e quasi 2 anni dal referendum, non ha ancora fatto i conti con le ragioni della sua sconfitta.

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