Testo Decreto Pillon Manifestazione 10 Novembre 2018 Roma
Politica
9 Novembre Nov 2018 2216 09 novembre 2018

Luci e ombre sul disegno di legge Pillon

Sabato manifestazioni di protesta in più di 50 città italiane. Il testo è farraginoso e necessita di correzioni. Ma è difficile negare che in Italia, sul tema dell'affido condiviso dei figli, ci sia qualcosa da migliorare.

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Sabato 10 novembre, in più di 50 piazze italiane, sono in programma manifestazioni di protesta contro il disegno di legge sull'affido condiviso dei figli, arrivato in commissione Giustizia al Senato. Il primo firmatario è Simone Pillon, avvocato cassazionista e senatore della Lega, noto per essere uno degli organizzatori del Family Day e per le sue prese di posizione contro l'aborto e contro le unioni civili. Basterebbe questo per spiegare il carico di polemiche che il provvedimento si porta dietro. Eppure, sebbene si tratti di un testo farraginoso, che lo stesso leader del Movimento 5 stelle Luigi Di Maio ha detto di voler modificare «perché così non va», è difficile negare che in Italia sul tema dell'affido ci sia qualcosa da migliorare.

È SEMPRE GIUSTIFICATO PREFERIRE LA MADRE?

Il criterio della maternal preference, in virtù del quale a parità di capacità genitoriale si tende a preferire la madre nella decisione sul collocamento dei minori, è sempre giustificato? Di sicuro c'è che tentare di superarlo per dare dignità paritetica a entrambi i genitori è considerato giusto da larga parte dell'opinione pubblica. Il disegno di legge, tuttavia, persegue questo fine introducendo una serie di rigidità che preoccupano anche gli addetti ai lavori. Non è detto, infatti, che codificare una regola fissa in base alla quale «salvo diverso accordo fra le parti, deve in ogni caso essere garantita alla prole la permanenza di non meno di 12 giorni al mese, compresi i pernottamenti, presso il padre e presso la madre, salvo comprovato e motivato pericolo di pregiudizio per la salute psico-fisica del figlio minore», sia il modo migliore per garantire la bigenitorialità perfetta.

UN POTERE CONTRATTUALE NEL PROCESSO DI SEPARAZIONE

D'altra parte anche la rigidità che si è venuta a creare nel nostro sistema con il collocamento privilegiato alla madre, e che spesso relega il padre a un ruolo marginale, andrebbe affrontata in maniera adeguata. È un fatto che il disegno di legge sia avversato soprattutto dalle donne, che saranno protagoniste anche delle mobilitazioni di sabato. Ed è altrettanto pacifico che, non assecondando il principio della maternal preference, il provvedimento finisca per togliere loro un po' di potere contrattuale nell'ambito del processo di separazione. Come ben sanno gli avvocati divorzisti, infatti, le rivendicazioni economiche che le donne possono avanzare in quella sede dipendono in larga misura proprio dal collocamento privilegiato dei figli presso le madri, circostanza che ha sempre dato loro una certa forza.

I FIGLI COME STRUMENTO DI RIVENDICAZIONE SALARIALE

In Italia, d'altra parte, spesso la cura dei figli è delegata alle madri. Mentre nel mondo del lavoro non è stata ancora raggiunta quella parità cui le donne aspirano. Il gap c'è, dal momento che nel nostro Paese solo il 49% delle donne lavora, quasi sempre con retribuzioni inferiori a quelle maschili, e si ripropone anche in caso di separazione. Ma nella misura in cui la società va (o dovrebbe andare) verso una struttura familliare nella quale i compiti sono ripartiti, non sarebbe un oltraggio se ciò avvenisse anche quando una relazione si interrompe. In troppe occasioni, al contrario, i figli si trasformano loro malgrado in uno strumento di rivendicazione salariale, con modalità rivendicative che diventano premianti per chi le mette in atto all'interno di una separazione.

NEL MIRINO DEL DDL L'ASSEGNO PEREQUATIVO

Assieme alla maternal preference, il disegno di legge punta a contrastare anche l'istituto dell'assegno perequativo. L'obiettivo non è cancellarlo totalmente, ma rendere possibile farvi ricorso da parte del giudice «ove strettamente necessario e solo in via residuale», come si legge all'articolo 11. La normalità diventerebbe quindi il mantenimento diretto dei figli, sia per le spese ordinarie che per quelle straordinarie, a carico di entrambi i genitori in misura proporzionale al reddito. Qualora la madre fosse priva di reddito, tutte le spese toccherebbero al padre. Il quale però non corrisponderebbe più alla ex compagna una cifra forfettaria, ma pagherebbe direttamente le spese vive o una somma a fronte di fattura.

Simone Pillon.
ANSA

UN PIANO GENITORIALE DIFFICILE DA APPLICARE

Una delle maggiori criticità del provvedimento sta proprio qui. Misura e modalità del mantenimento diretto dei figli, infatti, secondo il ddl devono essere indicate nel cosiddetto piano genitoriale, addirittura attribuendo a ciascun genitore specifici capitoli di spesa. Ma l'idea del piano è molto difficile da applicare nella pratica. Innanzitutto perché la famiglia non è una Spa. E poi perché nel piano dovrebbero rientrare: luoghi abitualmente frequentati dai figli; scuola e percorso educativo; eventuali attività extrascolastiche; frequentazioni parentali e amicali; vacanze. Ma come possono due persone che si stanno separando, magari in maniera conflittuale, mettere nero su bianco un accordo così dettagliato?

A MILANO SI SPERIMENTA RICORRENDO AI GIUDICI ONORARI

Il piano genitoriale, a sua volta, deriva da un obbligo che viene imposto alla coppia che decida di separarsi: iniziare un percorso di mediazione familiare. Anche l'introduzione di questo istituto pone delle perplessità. In Italia, del resto, lo strumento della mediazione stenta a decollare già nel processo civile, ed è difficile immaginare che possa funzionare nel campo del diritto di famiglia. Alternative più semplici non mancherebbero. A Milano, per esempio, ma anche in altre città d'Italia dove la bigenitorialità non è affatto un miraggio, si è sperimentato il ricorso ai giudici onorari. Una sede diversa dal tribunale, quindi, nel tentativo di stemperare i conflitti ed evitare contenziosi esasperati e violenti.

CLIMA DI POLEMICHE DELETERIO

In conclusione, dei correttivi al ddl Pillon sono necessari. Ma rinunciare a intervenire lascerebbe inalterati i problemi attuali dell'affido. Il discorso vale anche sul fronte delle misure per contrastare l'alienazione genitoriale, obiettivo condivisibile in linea di principio, purché però venga sempre privilegiata la tutela del minore. Il testo del disegno di legge, su quest'ultimo punto, è scritto in maniera poco lineare. Da una parte, infatti, all'articolo 11, si prevede che in caso di violenza, abuso sessuale, trascuratezza, indisponibilità di un genitore o inadeguatezza evidente degli spazi di vita, venga meno l'obbligo di trascorrere almeno 12 giorni al mese con il padre o con la madre, a seconda di quale sia il genitore colpevole di tali reati o che si viene a trovare in una di queste situazioni. Dall'altra, però, all'articolo 12, è scritto che il giudice «in ogni caso deve garantire il diritto del minore alla bigenitorialità», anche qualora a causa dei motivi sopra richiamati disponga l'affidamento dei figli a uno solo dei genitori. Una formulazione ambigua, che mira a limitare la discrezionalità dei magistrati e può generare degli equivoci, contribuendo ad alimentare un clima di polemiche che rischia di rivelarsi deleterio per il dibattito pubblico.

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