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MAMBO
20 Novembre Nov 2018 0919 20 novembre 2018

Minniti-Zingaretti replay dello scontro Veltroni-D'Alema?

Primarie del Pd: l'ex ministro dell'Interno ha tutte le caratteristiche dei daleminani e il governatore del Lazio parla come un veltroniano. Ma a differenza dei due vecchi leader, i due candidati non vogliono farsi del male.

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Anche se non piacerà l’esempio ai protagonisti, ma lo scontro Zingaretti-Minniti (Martina, ti prego, lascia perdere, sono ormai troppi i candidati!), sembra la ripetizione in formato bonsai dello scontro D’Alema-Veltroni di un secolo fa. Con due precisazioni. D’Alema e Veltroni erano molto amici prima di diventare molto nemici. Quando la direzione del Pds decise di mandare Veltroni all’Unità, fu D’Alema chiamare me e Sansonetti, due vice di Renzo Foa dimissionario, per dirci senza tanti giri di parole che che dovevamo accoglierlo e trattare bene perché il “partito” puntava su di lui.

L’altra differenza è che oggi non sappiamo chi sostiene chi. Nel senso che Veltroni potrebbe sostenere Minniti, che dopo l’abbandono di D’Alema si rivolse a lui, oppure Zingaretti, alla testa di quel partito romano di cui Veltroni è padre, figlio, cugino, insomma un parente stretto. D’Alema, invece, all'inizio aveva una netta preferenza verso Zingaretti ma non sono certo che oggi sia certo della sua prima scelta.

ZINGARETTI PARLA COME VELTRONI, MINNITI DALEMIANO DOC

Perché lo scontro fra i due candidati ricorda quello di tanti anni fa fra i due protagonisti poi rottamati da Matteo Renzi? Perché Zingaretti, che ha vinto tutte le elezioni a cui ha partecipato, parla come un veltroniano doc anche se dovrebbe dire al suo capo-ufficio stampa di chiedere al Tg1 di non mandare in video sempre quella sua immagine mentre sbadiglia, si passa la mano sugli occhi e si addormenta in un convegno che si sarà tenuto chissà dove. Minniti è un dalemiano nel senso che non solo era un fedele sostenitore del capo, non solo lo seguì di corsa al governo quando capì che con D’Alema premier non sarebbe stato lui il successore perché l’accordo Walter-Massimo prevedeva che il partito andasse a Veltroni, ma soprattutto perché è un vero politico professionista come l’ex deputato di Gallipoli.

Marco Minniti.
ANSA

L'EX MINISTRO DELL'INTERNO NON HA MAI VINTO UN'ELEZIONE

Questa categoria di dalemiani, gente spesso simpatica e diversa, molti con la propensione agli affari, si immaginavano di essere i dottori House della sinistra. C’è un problema? Arriviamo noi che con modi bruschi mettiamo tutto a posto. Per questo furono amati-odiati e nell’insieme crearono la fortuna del grande capo ricevendone in cambio notorietà, ruoli importanti e miglioramenti netti nel tenore di vita. Minniti, a differenza di Zingaretti, non ha vinto una elezione né nella sua Calabria e neppure nello scorso voto politico pur combattendo contro un candidato inesistente. Però si è fatto una fama nazionale e anche internazionale, mentre Zingaretti viaggia nell’agro romano anche se il cognome lo porta in tutta Italia.

IN GIOCO IL FUTURO DEL PD E DELLA SINISTRA

La vera differenza tra lo scontro fra di loro e quello dei loro fratelli maggiori è che Minniti e Zingaretti non hanno la voglia di farsi del male reciprocamente, mentre Massimo e Walter, spinti anche dai loro catastrofici suggeritori, si sono picchiati come fabbri. Se fossimo in una situazione tranquilla si potrebbe dire: che vinca il migliore. La scelta fra i due è affidata a sensibilità molto particolari e dai confini molto sottili. Tuttavia non siamo in una situazione ordinaria ma in una straordinaria e il tema non è chi vincerà fra i due ma se riusciranno, l’uno o l’altro o insieme, a far provare agli italiani un qualche interesse verso questo scontro che appare un rito lussuoso per un partito che non schioda dal 17-18% e che Renzi vuole svuotare con i suoi comitati civici.

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