Sequestro Orlandi Ambiguità Vaticano
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26 Novembre Nov 2018 1121 26 novembre 2018

Sequestro e sparizione, le ambiguità vaticane sul caso Orlandi

Dopo che il ritrovamento delle ossa nella Nunziatura non ha riservato sorprese, resta la sensazione che Oltretevere non si sia fatto tutto per diradare le ombre sulla scomparsa di Emanuela.

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Non hanno riservato nessun colpo di scena le ossa ritrovate nella Nunziatura apostolica in Italia lo scorso 30 di ottobre. Durante i lavori di ristrutturazione nello scantinato di un edificio secondario della rappresentanza diplomatica vaticana, erano venuti alla luce resti macabri: uno scheletro e vari frammenti ossei. La segreteria di Stato aveva avvertito la procura di Roma del ritrovamento chiedendo la collaborazione della magistratura italiana, quest’ultima aveva ipotizzato il resto di omicidio e affidato ai laboratori specializzati gli esami delle ossa allo scopo di scoprire quanto più possibile sui resti sorprendentemente riapparsi.

Gli esami, protrattisi più di quanto non fosse stato detto in un primo momento, hanno infine dimostrato che le ossa appartengono a un uomo e che risalgono a un periodo precedente al 1964. Si tenga conto che la Nunziatura ha sede nella bella villa Giorgina situata in via Po dal 1959, e solo dal 1949 la struttura appartiene al Vaticano. Se dagli ulteriori accertamenti in corso ne nascerà un ‘giallo’ d’altri tempi, un cold case, o se si tratta di tracce ancora più antiche, si vedrà, di certo né Emanuela Orlandi Mirella Gregori sono state sepolte nella sede diplomatica, per quanto appetibile sotto il profilo romanzesco apparisse l’ipotesi.

L'ingresso della Nunziatura a Roma.
ANSA

In tal senso il caso Orlandi è destinato a restare tenacemente un mistero irrisolto, un rompicapo dai troppi enigmi, sorta di labirinto in cui si sono intrecciate irresistibilmente le scorie dell’ultimo tratto del secolo scorso ancora ardenti sotto la cenere: depistaggi, guerra fredda, cronaca nera, bande criminali, scandali finanziari e ipotesi di un delitto a sfondo sessuale. C’è da dire che il lavoro dei numerosi magistrati misuratisi con il caso ha portato più facilmente alla pubblicazione di libri suggestivi che a conclusioni processuali concrete. E anche il Vaticano nel corso di questi decenni, chiamato in causa a torto o a ragione nella vicenda, non ha brillato per coerenza e trasparenza.

LA PISTA DEL SEQUESTRO TRAPELA DALLE PAROLE DEL VATICANO

Forse bisogna tornare ai fondamentali: si tratta di un caso di scomparsa o di sequestro? Se il sequestro si configura sempre come forma di privazione della libertà di qualcuno, qui sembra mancare il movente: estorsione, terrorismo, eversione, ricatto, nessuna di queste o altre ipotesi è stata provata dalle numerose indagini giudiziarie o giornalistiche. Emanuela è scomparsa a Roma nel tardo pomeriggio del 22 giugno del 1983; i molti depistaggi politici susseguitisi allo scopo di stabilire un legame fra la scomparsa di Emanuela e l’attentato a Giovanni Paolo II del 1981 si sono appunto rivelati infondati, privi di riscontri oggettivi. Lo stesso dicasi per diverse altre piste simili. Tuttavia, la lunga nota diffusa il 14 aprile del 2012 dall’allora direttore della Sala stampa della Santa Sede, padre Federico Lombardi, in seguito alla comparsa di varie notizie «sulla stampa italiana», parlava inequivocabilmente di «sequestro» fin dal titolo.

Nella nota, che in modo circostanziato cercava di dimostrare come da parte vaticana vi fosse state sempre «piena collaborazione» con le autorità italiane durante le indagini, si legge per ben 12 volte la parola «sequestro» in relazione al caso Orlandi, e solo tre volte ci si riferisce alla vicenda con il termine «scomparsa», per altro mai direttamente ma solo in via generale per fare riferimento alla necessità di opporsi alla «realtà terribile e spesso dimenticata che è costituita dalla scomparsa delle persone, in particolare di quelle più giovani…». Solo un caso? Una sorta di sintesi linguistica quasi automatica (è scomparsa, quindi è stata sequestrata), o padre Lombardi – con il placet probabile della segreteria di Stato cui la nota sarà stata presumibilmente sottoposta prima della diffusione - ripete un termine con il quale, in modo abituale, Oltretevere si fa riferimento alla vicenda Orlandi? E in questo caso, perché?

QUELLE ALLUSIONI DI PADRE LOMBARDI

Resta la sensazione, avvalorata pure da quanto affermato da giudici e inquirenti, che da parte vaticana non si sia fatto tutto - in un tempo ormai lontano - per diradare le ombre sulla scomparsa di Emanuela Orlandi, vere o frutto di illazioni che fossero. Interessante, in tal senso, l’appunto scritto ancora da padre Lombardi fra la fine del 2011 e l’inizio del 2012 (il testo rientrava, per dirla in breve, nei documenti trafugati all’epoca del primo Vatileaks e poi diffusi e pubblicati), in cui il religioso faceva una breve relazione al segretario di Benedetto XVI, don Georg Gaenswein, su un libro dedicato al caso di Emanuela scritto dal giornalista Fabrizio Peronaci e dal fratello della ragazza, Pietro Orlandi.

Padre Federico Lombardi.

Padre Lombardi aveva buon gioco a mostrare, senza toni polemici, i vari limiti delle teorie esposte volume, faceva però alcune considerazioni finali fra cui una che ci sembra particolarmente significativa: «Ha senso», scriveva il direttore della Sala stampa vaticana, «approfondire ancora la questione con qualche autorevole testimone che occupasse già a quel tempo qualche posto di responsabilità e che sia quindi in grado di dare un’informazione o un’opinione informata per un giudizio più sicuro e adeguato sul caso? Lascio a Lei la domanda. Sono naturalmente disponibile a parlare sul tema, anche se la mia competenza è limitata a pochissime letture…».

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