Def E Manovra
Def e manovra
Reddito cittadinanza Coperture card diMaio Laura Castelli
Politica
3 Dicembre Dic 2018 1021 03 dicembre 2018

Tutti i punti oscuri del reddito di cittadinanza

Le coperture scomparse. I costi ballerini. La platea incerta. E il pasticcio delle card. La misura del M5s è ancora in alto mare. 

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Nel mese di dicembre il governo dovrà obbligatoriamente licenziare la manovra economica. Eppure ancora non ha preso corpo una delle sue più importanti costole (nonché voci di spesa): il reddito di cittadinanza. A pochi giorni dalla discussione in Aula si sa ancora molto poco sulla misura di inclusione che non è nemmeno presente nei 54 emendamenti appena giunti in commissione. Quindi cosa conosciamo finora?

Anche il programma elettorale con cui Movimento 5 Stelle si è presentato alle Politiche del 4 marzo era piuttosto fumoso e si limitava a enunciare lo stanziamento di «oltre 2 miliardi per la riforma dei centri per l'impiego», senza però fare riferimento alle cifre da allocare per la misura in sé, cioè l'assegno da 780 euro al mese per chi è disoccupato e in situazione di indigenza. A chi chiedeva lumi in merito veniva puntualmente risposto che le coperture erano già state trovate da cinque anni.

IL DISEGNO DI LEGGE DEL 2013

In effetti, il 29 ottobre 2013, i grillini depositarono il disegno di legge 1148 sul reddito di cittadinanza, con – all'articolo 20 – una indicazione sommaria di costi e coperture: «Agli oneri derivanti dall’attuazione, valutati nel limite massimo di 16.961 milioni di euro per l’anno 2015 e di 16.113 milioni di euro per il 2016», si legge nel testo, «si provvede mediante utilizzo delle maggiori entrate derivanti dalle seguenti disposizioni: è modificata la misura del prelievo erariale unico attualmente applicato sui giochi ed eventuali addizionali; le dotazioni finanziarie iscritte nello stato di previsione del ministero della Difesa sono accantonate per essere riassegnate all’entrata del bilancio dello Stato; ai membri del Parlamento è corrisposta inoltre una diaria a titolo di rimborso delle spese di soggiorno a Roma. Gli Uffici di Presidenza delle due Camere ne determinano l’ammontare in misura non superiore all’importo lordo di euro 3.500; a decorrere dal primo gennaio 2015 è istituita un’imposta progressiva sui grandi patrimoni mobiliari e immobiliari determinata e percepita dallo Stato...».

LE COPERTURE? «SONO GIÀ STATE BOLLINATE»

Insomma, si era convinti che bastasse razionalizzare la spesa, colpendo il settore della Difesa e i costi della politica romana, con l'aggiunta della tassa sul gioco d'azzardo e una patrimoniale di montiana memoria, perché si coprisse la misura. Il 4 marzo 2015, uno dei maggiori frontman del Movimento, Alessandro Di Battista, annunciò in modo tronfio: «La proposta costa 15,5 miliardi e le coperture sono già state ottenute e bollinate dalla Ragioneria dello Stato».

LA SPONDA DELL'ISTAT

Almeno sui costi, il M5s trovò una sponda importante nell'allora presidente di Istat, Giorgio Alleva, che, ascoltato alla commissione Lavoro del Senato l'11 luglio 2015 proprio sulla misura pentastellata, dichiarò: «Il costo totale era stimato in 15,5 miliardi di euro in un’ipotetica applicazione nel 2012». «Il costo totale del sussidio nel 2015 è stimato in circa 14,9 miliardi. Meno rispetto al 2012 perché nel 2015 è presente il bonus di 80 euro mensili che, aumentando il reddito disponibile di una parte delle famiglie interessate dal provvedimento, riduce la quota complessiva da erogare». Secondo la simulazione Istat, la misura sarebbe stata indirizzata a 2 milioni e 759 mila famiglie.

I CALCOLI DELL'INPS: COSTI TRA I 35 E I 38 MLD

Chi invece ha sempre messo in dubbio i costi stimati dal Movimento è il presidente dell’Inps, Tito Boeri. Il 15 aprile 2018, ospite della trasmissione Mezz’ora in più, Boeri dichiarò (qui il video a 48’ 50’’): «La proposta dei cinque stelle, così come l’abbiamo rivalutata di recente, arriva a costare fino a 35-38 miliardi». Boeri del resto non concordò neppure con il ddl originario del reddito di cittadinanza, come disse in un'altra occasione: «Lo valutammo nel 2015 e costava attorno ai 29 miliardi», suggerendo una formula alternativa: implementare di 4 miliardi i fondi destinati al Reddito di inclusione (sussidio di 187,50 euro per un costo complessivo attuale per lo Stato pari a 3 miliardi) così da coprire l'intera platea in condizione di indigenza con un esborso massimo di 9 miliardi annui.

Luigi Di Maio con la sottosegretaria all'Economia del M5s Laura Castelli.

I PALETTI DELLA CASA E DELLE SANZIONI

Insomma, le cifre sono discordanti e non esistono ancora quelle ufficiali del governo. Molto dipende dalla platea che si intende raggiungere. Qualcosa come si è visto può cambiare sensibilmente anche dalla decisione di tenere in piedi o meno gli 80 euro di Matteo Renzi. Resta il fatto che, proprio sulla platea che beneficerà della misura di inclusione sociale, sembrano esserci ancora parecchi dubbi da parte degli stessi rappresentanti di Movimento 5 stelle. Il 2 ottobre il vicepremier Luigi Di Maio parlando a Rtl 102.5 dichiarava: «Se hai un appartamento e chiedi il reddito di cittadinanza, dai 780 euro ti viene stornato il cosiddetto “affitto imputato”, quindi arrivi a circa 400 euro». Una esternazione che aveva inquietato parte dell'elettorato grillino. Non pago, pochi giorni dopo, sempre Di Maio durante un question time al Senato, specificava che il governo non voleva dare «un solo euro a chi sta sul divano» e che la card a 5 stelle «non permette l’evasione o spese immorali», ma consente solo di «assicurare la sopravvivenza minima per l’individuo». E chi fa il furbo «si becca sei anni di galera per dichiarazioni non conformi alla legge».

LA FIGURA DEL TUTOR-NAVIGATOR

A Radio Radicale sempre Di Maio ha poi detto (6'20”) che ciascun beneficiario sarà affiancato da un «tutor o navigator» che «lo raggiungerà dovunque egli sia e gli dirà: "Guarda se tu prendi il reddito devi fare quello che ti dico, i lavori di pubblica utilità che ti indico”» perché quel tutor «prenderà un bonus se farà assumere quella persona», segnalando al ministero eventuali inadempienze dell'assistito.

CONFUSIONE SULLA PLATEA DEI BENEFICIARI

Non contento della confusione che stava generando, il 18 ottobre scorso, ospite della trasmissione televisiva W L'Italia, il vicepremier Di Maio dichiarava (a 3' 15”): «Il 47% delle famiglie destinatarie sarà al Nord». Frase non casuale, dato che la misura sta facendo mugugnare soprattutto l'elettorato leghista, localizzato in gran parte al Settentrione e convinto di trovarsi di fronte l'ennesima trovata assistenzialista per il Sud. Frase non casuale, appunto, ma soprattutto non veritiera. Già Alleva, durante l'audizione in Senato, disse che i maggiori beneficiari sarebbero state le famiglie del Mezzogiorno. Inoltre, secondo l’ultimo rapporto Istat sulla povertà in Italia, relativo al 2017, le persone al di sotto della soglia di povertà relativa sono 9,368 milioni. Di queste: 5,842 milioni vivono nel Sud e Isole, 1,263 milioni nel Centro e 2,263 milioni nel Nord.

LO SCIVOLONE DELLE CARD

Questi numeri ci permettono di comprendere che, nonostante i soldi necessari ad attuare il reddito siano aumentati esponenzialmente, la coperta sarà comunque corta: il 22 novembre a PiazzaPulita Di Maio aveva affermato di avere «dato mandato di stampare i primi 5-6 milioni di tessere elettroniche», diventate (forse per media aritmetica) 5,5 per la sottosegretaria all'Economia Laura Castelli ospite pochi giorni dopo a Otto e Mezzo.

Ulteriore inciampo dell'esecutivo sulla strada per attuare la misura, dato che sarebbe impensabile procedere alla stampa senza avere prima una legge (o almeno un decreto) che disponga in tal senso, tant'è che poi lo stesso vicepremier ha dovuto ingranare la retromarcia e spiegare: «Ho dato mandato al mio staff di lavorare con Poste Italiane». Ma, soprattutto, se i poveri con diritto sono 9,3 milioni, perché le tessere saranno solo 5,5? L'ennesimo mistero di una misura della quale non si conosce ancora né la portata, né la platea, né eventuali blocchi su determinati circuiti. Sappiamo solo ciò che il governo aveva messo nero su bianco nel Documento programmatico di bilancio 2019 (la “bozza” della finanziaria), ovvero che tutto verrà definito nel dettaglio da un disegno di legge allegato successivamente. Ddl che stiamo ancora aspettando.

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