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Politica
5 Dicembre Dic 2018 0901 05 dicembre 2018

Marco Minniti, Matteo Renzi e la psicoanalisi

Se l'ex ministro dell'Interno avesse letto Freud, non si sarebbe mai fidato dell'endorsement dell'ex premier alla sua candidatura alle primarie del Pd.

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È cosa nota, gli storici ne hanno scritto in abbondanza, che Josif Stalin odiava la psicoanalisi. Il dittatore comunista la considerava una disciplina che inquinava le coscienze, una degenerazione borghese che corrompeva le anime nobili del proletariato, che inoculava il seme del dubbio nelle granitiche certezze del radioso avvenire socialista. Quindi la combattè con tutti i mezzi, cioè i suoi, che non erano proprio dei blandi richiami all’ordine. L’eliminazione fisica degli analisti, o la loro deportazione nei campi di lavoro, iniziò negli Anni 20, e l’ultima scuola a essere purgata fu quella della Georgia, guarda caso la Repubblica sovietica dove Stalin nacque. Più o meno 10 anni dopo che Sigmund Freud a Norimberga aveva battezzato una sorta di internazionale della psicanalisi che raggruppava scuole di tutta Europa.

MINNITI AVREBBE DOVUTO DIFFIDARE DELL'ENDORSEMENT DI RENZI

Ebbene, leggendo i retroscena che preludono al possibile ritiro di Marco Minniti nella corsa alla segreteria del Pd, mi sono venuti in mente Stalin e la psicanalisi. Forse perché la formazione dell’ex ministro dell’Interno è genuinamente (e crediamo anche orgogliosamente) comunista - fu nella Fgci quando la federazione giovanile era un incubatore di talenti e poi segretario del partito a Gioia Tauro – forse perché allora, ancorché laureato in filosofia, condivideva il giudizio, non certo i metodi, del dittatore sull’indagine del profondo. Altrimenti non si spiega la sua odierna meraviglia sulla tiepidezza con cui Matteo Renzi sta accompagnando la sua corsa, dopo che lo stesso ex premier aveva indicato proprio in lui il suo candidato per la segreteria

Renzi risponde a pulsioni che lo obbligano a essere sempre al centro del mondo, protagonista assoluto

. Perché se Minniti avesse letto L’introduzione al narcisismo di Freud, un non ponderoso ma fondamentale libro del filosofo austriaco, di certo non si sarebbe fidato dell’endorsement renziano. Anzi, ne avrebbe sommamente diffidato. Avrebbe capito che, come tuti i narcisisti, Renzi risponde a pulsioni che lo obbligano a essere sempre al centro del mondo, protagonista assoluto. Un po’ come l’altro grande narciso della politica italiana, Silvio Berlusconi, e detto all’ingrosso, il fiorentino non può che spingere se stesso. Ovvero finalizzare tutto alla sua affermazione, non quella di un altro, se pur compagno di partito.

L'OMBRA DEI COMITATI CIVICI SULLA CANDIDATURA ALLE PRIMARIE

È il limite dei narcisi, che solitamente viene bilanciato da una straordinaria energia che ne sostiene l’ambizione a primeggiare. Infatti, dal punto di vista del carisma e dell’intraprendenza, Renzi non ha rivali all’interno del Pd. È talmente intraprendente che la sovraproduzione di forze che egli produce per raggiungere l’obiettivo (specchiarsi sulle acque del lago e gioire per la ineguagliata beltà della propria immagine) gli si ritorce contro. Ergo, come poteva pensare Minniti che l’uomo sacrificasse il suo iper Ego per lui? E perché si meraviglia se mentre con una mano gli mostra sostegno, con l’altra organizza sul territorio quei Comitati civici che sono il preludio alla fondazione del suo nuovo partito? Se l’austero ex ministro avesse letto un po’ Freud, una simile ingenuità non l’avrebbe di certo commessa.

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