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Politica
6 Dicembre Dic 2018 0910 06 dicembre 2018

Il Pd è morto, pace all’anima sua

L'addio alla corsa per la segretaria di Minniti testimonia che ormai il processo di dissoluzione del partito è quasi compiuto. Quello dei dem è un brand che il Congresso difficilmente rilancerà.

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La sinistra è finita, il Pd che a ragione o torto ne restava il più consistente baluardo si sta sciogliendo come neve al sole. Lo psicodramma del ritiro di Marco Minniti dalla corsa alla segreteria è l’ultimo atto di un lento ma inesorabile processo di dissoluzione. Che è cominciato lontano, lontanissimo, con la caduta del muro di Berlino e il venir meno delle ideologie che facevano da collante al Pci. E che costrinse l’allora segretario Achille Occhetto a cambiare il nome in Pds, Partito democratico della sinistra, seppellendo per sempre la parola comunista. Era il 1989, data che resterà nella storia come l’inizio della fine.

Si può essere apocalittici, gridare allo scempio di un patrimonio di tradizione e cultura simboleggiato per esempio dalla notizia che nessuno vuole salvaguardare il preziosissimo archivio de l’Unità (dopo che peraltro nessuno nel Pd si era peritato di salvare l’Unità), ma contro i dati di fatto c’è poco da recriminare. Se fosse ancora vivo Enrico Cuccia, e parafrasando una sua frase a proposito dei destini di Mediobanca, direbbe: «Se è caduto l’impero romano, possiamo farci una ragione se cade anche il Pd».

IL PARTITO DEMOCRATICO È UN INVOLUCRO VUOTO

Naturalmente, come quasi sempre succede, le storie finiscono nel peggiore dei modi, in una babele dove il liberi tutti rende la situazione un caos. Il partito si era già scisso nel 2017, quando i bersaniani uscirono in polemica con l’allora segretario Matteo Renzi. Che ora da oggetto di scissione si fa soggetto, rendendosi lui protagonista di una diaspora al cui inizio, già ampiamente corroborato dai fatti, manca solo l’annuncio ufficiale.

Matteo Renzi si fa un partito, e ha tutto il diritto di provarci, anche se come spesso gli accade parte in ritardo, ispirandosi a Macron nel momento in cui il gradimento del presidente francese in patria è in caduta libera. Ma la sua smania di tornare protagonista gli fa passare sopra a ogni ragionevole considerazione. Svuotato a sinistra da Liberi e Uguali, nel frattempo auto svuotatosi di suo, perché quella di scindersi è una storica vocazione della sinistra che non trova eguali altrove, e prossimo dall’essere orfano di Renzi, il Pd rimarrà un involucro destinato ad afflosciarsi. Se poi ci si mette anche il probabile addio di Carlo Calenda, ovvero colui che appena presa la tessera del Pd già voleva scioglierlo, la dissoluzione è completa. E, con buona pace di Maurizio Martina, Nicola Zingaretti e compagnia (e senza voler essere offensivi) la loro proposta politica è troppo generica, debole e incolore per coagulare un non esiguo consenso. Ma, come spesso si dice, una dignitosa fine è meglio di una lenta e imbarazzante agonia.

SERVIREBBE CAMBIARE TUTTO, NOME COMPRESO

Il prossimo Congresso, che si voleva di rifondazione ma che visto lo stato dell’arte si trasformerà in una cerimonia degli addii, dovrebbe prendere atto e ripartire cambiando tutto, nome compreso, che per usare il linguaggio del marketing è un brand in caduta libera impossibile da risollevare. Quel che sarà dopo, sta scritto nel grembo degli dei. Ma Giacomo Leopardi insegna che una ginestra spunta anche nel deserto più arido o che, ma non ricordo più chi labbia detto, quando si tocca il fondo nasce sempre ciò che salva. Per non dire di Antonio Gramsci (Gramsci chi?) e del suo indomito ottimismo della volontà.

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