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Il governo annaspa, peccato non ci sia più il Pd

Con M5s e Lega in confusione, la condizione sarebbe ideale ideale perché un partito di opposizione possa vivere e prosperare. Invece nei dem continua un tutti contro tutti sterile e autolesionista.

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Ci sono momenti in cui chi a chi sta all’opposizione capita di godere di un insperato vantaggio competitivo. Uno dei moment è questo. C’è un governo che sulla manovra ha letteralmente perso la testa e non sa più a che santo votarsi se non a quello dell’improvvisazione. Sperando, ovviamente, che alla fine tutto stia miracolosamente in piedi. Ha l’Europa col fiato sul collo, e siccome ha deciso obtorto collo di rispettarne i dettami, è tutto un togliere e levare milioni di euro un po’ a casaccio. Togli di qua, metti di là, una sforbiciata a quota 100 e reddito di cittadinanza, qualche miliardo trovato guardando bene nei cassetti al lascito dei governi precedenti, miliardi che appaiono e scompaiono come un fiume carsico. Prendi i 19 miliardi inizialmente previsti dalla vendita del patrimonio pubblico, poi ridottisi drasticamente a due, e si va ancora per eccesso. O il balletto sull’ecobonus, dove se n’è vista di ogni.

L'OPPOSIZIONE IL PD LA FA CONTRO SE STESSO

La confusione regna sovrana nelle stanze di palazzo Chigi, i due azionisti di maggioranza dell’esecutivo si fanno più di spetti di Paperino e il vicino di casa Jones, Matteo Salvini flirta con i pregiudicati e Luigi Di Maio è convinto che la matematica sia un opinione con relativi evidenti disastri. Insomma, la condizione ideale perché un partito di opposizione possa vivere e prosperare, prendendosi la rivincita su coloro che alle ultime elezioni lo avevano umiliato. Invece no, Silvio Berlusconi sta inscenando l’ennesima compravendita di parlamentari profittando della debolezza del loro conto in banca, fatale se si tornasse alle urne dove la riconferma è un terno al lotto. E il Pd l’opposizione ha pensato bene di farsela in casa, visto che ai suoi esponenti da qualche anno viene meglio farsi la guerra tra di loro che non combattere i giallo-verdi se non con qualche video di propaganda dove si rivelano oltretutto dei pessimi attori.

RANCORI E TORNACONTO PERSONALE, IL PARTITO NEL CAOS

Si odiano talmente tanto che ad accendere le polveri basta un niente, tale è i clima di veleni e sospetti, di sordidi rancori e di attenzione al proprio tornaconto visto che qui davvero, in caso di elezioni e vista la costante emorragia dei consensi, molti di loro dovrebbero tornarsene a casa. È bastato che l’altro giorno Massimo D’Alema, redivivo dopo la batosta del 4 marzo, facesse cenno a una vaga unità della sinistra perché si scatenasse l’inferno tra i contendenti alle primarie (niente ci sarebbe stato di più saggio che abolirle). Maurizio Martina che accusa Nicola Zingaretti di essere in combutta con il lider Maximo, Zingaretti che risponde accusando Martina di essere il vecchio, Carlo Calenda che da fuori spara sul mucchio paventando che D’Alema per il Pd possa essere come l’aglio per il vampiro, Paolo Gentiloni che in un tweet surreale dove attacca il vecchio leader e il congiuntivo («Io credo che un po’ di rinnovamento è necessario») smentisce qualsivoglia abboccamento.

Massimo D'Alema e Matteo Renzi.

MOLLATO ANCHE DAI SUOI, RENZI SEMPRE PIÙ MINA VAGANTE

Nel Pd la sindrome del tutti contro tuti ha ragunto livelli talmente parossistici che nemmeno i renziani, che dovrebbero essere una falange coesa a sostegno del loro capo, ne sono rimasti immuni. Infatti si sono scissi, chi con Martina, chi addirittura con Zingaretti (un drappello di donne capitanato da Marianna Madia che si affannano per la serie tengo famiglia a spiegare che il loro cuore non ha smesso di battere per l’ex segretario ma che le situazioni evolvono, etc etc) chi per conto proprio come la coppia Giachetti-Ascani, in gara per il David di culatello dopo il loro folgorante video d’esordio. E Matteo Renzi? Esattamente come D’Alema, ma con più frecce al suo arco, sta diventando una mina vagante. Resta nel Pd (per il momento), ma le vicende del congresso non lo interessano. Che è come dire, calcisticamente: continuo a giocare nella mia squadra ma di quel che succede in campo non mi importa nulla. Ma il 3 marzo 2019, giorno fissato per le primarie, è ancora lontano. E da qui ad allora c’è tutto il tempo per fare peggio.

18 Dicembre Dic 2018 0909 18 dicembre 2018
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