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Bassa Marea
30 Dicembre Dic 2018 1400 30 dicembre 2018

Con la Brexit il Regno Unito ha tradito Wiston Churchill

I leavers hanno sottovalutato le conseguenze di un'uscita dall'Europa. Che avrebbe costi ingentissimi. E renderebbe la Gran Bretagna più debole. L'esatto contrario di quanto indicava lo storico leader inglese.

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Alle prese con una Brexit sempre più intrattabile gli inglesi restano con l’amaro giudizio di Apemanto : «La repubblica di Atene è diventata una giungla di bestie» (Shakespeare, Timone di Atene, quarto atto, scena III). Sono tre secoli che Londra si ritiene la migliore erede della migliore antica capitale greca. Ma questa volta sono nella melma. E solo un hombre vertical (o una mujer vertical che non è Theresa May) può impedire che sprofondino fino al petto. Neppure per Winston Churchill sarebbe un’impresa facile impedirlo. Due anni e mezzo fa, il 23 giugno 2016 con un risultato a sorpresa, 51,9% contro 48,1, gli elettori britannici decidevano l’uscita dalla Ue, totale e completa.

«È una questione di libertà» era stata la linea di fondo dei brexiteers, con a capo fra gli altri l’ex sindaco di Londra Boris Johnson, e la “libertà” era invocata da figure note come lo scrittore Frederick Forsyth e l’attore Michael Caine e molti altri. Il Regno Unito sarebbe stato di nuovo standing tall, non più mescolato agli altri europei, diceva Johnson. Bruxelles era la causa di troppi mali. Un bagno di nazionalismo. La risposta nazionalista e altezzosa alle crescenti insicurezze – globalizzazione, immigrazione e altro – di milioni di britannici, inglesi in particolare.

I LEAVE HANNO SOTTOVALUTATO LA PORTATA DELLA BREXIT

La drammatica sottovalutazione di che cosa significasse tagliare del tutto legami economici e commerciali stabiliti nei 45 anni di appartenenza al Mec e poi alla Ue era ancora evidente il 24 gennaio 2017 quando il ministro per l’uscita dall’Unione Europea, David Davis, con seduta aperta alle 12.33, rispondeva ai Comuni a molte domande sulla Brexit. Vari deputati chiedevano se si stesse preparando un Libro Bianco con tutti i passi da compiere e una analisi delle complessità. No, nessun Libro Bianco. «Ci muoveremo in fretta per invocare l’art. 50», diceva Davis, cioè la norma del Trattato di Lisbona che consente l’uscita. «Quello al quale siamo arrivati, credo di poterla persuadere», diceva rivolto alla collega interrogante, «è l’idea di un completo accordo doganale che garantirebbe gli stessi esatti benefici che abbiamo adesso (sic!!), ma anche consentirebbe al mio collega il ministro del Commercio Estero di viaggiare e stringere accordi commerciali con il resto del mondo, il che è il vero vantaggio di lasciare l’Unione Europea». Insomma, libero mercato come prima con la Ue e in più tanto altro. Un mondo perfetto.

I COSTI DI UN'USCITA DALL'EUROPA SAREBBERO INGENTISSIMI

Si ignoravano così, per comodità di propaganda, i fondamentali del mercato unico, dove da un lato le merci (e non solo le merci) circolano liberamente, ma solo per gli aderenti, e dall’altro le grandi linee della politica commerciale, i grandi accordi internazionali fra Ue e resto del mondo, sono raggiunti e gestiti a nome di tutti dalla Commissione, su direttive del Consiglio e sotto l’occhio dell’Europarlamento. Questo significa trattare, in quell’eterno do ut des che è il commercio globale, potendo offrire in cambio l’accesso a condizioni vantaggiose a un mercato di 512 milioni di persone, il più grande del mondo, ottenendo in cambio condizioni altrimenti irraggiungibili. Sarebbe difficile e spesso impossibile per la Gran Bretagna, trattando da sola, ottenere condizioni analoghe perché può offrire in cambio un mercato da 65 milioni di persone.

Theresa May.

Questa verità, insieme ai legami strettissimi di produzione fra industria britannica e continentale che non sopporterebbero il ritorno alle vecchie dogane, si è ormai fatta strada in larghi strati dell’elettorato, anche di quello che votava leave due anni e mezzo fa. Siamo quindi, dal punto di vista di un brexiteer moderato, a questa scelta: uscire e rimetterci, o restare e ingoiare l’orgoglio, salvando il portafoglio. Vari studi prevedono che i costi della Brexit sarebbero altissimi. La Bank of England stima fino al 9% in meno le dimensioni dell’economia in 15 anni con una hard brexit, un’uscita senza accordi come chiedono i duri e puri, e fino a un 3,75% in meno in quattro anni con l’intesa raggiunta a fine novembre dal premier May a Bruxelles.

L'ACCORDO MAY-UE E I MAL DI PANCIA DEI CONSERVATORI BRITANNICI

Tra il voto del giugno 2016 e l’accordo May-Ue si è parlato moltissimo di Brexit in Gran Bretagna, troppo per il poco di concreto che è stato fatto. È stato un drammone nazionale, un grande palcoscenico con poco costrutto. Di rilevante c’è stata la decisione nel marzo 2017 di invocare l’art. 50 fissando alle 23 del 29 marzo 2019, per legge, l’uscita di Londra dalla Ue. E ci sono state le elezioni politiche volute dalla May nel giugno 2017 nella speranza di rafforzarsi e che invece l’hanno assai indebolita. Poi da fine novembre a oggi la conclusione della trattativa con la Ue e la discussione di questa ai Comuni hanno svoltato nel surreale.

L'intesa non piace ai duri perché è una falsa Brexit, e agli altri perché è comunque una Brexit

L’intesa May-Ue è un annacquamento per cui Londra esce fra tre mesi, legalmente, ma resta dentro come mercato unico e unione doganale per quasi due anni, fino a tutto il 2020, e forse per altri due, in attesa di un trattato di libero scambio futuribile. Accettando per questo periodo uno dei punti che più i brexiteers hanno combattuto, la giurisdizione della Corte di Giustizia del Lussemburgo, il massimo organo giudiziario dell’Unione. La questione irlandese, come gestire la frontiera aperta e che tutti vogliono mantenere aperta fra Dublino e l’Ulster con Dublino che resterà nella Ue e l’Ulster in quanto Uk no, è un nodo complicato, ma non è il cuore delle difficoltà dell’intesa May-Ue. Che non piace ai duri perché è una falsa Brexit, e agli altri perché è comunque una Brexit.

L'IPOTESI DI UN NUOVO REFERENDUM SEMPRE PIÙ CONCRETA

I circa 100, cioè un terzo, dei deputati conservatori che si sono schierati contro l’intesa la detestano perché è un doppione come dice l’ineffabile Boris, Brexit in name only, che farrebbe del Regno Unito «uno stato vassallo». Doveva esserci il voto sull’intesa l’11 dicembre dopo cinque giorni di accesissimo dibattito, è stato fatto saltare dalla May all’ultimo minuto. Le ire dei suoi oppositori brexiteer si sono concretizzate il 12 in un voto di sfiducia del gruppo conservatore, che la premier ha vinto 200 a 117, ma dopo aver assicurato che non si ripresenterà per la leadership alle prossime elezioni attese per il 2022. Dal voto comunque la strategia della hard brexit è uscita sconfitta. È minoritaria nel gruppo conservatore, minoritaria ai Comuni e non è certo maggioritaria nel Paese, ormai. Restano il doppione o un nuovo referendum, idea che circola da molti mesi ma ormai sta diventando concreta.

I dimostranti pro-UE hanno manifestato al di fuori del parlamento per chiedere un nuovo referendum sulla Brexit.

Tra il 14 e il 20 gennaio è previsto ai Comuni il voto sul piano May, di cui è attesa la débâcle. Sconfitta la May, resterà sul tavolo solo un nuovo referendum, anche se non sarà una strada semplice, a cominciare da quali domande verrà chiesto agli elettori di rispondere. Ci sarà battaglia su questo, se al referendum si arriverà, e non è affatto certo che possa essere una chiara scelta tra leave e remain. Sarebbe un momento d’oro per i laburisti, se Jeremy Corbyn avesse una strategia. Corbyn invece è un brexiteer di sinistra che diffida della Ue perché, liberista, saboterebbe il suo sogno di una Gran Bretagna di nuovo socialista con nazionalizzazioni e altro come ai tempi di Clement Attlee. Una nemesi per Margaret Thatcher.

TRADITA LA LEZIONE DI WISTON CHURCHILL

Per Lord Kerr, diplomatico e già ambasciatore alla Ue e a Washington e capo delegazione britannica nella preparazione del Trattato di Lisbona e autore («ma non pensavo all’Uk quando l’ho scritto») dell’art. 50, «a metà gennaio quando saranno esaurite tutte le possibilità rimarrà solo il secondo referendum». È un’ipotesi ormai realistica e, se vincerà il remain, dalle incredibili conseguenze. Non la fine del neonazionalismo europeo dei Le Pen, dei Salvini e di altri, ma una seria frenata così come il referendum del 2016 fu galvanizzante. Alcuni, come l’economista e grande biografo di Lord Keynes, Robert Skidelsky, ritengono che un secondo refrendum potrebbe spaccare drammaticamente il Paese perché l’ostilità di una parte alla Ue è più intensa dell’interesse di un’altra parte a rimanere.

Winston Churchill lasciò ai suoi compatrioti sull’Europa un’eredità chiarissima, elaborata tra il periodo della guerra e i primi Anni 50

Ma si può chiedere al Regno Unito di procedere con i risultati del voto del 2016 una volta che sono chiare le pesanti e sottovalutate conseguenze economiche del tutto? Winston Churchill lasciò ai suoi compatrioti sull’Europa un’eredità chiarissima, elaborata tra il periodo della guerra e i primi Anni 50: se riusciamo a mantenere l’impero stiamo per conto nostro. Se non ci riusciamo, ci uniamo agli altri europei, ma con decisione e convinzione, per essere fra i leader e non i gregari. Troppi inglesi entravano nel Mec 20 anni dopo con un piede, lasciando fuori l’altro, per i vantaggi commerciali, e senza convinzione. Avessero seguito Winston, un pirata di rango e lungimirante, avrebbero evitato il guaio Brexit.

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