Migranti Salvini Conte Crisi Governo

Così la rivalità Conte-Salvini può portare alla crisi di governo

Prima la trattativa con l'Ue sulla manovra, ora i migranti: il premier è passato da "vigile urbano" di Lega-M5s a motore politico dell'esecutivo. Il Capitano si sente scavalcato. E vuole un passo indietro. O sarà rottura.

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«Qui ci stanno sfilando il governo», scappa in Transatlantico a un parlamentare della Lega molto vicino a Matteo Salvini. Perché il Capitano è sempre più insofferente del protagonismo di Giuseppe Conte nell'azione dell'esecutivo. A maggior ragione, dopo aver concluso un accordo con l'Unione europea sul ricollocamento e sulla ripartizione tra otto Paesi Ue (Italia compresa) dei 49 migranti salvati dalla Sea Watch e della Sea Eye. Quelli che per il ministro dell'Interno dovevano essere accolti senza se e senza ma da Malta. L'uomo del Viminale ora si sente scavalcato, tanto da chiedere un vertice di coalizione dopo «una decisione che non ha senso. Io non ho capito questa accelerazione». Un «chiarimento» prima annunciato, poi messo in forse da fonti vicine al Ministero degli Interni e infine confermato, mezz'ora prima dell'inizio, dal vicepremier Luigi Di Maio. Intanto, in serata, Salvini twitta: «Grazie ancora per le decine di migliaia di messaggi di sostegno con il #SalviniNonMollare, credo che oggi la vostra e la nostra voce si sia sentita forte e chiara! Io non cambio idea!».

CONTE ERA IL PERFETTO CONTRAPPESO CON CASALEGGIO E QUIRINALE

Spiegano dal Carroccio che, per quanto indicato dai grillini, fino a qualche mese fa lo sconosciuto amministrativista era per loro il migliore contrappeso nelle dinamiche di potere dell'esecutivo. Molto rispettoso della divisione di competenze tra le due forze delineata con il contratto, riusciva a dialogare e a smussare gli angoli sia con la casa madre della Casaleggio sia con il Quirinale. Ma dopo la trattativa con l'Ue per evitare una procedura d'infrazione sulla manovra molte cose sono cambiate.

IL PRIMO STRAPPO COI DUE VICEPREMIER SULLA MANOVRA

Mai come in quei giorni il pallino delle trattative con Bruxelles è stato preso dal Quirinale e da Palazzo Chigi, usando come sherpa il ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, e in second'ordine il titolare dell'Economia, Giovanni Tria. Da questo schema erano stati tirati fuori quelli che fino a quel momento erano i maggiori azionisti del governo: cioè i vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini. I quali erano stati avvertiti soltanto a giochi finiti del fatto che la Commissione aveva presentato un conto più salato del previsto all'Italia per avallare la sua manovra: non solo l'abbassamento del deficit/Pil dal 2,4 al 2,04%, ma il raddoppio delle clausole di salvaguardia sull'Iva, che costringeranno nel 2020 il nostro Paese a impegnare oltre 31 miliardi della prossima Legge di Stabilità per bloccare l'aumento dell'imposta.

BOCCONI AMARI SU REDDITO DI CITTADINANZA E QUOTA 100

Consci che lo scontro con l'Europa era ormai più politico (cioè legato alle loro uscite contro Jean-Claude Juncker & Co.) che finanziario, Di Maio e Salvini avevano accettato di buon grado il nuovo schema sulle partite economiche: vale per le trattative di natura economica con l'Europa (compreso il salvataggio di Carige) come per la gestione delle opere pubbliche, di fatto trasferita a Palazzo Chigi. In quest'ottica non si erano lamentati pubblicamente per i tagli alle risorse per reddito di cittadinanza e anticipo pensionistico di quota 100. Ma questo sacrificio non era a costo zero: in primo luogo luogo avevano preteso l'allentamento di ogni ipotesi di rimpasto almeno fino alle Europee 2019, molto gradito al Quirinale. Ma soprattutto i due dioscuri avevano ribadito che avrebbero continuato ad avere le mani libere sui provvedimenti a loro più cari, quelli che in chiave positiva o negativa decideranno l'esito della tornata elettorale di maggio. Per Di Maio parliamo della gestione del reddito come del rilancio dei tagli ai costi della politica o la fine del vincolo di mandato, per Salvini della legge sulla legittima difesa e soprattutto delle politiche d'immigrazione.

SALVINI E QUELL'INGERENZA RITENUTA INACCETTABILE

Da Palazzo Chigi fanno sapere che di fronte alle richieste europee, essendo il premier l'unico vero interlocutore della Commissione in Italia, Conte non poteva esimersi dal partecipare all'accordo sul ricollocamento dei migranti. Ma Salvini ha guardato alla cosa come un'ingerenza inaccettabile. Da qui la paura di vedere ridimensionato il suo ruolo nella gestione politica del governo, anche nelle materie che gli sono più congeniali. Per questo è arrivata la necessità di un vertice di maggioranza con il Capitano pronto a chiedere un passo indietro di Conte, pena la ridefinizione dell'accordo fatto nei giorni della manovra. Infatti il Carroccio brandisce come minaccia, per esempio, l'accelerazione sulle nomine bloccate (Consob e Inps su tutte), congelamento deciso sull'asse Palazzo Chigi-Quirinale per evitare nuove tensioni in questa fase. In poche parole, Conte deve tornare a essere il vigile urbano della maggioranza armonizzando i dettati di cinque stelle e Lega e non il motore politico che ha mostrato di essere in quest'ultima fase. In caso contrario ognuno per la sua strada, anche scatenando quella crisi di governo che il Capitano ha sempre escluso.

9 Gennaio Gen 2019 2110 09 gennaio 2019
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