Pensioni Salvini Dimaio
SOCIOLOGIA E DINTORNI
12 Gennaio Gen 2019 0900 12 gennaio 2019

Quello che Salvini e Di Maio ignorano sulle pensioni

Indebitamento globale. Allungamento della vita. Squilibrio tra anziani e lavoratori. L'infondatezza del turnover generazionale. Ecco perché il cantiere previdenziale giallo-verde è espressione di una politica miope. 

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Avanti, indietro tutta. La confusione come l’assenza di visione sono assolute nei provvedimenti del governo giallo-verde in materia di pensioni. Ma colpisce, più delle retromarce sostanziali rispetto agli enunciati - perché a fare testo è sempre l’odiata legge Fornero (che credo se la rida, anche se amaramente) -, la sciagurata miscela di dilettantismo, approssimazione e protervia che ispira e si riassume nell’ormai campale battaglia per Quota 100. Battaglia di bandiera per Matteo Salvini, ma in realtà guerra di retroguardia per il Paese. Perché di respiro corto. Perché il mondo (anche del lavoro) e la società stanno cambiando a velocità turbinosa. E ciò che è stato e ancora è, presto non sarà più. Siamo infatti alla fine non solo di un ciclo o di un’epoca ma addirittura di un’era. Non ho competenza tecnica e finanziaria in materia. Voglio solo evidenziare la sostanziale irrealtà della riforma pensionistica in cantiere. Espressione di una politica miope, anzi cieca. Priva di conoscenza e consapevolezza delle quattro grandi questioni che dovrebbero indurre il duo Salvini-Di Maio ad assumere provvedimenti che sono esattamente quasi all’opposto di ciò che hanno promesso e si accingono a fare.

1. L'ESPLOSIONE DEL DEBITO GLOBALE

La prima riguarda la crescita esponenziale del debito globale: 250 mila miliardi a fine 2018 (secondo lo studio appena realizzato da City Group su dati dell’Institute of international Finance), il triplo di 20 anni fa, con una crescita del 10% negli ultimi due, dunque con un’accelerazione che, di questo passo, rende realistico il rischio di un crac sistemico. Ma ciò che va sottolineato è che questo debito per l’80% è dei Paesi dell’Occidente capitalistico più la Cina, che buona parte d’esso è imputabile ai sistemi previdenziali e soprattutto pensionistici, che l’Italia è uno dei Paesi con la più elevata esposizione debitoria.

2. IL DISEQUILIBRIO PENSIONATI-LAVORATORI

Un quadro questo reso ancor più fosco in prospettiva dal crescente e accelerato squilibrio fra chi è pensionato e chi deve pagare quelle pensioni. Cioè i giovani e chi è in età lavorativa, ma che sempre più spesso e sempre in numero più elevato non hanno più lavori a tempo indeterminato e dunque pagano contributi previdenziali calanti. «I disoccupati e i precari d’oggi non saranno i pensionati di domani. Saranno se gli va bene solo dei poveri vecchi». Questa la cruda e nuda previsione del Gobal Index Retirement (2014) ribadita nel rapporto dell’anno scorso e confermata da due dati contenuti nel Rapporto mondiale sulla protezione sociale nel mondo 2017-2019. Il 73% della forza lavoro globale non ha alcuna speranza di arrivare alla pensione o a una pensione decente; il 48% degli anziani (che diventano più del 90% nel terzo e quarto mondo) non riceve alcuna assistenza previdenziale. Se poi consideriamo che già oggi un 20% di lavoratori regolari anche in Europa non gode di versamenti contributivi (Eu employement end social situation, giugno 2016) lo scenario è ancor più drammatico. Qui davvero la «pacchia è finita»: ma il «Capitano» fa finta di niente. Fa orecchie da mercante.

3. L'ALLUNGAMENTO DELLA VITA

Ma c’è di più: se i conti pensionistici non tornano e molto difficilmente torneranno, abbassando l’eta pensionabile e incentivando l’uscita anticipata dal lavoro, ancor meno torneranno i conti anagrafici, legati alle aspettative di vita e all’allungamento della medesima. Certo ci sono lavori usuranti e lavori ripetitivi, noiosi e faticosi, resta però il fatto che non si dovrebbe andare in pensione prima di essere vecchi. E qui soccorre il dato reso pubblico nel convegno di novembre dell’Associazione Italiana di Geriatria e Gerontologia secondo cui oggi si diventa vecchi a 75 anni. «Un 65enne di oggi ha la forma fisica e cognitiva di un 40-45enne di 30 anni fa. E un 75enne quella di un individuo che aveva 55 anni nel 1982». Parola di Niccolò Marchionni, geriatra dell’Università di Firenze. Ma i dati demografici ci dicono anche che in Italia l’aspettativa di vita è aumentata di circa 20 anni rispetto alla prima decade del 1900. Mentre quelli sanitari certificano che larga parte della popolazione tra i 60 e i 75 anni è in ottima forma e priva di malattie per l’effetto ritardato dello sviluppo di patologie e dell’età di morte. Dunque logica vorrebbe che si alzasse, non si riducesse, l’età pensionabile. E che un welfare meno generoso con i pensionati consentisse di spendere di più per creare nuova occupazione.

4. LA FAVOLA DEL TURNOVER OCCUPAZIONALE

La quarta questione che rende anacronistica Quota 100 è l’infondatezza della convinzione che incentivando il ritiro dei lavoratori più anziani si favorirà il turn over occupazionale. Essendo dubbia l’equazione che pensionando i vecchi si aumenterà l’occupazione giovanile. In ogni caso se mai c’è stata in alcuni periodi questa corrispondenza (nei decenni 60 e 70), certo non potrà esserci nei prossimi anni e in futuro. Perché con l’accelerato e prevedibile aumento dei processi di automazione e di trasferimento delle mansioni umane alle macchine è escluso, forse addirittura folle, pensare come sostengono i grillini, che per ogni lavoratore che verrà pensionato ci saranno da uno a tre giovani che prenderanno il suo posto. Piuttosto che evocare astratti automatismi, più improbabili di una bella battuta di Maurizio Crozza («In futuro si andrà in pensione a 80 anni, l’anno dopo aver trovato il posto fisso») converrebbe ricordare che i Paesi che hanno la più alta percentuale di popolazione attiva sono quelli in cui si incentiva a restare al lavoro non ad abbandonarlo. Come la Svezia che è in Europa il Paese che ha il tasso più alto (81,2%), ma dove è sempre attuale l’esortazione a lavorare sino a 75 anni, rivolta alcuni anni fa dal premier Fredrik Reinfeldt ai connazionali. Ma addirittura sino a 80 anni come in Giappone, altro Paese con elevato tasso di lavoratori attivi, dove i dipendenti pubblici, sia pure volontariamente, possono lavorare. E pure negli Usa che hanno attualmente una disoccupazione al 3,9% e dove la pensione scatta ai 65 anni, volendo si può restare al lavoro. Ha fatto scalpore nei mesi scorsi un barbiere, Anthony Mancinelli, che a 107 anni, a New York, continua a fare barbe e capelli. «Riesce a fare più tagli al giorno di un 20enne», ha detto la proprietaria del locale in cui lavora. «Non prende mai un giorno di ferie …perché dice che potrebbe morire!». Certo si tratta di un’assoluta eccezione, tuttavia in rete, su YouTube, girano ormai molti video che raccontano le imprese sportive di biker, tuffatori, marartoneti e arrampicatori di 80 e più anni. A riprova di una giovanile “anzianità muscolare” che non è più solo prerogativa di “fenomeni”.

Insomma: non si vede perché un “vecchio” che è abile a correre e saltare non possa continuare a lavorare, per arrivare all’ultima grande questione che però quasi nessuno evoca. Cioè la possibilità che volontariamente uno, anziché essere obbligato anche a non lavorare più – come prescrive la nuova legge -, possa decidere se andare o meno in pensione. Potendo anche scegliere di continuare a lavorare sin quando vorrà e sarà capace di farlo con soddisfazione sua e del datore di lavoro. Ovviamente con condizioni contrattuali e retributive commisurate e inscritte in un reset complessivo di sistema. Ma soprattutto con quella capacità di immaginare e progettare il futuro che richiede però coraggio, visione, responsabilità e saggezza. Tutte qualità che però, disgraziatamente, non appartengono all’orizzonte culturale dei grillini e ancor meno dei leghisti, che sono “l’arcaismo al potere”. Il nuovo che avanza, senza dubbi o remore: a testa bassa, guardando non avanti, ma indietro.

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