Carige Genova Storia
BASSA MAREA
13 Gennaio Gen 2019 1400 13 gennaio 2019

Carige e la storia di un disastro annunciato

Le mire della politica. La finanza di relazione. E una gestione personalistica. Così l'istituto genovese, la cui vicenda resta avvolta in una cortina di silenzio, è andato incontro a una fine ingloriosa. 

  • ...

Il 2018 è stato per Genova il tragico anno del ponte Morandi, un crollo sconvolgente e una tragedia immane con 43 vite stroncate. Tante e pesanti le conseguenze economiche. Ma, quanto all’economia, non molto rispetto ai disastri di un’altra vicenda vecchia di alcuni anni, ben nota dal 2013, ma solo adesso arrivata alle sue drammatiche conseguenze: quella di Banca Carige, la vecchia Cassa di Risparmio di Genova e Imperia. Ha bruciato rispetto a 10 anni fa circa 2 miliardi di capitalizzazione di Borsa, ormai ridotta a una miseria di poche decine di milioni, e 2 miliardi di aumenti di capitale. In tutto, il costo totale di ricostruzione di oltre 10 ponti Morandi. Inoltre e comunque vada, Genova non avrà più una grande banca. Come non avrà più una Fondazione Carige né il precedente munifico braccio benefattore della Cassa come testimoniano le migliaia di lapidi e targhette su chiese, bocciofile, campi sportivi, piste ciclabili, ambulatori e circoli Arci.

CARIGE E LA FINANZA DI RELAZIONE

Genova è una città orgogliosa, più orgogliosa di altre perché così geograficamente peculiare, isolata e bellissima. Nei secoli insieme a Milano, Venezia e Firenze fornì i massimi contributi italiani alla nascita dell’Europa moderna, soprattutto nella navigazione, in economia e in finanza. Ha perso peso e industrie, non tutte, rispetto alla sua ultima grande stagione, durata un secolo circa e conclusasi negli Anni 70. Mantiene il porto, e sprazzi di orgoglio. Per questo l’ingloriosa fine della Banca Carige è una ferita che colpisce i genovesi più di quanto non appaia. Esattamente come Siena è stata non solo molto danneggiata, ma profondamente umiliata dallo sfascio analogo dell’assai più importante Monte dei Paschi. I genovesi sanno che la banca potrà anche proseguire, con l’aiuto dello Stato, ma non sarà più quella di prima. E difficilmente resterà genovese, se si salverà. Non ne parlano, perché attorno alla vicenda Carige per motivi vari e non sempre nobili c’è una cortina di silenzio, a volte quasi di vergogna e non di rado di omertà. Del resto la stessa Banca d’Italia, in una lettera che a inizio di questo decennio accompagnava una impietosa analisi (fu Bankitalia a impedire nel 2013 la riconferma del presidente Giovanni Berneschi e di altri amministratori), ricordava come tutto l’ambiente genovese che ruotava attorno a Carige avesse qualcosa di malsano. Un caso perfetto di finanza di relazione, dove i finanziamenti arrivano per certi progetti e non per altri, dipendeva dai richiedenti. E dove la politica giocava un peso notevole.

TUTTI SAPEVANO E NESSUNO FECE NULLA

«Oggi io sono il criminale. Invece una volta tutti erano con me», dice ora Berneschi, condannato in appello a otto anni e alla restituzione di 26 milioni – ci sono stati come noto e secondo l’accusa confermata in appello episodi notevoli di truffa ai danni della banca – e ora in attesa della Cassazione. Ma se l’ammanco fosse solo quello imputato a Berneschi e amici, non ci sarebbero problemi, se non morali e giudiziari. Sono i ben più grossi crediti deteriorati e inesigibili il problema. Come una Genova incredula, salvo pochi, scoprì con sorpresa fra il 2013 e il 2014. Per capire il clima si può ricordare quanto accadeva a Palazzo Ducale la sera del 30 giugno 2014, dopo uno dei vari interventi di Bankitalia sulla grande banca locale e dopo l‘arresto, un mese prima, di Berneschi e altri. Di fronte a una platea di imprenditori nervosi, il presidente della regione Claudio Burlando si sfogava: «A Genova arriviamo a cambiare quando ce lo dice il governatore della Banca d’Italia». Lamentava il fatto che le pratiche oscure, le truffe operate a danno della banca utilizzando il ramo assicurativo, erano già state denunciate da un articolo del Corriere della Sera (Inserto Economia) a fine ottobre del 2006, quasi 8 anni prima. E nessuno aveva fatto niente. Un imprenditore aveva denunciato le malefatte «con grande chiarezza», lo scomparso Riccardo Garrone, ricordava Burlando, e gli altri non avevano detto e fatto nulla, aggiungeva. «Ma lei che cosa ha fatto?», fu la risposta di alcuni dalla platea. Il clima surreale era già stato preceduto da una appropriata dichiarazione, un capolavoro di ingenuità, dell’allora sindaco Marco Doria: «Questa storia della cupola di potere genovese a me pare molto giornalistica».

LA BANCA E GLI EQUILIBRI POLITICI

La cupola invece, in una regione dove da un paio di decenni almeno arrivano ben distinte le propaggini del malaffare organizzato e in particolare della ‘ndrangheta in versione imprenditoriale e paludata, esisteva eccome. E i nuovi equilibri della Genova post IRI e post Finmare si erano creati proprio attorno alla Carige che, con la lunga gestione Berneschi cominciata da direttore generale a fine Anni 70, aveva vissuto una forte espansione decuplicando quasi i 500 dipendenti di fine Anni 50. Carige era entrata bene, dopo la vittoria elettorale scudocrociata alle Comunali del ’51, nell’orbita Dc e passava una decina di anni dopo sotto l’ala dell’ormai più forte politico genovese, il dc Paolo Emilio Taviani, stretto alleato del cardinale Giuseppe Siri. Giovanni Borgna, compagno di classe di Taviani, ex assessore democristiano, ne fu a lungo presidente. Come Cassa, e non cambiò molto con il passaggio giuridico a Banca (nei primi Anni 90) e la nascita della Fondazione, l’istituto era governato di fatto dagli enti locali e dalle associazioni economiche genovesi e regionali, che nominavano e nominano il consiglio di amministrazione. Con la vittoria alle Amministrative del '75 anche il Pci entrava nella stanza dei bottoni, in modo deciso. Da Borgna la presidenza passò a un altro democristiano tavianeo, Gianni Dagnino, che sempre governò rispettando gli equilibri del potere, cioè il Pci; dopo la morte prematura di Dagnino nel '95 arrivò Fausto Cuocolo, accademico di area già Dc, e dopo Cuocolo, dimessosi per dissensi nel 2003, finalmente al vertice arrivò Berneschi. Già come amministratore delegato, con una grande festa nel 2001, l’Università di Genova lo aveva onorato con la laurea honoris causa in Economia bancaria, ragioniere promosso sul campo.

IL TRIANGOLO BERNESCHI-BURLANDO-SCAJOLA

Tutti erano nella Cassa diventata nel frattempo Banca, compresa la Chiesa genovese con un posto in Consiglio ceduto dall’abile Burlando, e a tutti si potrebbe chiedere come mai non si accorsero di come davvero stessero andando le cose, e dei troppi finanziamenti concessi senza adeguate garanzie. Con la crisi dei partiti tradizionali il potere diventò anche in Carige sempre più personale. Alla fine l’asse portante era un solido triangolo con al vertice Berneschi, agli altri due vertici Burlando e l’ex ministro berlusconiano degli Interni e attuale sindaco di Imperia Claudio Scajola. La famiglia Scajola è sempre stata ben presente in Carige. Ma il tentativo ora di dire che la sinistra non c’entra con Carige e che è tutta colpa di Scajola e di altri democristiani come il senatore Luigi Grillo e la famiglia Bonsignore è poco credibile. Equivale a dire che la sinistra Pci ed ex Pci, che per 40 anni esatti, anzi 42, ha dominato la politica genovese e di una ampia fetta di Liguria, escluso l’Imperiese scajolano, con la Carige non c’entra e di finanza non si occupava. A chi ha visto e conosciuto viene da ridere.

I PROGETTI DI DI MAIO E QUELLI DELLA BCE

Luigi Di Maio che sogna le banche del popolo, e la Lega un po’ meno entusiasticamente, vorrebbero ora fare di Carige una banca pubblica “innovativa”. Il commissario Pietro Modiano, nominato da Francoforte, e la Bce preferiscono una soluzione di mercato, come pure il ministro Giovanni Tria. Una vendita, prevede la Bce. La possibilità di camminare con le proprie gambe, spera Modiano. Di Maio minaccia di rendere pubblica la lista degli insolventi, mai finora ufficialmente resa nota. Si sanno alcune cose, se ne intuiscono altre. Certamente le Coop, diventate parte integrante dell’azionariato, erano parte attiva del patto di sindacato che sosteneva Berneschi, dopo essere entrate in modo massiccio a Genova in seguito al voto del '75 per creare una forma tirrenica del sistema emiliano. E certamente hanno lavorato con Carige, dopo Mps il più importante istituto per il mondo cooperativo. Tutti comunque, solventi e non, bene amministrati o avventurosi, hanno dovuto affrontare la crisi finanziaria globale del 2008, il crollo dei noli marittimi, la gelata immobiliare; e non pochi hanno scaricato il problema sulla spesso incauta Carige, rimasta in troppi casi con il cerino in mano. «Tutti mi sostenevano», dice adesso Berneschi. E lui sosteneva tutti.

© RIPRODUZIONE RISERVATA
Correlati
Potresti esserti perso