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Politica
14 Gennaio Gen 2019 0858 14 gennaio 2019

Il caso Battisti e quei distinguo un po’ pelosi

C'è chi esulta e si intesta l'arresto e chi invece grida all'accanimento contro l'ex terrorista. Nessuno che si limiti a segnalare un atto di giustizia nei confronti di un condannato che non ha mai scontato la sua pena.

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Il plauso sembra nazionale e trasversale. Poi però se si va a guardare bene sulla cattura di Cesare Battisti affiora qualche distinguo, perché la tentazione di usare la vicenda in chiave di propaganda politica è irresistibile. E allora ci sono i comunisti, gli extraparlamentari vecchi e nuovi, quelli che guardano agli Anni di piombo con malcelata comprensione, che gridano all’accanimento, al fatto che dalle accuse che vengono mose all’ex terrorista è passato tanto, troppo tempo. Che Battisti è un uomo solo da quarant’anni in fuga da chi lo vuole prendere e probabilmente dai fantasmi di un passato che egli sembra difendere con anacronistica e un po’ patetica convinzione.

LA CORSA PER INTESTARSI LA CATTURA DI BATTISTI

È l’eterna questione della pacificazione, del colpo di spugna su un passato che ai loro occhi accomuna nella condanna vittime e carnefici, e che quando riaffiora provoca inevitabilmente lacerazioni. O ancora la distinzione tra chi la violenza la predicava e chi realmente la praticava, tra quanti teorizzavano la lotta senza aver mai impugnato un’arma e chi invece sparava alle persone. Solo che il distinguo per Battisti non vale: su di lui pende una condanna a due ergastoli come mandante e in due casi esecutore materiale di quattro omicidi, non è plausibile difenderlo invocando il processo alle idee, il perseguitato politico che scappa da una giustizia che reprime il pensiero antagonista.

Matteo Salvini e Alberto Torreggiani, figlio del gioielliere ucciso nel 1979 dai Pac di Cesare Battisti.

E poi ci sono gli altri, quelli che storcono il naso perché l’ex terrorista è stato catturato da un governo cui sono ostili, dallo sceriffo Matteo Salvini che non vedeva l’ora di intestarsi l’operazione e dai pentastellati che non vogliono lasciargli il dividendo e la scena. Il risultato è che ad accoglierlo al suo arrivo a Ciampino sono attesi sia Salvini (chissà con quale divisa indosso) che il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. Occasione imperdibile, ghiotta per mettere capello e manette sulla primula rossa.

LA FILOSOFIA DEL "MA ANCHE" E L'OPPORTUNISMO DELLA POLITICA

C’è un tweet di Giuliano Ferrara che desta impressione, parla di vergogna nazionale multipla, per gli atti commessi da Battisti e per chi ne ha protetto la latitanza, e di strepito dei demagoghi più schifosi per la preda finalmente catturata. Immaginiamo si riferisca in primis a Salvini, cui da tempo nei suoi commenti sul Foglio ha affibbiato l’appellativo di Truce. E ovviamente anche ai pentastellati, che nella loro idea di Stato etico ammiccano all’idea di una giustizia sommaria.

È un esempio della filosofia del "ma anche", che alla fine trova nelle diverse posizioni robusti germi di malafede e opportunismo per criticarne le intenzioni. Invece, come ha scritto qualcuno, indipendentemente dalla corsa a intestarsi meriti e successo, la cattura di Battisti è un atto di giustizia nei confronti di un condannato che per i crimini commessi non ha scontato la sua pena. E a questo bisognerebbe fermarsi.

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