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La Brexit e la totale frantumazione di élite e partiti britannici

Sia Theresa May sia Jeremy Corbin non sono riusciti a organizzare fronti omogenei per gestire la volontà popolare. È mancata una riflessione sulla crisi globale della rappresentanza politica

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La Brexit indubbiamente sarà considerata uno spartiacque storico. Nulla sarà più uguale a prima nel Vecchio continente. Sarà analizzata e studiata come primo esempio di “voto populista”, nel quale l’elettorato ha votato in buona parte sulla base di sentimenti irrazionali, non catalogabili con le abituali categorie degli interessi economico-sociali e men che meno sulle ideologie di appartenenza. Soprattutto dando credito a fantasmagoriche promesse elettorali – vedi le centinaia di milioni di risparmio sulle spese sanitarie letteralmente inventati da Nigel Farage - palesemente prive di ogni credibilità o praticabilità.

Ma la Brexit ci presenta anche un’altra enorme novità politica di rilievo: la frantumazione totale delle élite e dei gruppi dirigenti britannici che non hanno minimamente costituito fronti omogenei per gestire, o contrastare, la volontà popolare espressa nel referendum, che si sono divisi su una miriade di opzioni minoritarie e contrapposte ben illustrate dal voto dei 432 deputati contro il deal con l’Ue sulla base di una decina di motivazioni conflittuali tra di loro. Questo, si badi bene, in un Paese che non ha minimamente sofferto la crisi della rappresentanza politica storica che stanno vivendo Italia, Francia, Spagna, Belgio, Olanda e persino Germania. Una Gran Bretagna che vede i conservatori, i laburisti e i liberali spartirsi la quasi totalità dell’elettorato, nel quale l'irruzione dei populisti di Farage si è rapidamente stemperata e sgonfiata, autoemarginandosi.

LA QUESTIONE IRLANDESE AL CENTRO DELLA BOCCIATURA DEL DEAL

Dunque, nell’unico grande Paese europeo nel quale non si è minimamente verificata la crisi dei partiti tradizionali, queste secolari organizzazioni si stanno frantumando al loro interno su piattaforme e aspirazioni caotiche. Insomma, le élite britanniche non riescono più a darsi, a produrre una rappresentanza organica che gestisca i fenomeni politico-sociali. Teresa May è il simbolo di questa inadeguatezza, di questa crisi della rappresentanza anche nei gruppi dirigenti, che lei dimostra dando prova solo di una eccellente capacità tattica. Ma nulla, nulla sulle strategie, sulle visioni, sulle prospettive di medio-lungo periodo. Non meglio di lei Jeremy Corbin, anch’egli capace solo di produrre tattica con l’evidente scopo non di risolvere il tema Brexit, ma solo e unicamente di sostituirla a Downing Street.

Il tutto, sovrastato da un enorme eredità irrisolta e costitutiva del Regno Unito: la questione irlandese. Il deal con l’Ue è stato rifiutato, infatti, come non poteva non essere, sul tema dell’Irlanda del Nord: sull’impossibilità, pena la ripresa della guerra civile, di istituire una frontiera con la Repubblica d’Irlanda e sull’impraticabilità di costruire una frontiera tra Belfast e Londra. Non sarebbe male se le élite e i gruppi di potere degli altri Stati europei, in Italia in primis, riflettessero su questa crisi globale della loro rappresentanza politica.

17 Gennaio Gen 2019 1400 17 gennaio 2019
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