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SOCIOLOGIA E DINTORNI
19 Gennaio Gen 2019 0900 19 gennaio 2019

Benvenuti nell'era degli psicopatici al potere

Narcisismo. Assenza di empatia. Perdita di controllo sulla realtà. Fenomenologia di una deriva che riguarda la politica, ma non soltanto.

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«Le statistiche sulla sanità dicono che una persona su quattro soffre di qualche forma di malattia mentale. Pensa ai tuoi tre migliori amici. Se stanno bene, vuol dire che sei tu». Il rilievo ironico della scrittrice e sceneggiatrice americana Rita Mae Brown fotografa bene l’attuale e diffuso malessere psichico. Che si segnala per il carattere psicopatologico che sta pericolosamente diffondendosi fra le élite. Fra i “potenti” descritti dal giornalista inglese Jon Ronson in Psicopatici al potere. Un saggio che invecchiando (prima edizione 2013) non perde di attualità. Anzi. Visto che le sue riflessioni e analisi indicano crescenti e non calanti disturbi comportamentali nella nostra classe dirigente: leader politici e d’impresa, presidenti e grandi manager che stanno sfatando le narrazioni virtuose. Anzitutto la convinzione che ci voglia talento e merito, intelligenza e saggezza, oltre che fortuna, per arrivare a essere qualcuno.

I MAESTRI DELLO SCARICABARILE

Bene: che queste idee siano tutte da dimostrare e non di rado infondate è un buon punto di partenza per cominciare a riconsiderare l’intera questione della classe dirigente, relativamente alla legittimità e al (buon) diritto che essa ha di ritenersi tale. Cioè, di gran lunga migliore del cittadino/lavoratore medio, perciò meritevole degli onori economici di cui gode, dei ruoli politici e sociali che ricopre, del riconoscimento sociale che le è dovuto. Ma procediamo con ordine. Chiarendo in primo luogo che lo psicopatico manca di empatia e rimorso. È egocentrico, tende generalmente a ingannare e nascondere le proprie emozioni. È molto bravo nel comunicare e nel gestire lo stress, mantenendo i nervi saldi in situazioni estreme. Anche quando fa danni riesce sempre a dare la colpa ad altri. È un maestro dello scaricabarile. Ciò spiega perché abbia in molti casi successo. Gli psicopatici non sono dei pazzi o dei mitomani conclamati (Hitler o Caligola). Sono in molti casi perfettamente inseriti e non immediatamente riconoscibili. Sono un po’ come i cocainomani, efficienti e iperattivi grazie all’uso della sostanza. Sono dei borderline. I classici colletti bianchi da “master in Business administration”.

È dal decennio Ottanta, quello degli yuppies e dell’edonismo reganiano, che la moralità degli affari e della politica è venuta progressivamente stemperandosi. Diluendosi mano a mano che i fini (successo economico e professionale, dunque riconoscimento sociale) sono diventati sempre meno legati e dipendenti dalla bontà dei mezzi impiegati e dalle qualità personali (onestà, sensibilità, eticità). L’elogio del capo “bastardo” o dell’imprenditore tiranno che ottengono però grandi risultati ha alimentato e di fatto costruito le leggende imprenditoriali di internet. Da Steve Jobs, leader massimo della vessazione nei confronti dei dipendenti, ai tanti “turbo-capitalisti” della Silicon Valley, la follia e il “genio e sregolatezza” hanno cessato di essere una stranezza da artista, diventando una vera e molto ricercata qualità imprenditoriale e professionale.

IL NODO DEL "PARASSITISMO PRODUTTIVO"

Il business e la politica sono i due settori dove risulta oggi più evidente, e massimamente distruttiva per la collettività, l’avanzata degli psicopatici. Ovvero di un ceto che ha allargato notevolmente la sua base sociale e lo spettro professionale. Non più solo lupi di Wall Street, ceo di aziende multinazionali, banchieri e leader politici, ovvero pochi e molto cattivi, ma anche manager, funzionari di banca, comunicatori, reclutatori e cacciatori di teste di quadri intermedi, ovvero tanti e mediamente “crudeli”. La net economy e l’espansione dei servizi web è stato il motore della proliferazione degli psicopatici in azienda. Per la fondamentale ragione che Il “parassitismo produttivo”, secondo la felice espressione di Franklin Foer, cioè il capitalismo delle piattaforme, che ha costruito un sistema in cui pochi guadagnano tantissimo e la stragrande maggioranza invece percepisce stipendi miseri, ha fisiologicamente bisogno di “capetti”, di capi intermedi allegramente sadici nei confronti dei sottoposti. «L’azienda è un’opportunità per chi ama andare in bici, guadagnando anche un piccolo stipendio», ha dichiarato recentemente ai giornali Gianluca Cocco, giovane co-direttore di Foodora Italia

POCHI SCRUPOLI (E POCHE CONDANNE)

Se guardiamo al presente e ai tanti disastri bancari dell’ultimo decennio si osserva come i loro autori siano sempre presidenti, amministratori delegati e direttori generali. Che non si sono fatti nessuno scrupolo a rovinare migliaia di piccoli risparmiatori e famiglie, ma che sin qui hanno pagato congedandosi dalle banche che hanno contribuito a rovinare con robustissime buone uscite. Senza però mai andare in prigione. Da Tangentopoli in poi, a parte alcune tragedie umane, i carcerati eccellenti sono stati rari (Cusani e Greganti all’epoca di Mani Pulite). Come le azioni di responsabilità e le class action nei loro confronti. In Italia infatti tanti sono stati i bancarottieri, ma di Madoff, come negli Usa, condannato al carcere a vita per le sue truffe, nessuno.

È la politica, per il peso delle decisioni che vengono assunte, dove più disastrosi rischiano di essere gli effetti della comparsa di leader narcisi, popolari ma poco o niente empatici

Ma per ribadire il concetto è la politica, per il peso delle decisioni che vengono assunte, dove più disastrosi rischiano di essere gli effetti della comparsa un po’ in tutto il mondo di leader narcisi, abili nel comunicare, intesi al proprio interesse però in nome del popolo, dunque popolari ma poco o niente empatici, capaci di alternare la ferocia e la spietatezza di alcune decisioni con il sorriso e la bonomia del capofamiglia, del buon senso, della concretezza. Ma ciò che va segnalato, al di là della ciclicità dei populismi, da sempre figli delle grandi crisi politiche ed economiche, è l’emergere del “cattivismo”, però esibito, come driver di comportamento politico. In perfetta sintonia, peraltro, con un’opinione pubblica incattivita, malevolente, rancorosa. La novità assoluta, però, sono i social media. Usati come megafoni, come clave (i tweet di Trump) oppure come espressione assoluta di narcisismo (i selfie a ripetizione di Salvini) o di leaderismo live servito in streaming (le dirette Facebook di Di Maio). Cioè da start up nation, per dirla con la sgangherata prosa webbara del vice premier grillino. Ma se questi sono gli ultimi arrivati, va ricordato che anche i penultimi non sono stati meno autocentrati, sprezzanti d’ogni dissenso e incuranti d’ogni rispetto e pietà nei confronti degli avversari sconfitti così come delle persone impoverite dalle loro decisioni.

LA PERDITA DI CONTROLLO SULLA REALTÀ

Fanno testo alle diverse latitudini il «Fassina chi?» di Matteo Renzi, «le crisi non vanno mai sprecate» di Mario Monti e il «veni, vidi e lui è morto» con cui Hillary Clinton, facendo il verso a Cesare, salutò la fine tragica di Muammar Gheddafi. L’unica cosa, se può consolare, è che le salite e le discese sono oggi talmente veloci e clamorose che il rischio di disastri epocali (non remoti) può essere scongiurato dalla rapidità con cui un grande successo e consenso possono velocemente volgersi nel loro contrario. «Diventando troppo potenti le fantasie pongono le condizioni per la nascita di una nevrosi o di una psicosi», ha scritto Sigmund Freud. Noi possiamo aggiungere che più si diventa potenti più si perde il controllo di sé e sulla realtà. Si lievita, ci si gonfia di presunzione e di vana gloria. Sino a scoppiare, come le rane di Esopo. Renzi, che praticamente non se lo fila più nessuno, è lo stesso che due anni e mezzo fa teorizzava il Partito della Nazione, personale e maggioritario. Salvini, dopo essersi intestato i 60 milioni di Italiani, alle prossime Europee è pronto – ha dichiarato- per assumere la leadership dei sovranisti europei. Dopo le giacche a vento della polizia, ha già in mano il capello da Napoleone.

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