I 400 colpi
Democrazia Diretta Di Battista Fazio

Di Battista e la teoria del “vuoi mettere”

Liquidare la democrazia rappresentativa senza riflettere sugli inciampi di quella diretta. Assolvere il M5s tirando in ballo i governi precedenti. Preferire i massimi sistemi ai problemi reali. Le contraddizioni del pasdaran M5s.

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È tornato (per sua stesa ammissione momentaneamente) Alessandro Di Battista, il pasdaran grillino che sembra sempre porsi nei confronti dell’interlocutore e del mondo come un ariete inferocito che attacca a testa bassa. In realtà che fosse tornato si sapeva, ma l’intervista a Che tempo che fa di domenica 20 gennaio, per ampiezza e articolazione, gli ha dato modo di ricapitolare tutto il suo pensiero.

Per antonomasia Di Battista rappresenta, anche adesso che è al potere, il fronte antagonista del suo partito. Che si divide in grillini di governo, Luigi Di Maio e i suoi ministri ne sono l’emblema, e grillini di lotta, ovvero l’ala movimentista che ha dei presidi dentro le istituzioni, il presidente della Camera Roberto Fico, e ma il grosso fuori, e proprio per questo ha campo libero per criticare.

DI BATTISTA E IL PENSIERO ISTINTIVO, SENZA RAGIONAMENTI

Ogni apparizione di Di Battista serve ad arricchire la fenomenologia del personaggio. Di primo acchito colpiscono di lui due cose: la costante insofferenza verso chi gli rivolge delle domane, come chi si trova a dover ripetere ogni volta cose che ritiene ovvie. Una insofferenza che visivamente si traduce nella sua postura fisica, nel modo in cui sembra dimenare il corpo sulla sedia in attesa che chi gli sta di fronte se ne esca con la solita prevedibile e secondo lui beota domanda. L’altra, la sensazione che la parola preceda sempre il pensiero, che il discorso dell’ex parlamentare non sia il frutto di un ragionamento, ma segua un canovaccio istintivo, una fretta di dire che spesso, mi si passi il gioco di parole, lo fa dire senza aver pensato cosa dire.

Alessandro Di Battista ospide a Che tempo che fa di Fabio Fazio.

Rispetto al Di Battista delle origini, il fatto che ora il Movimento 5 stelle sieda a Palazzo Chigi, lo ha costretto ad essere meno diretto e un po’ più prudente. Balbettii e contraddizioni che hanno sin qui caratterizzato l’azione di Di Maio e dei suoi ministri hanno complicato non poco la sua verve dialettica. In più chi lo interroga non risparmia di evidenziarli, accentuando così il suo nervosismo. Ma soprattutto portandolo a praticare terreni che in questo senso meno insidiosi o che potremmo definire del «vuoi mettere».

LA BOCCIATURA DELLA DEMOCRAZIA RAPPRENTATIVA

Il ministro Alfonso Bonafede ha sì sbagliato a postare su Facebook quel video in cui dava in pasto la cattura di Cesare Battisti con un montaggio da filmino della prima comunione, ma vuoi mettere rispetto alle colpe di cui si sono macchiate le voraci locuste della Seconda Repubblica? Danilo Toninelli certo, qualche gaffe di troppo la commette, ma vuoi mettere rispetto ai ministri dei Trasporti che lo hanno preceduto, inerti e collusi con quei poco di buono dei Benetton?

Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista a Strasburgo.

Ma molto più a suo agio Di Battista si trova quando deve parlare dei massimi sistemi, temi su cui si sente sicurissimo e invece corre le maggiori insidie. Da Fabio Fazio per esempio, ha liquidato la democrazia rappresentativa, architrave su cui poggiano le democrazie liberali oltre che la nostra storia repubblicana, come si trattasse di una sine cura, un vestito passato di moda da riporre per sempre e senza rimpianti nell’armadio. Pensare che anche qui, se avesse considerato i risultati poco probanti che la cosiddetta democrazia diretta ha prodotto a casa sua, la cautela gli sarebbe quanto mai preziosa.

21 Gennaio Gen 2019 0914 21 gennaio 2019
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