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Cosa sapere delle Primarie Pd del 3 marzo 2019

A un anno dalla batosta elettorale delle Politiche, i dem provano a voltare pagina. In gara il favorito Zingaretti, seguito da Martina e il tandem Giachetti-Ascani. La guida. 

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A un anno esatto dalla batosta elettorale del 4 marzo scorso, il Partito democratico ricomincia dalle primarie. Previste il prossimo 3 marzo, dovrebbero segnare quel cambio di rotta e di dirigenza invocato da più parti. Lo scorso 23 gennaio Romano Prodi, fondatore dell'Ulivo, ha sentenziato: «La politica non si fa col che ma con il chi», una frase che, oltre fotografare la stagnazione attuale, potrebbe apparire profetica riguardo il futuro prossimo del centrosinistra.

UNA CORSA A TRE: ZINGARETTI, MARTINA E GIACHETTI

Dopo il voto dei circoli, i candidati ufficiali dei gazebo sono Nicola Zingaretti con il 47,38% dei voti dei circoli. Segue, ma staccato di più di 10 punti, Maurizio Martina al 36,1%. E al terzo posto c'è Roberto Giachetti all'11,13%. Francesco Boccia, fermo al 4,02% ha già dato il proprio sostegno al governatore del Lazio. Fuori dalla competizione Dario Corallo e Maria Saladino.

COME FUNZIONANO LE PRIMARIE

Il 28 novembre 2018 la Direzione dem ha approvato il regolamento per la procedura di elezione del segretario e dell’Assemblea nazionale. Da quella data (o, dal 17, quando cioè Martina ha ufficializzato le dimissioni), per la quinta volta dalla fondazione del Pd) si è messa in moto la macchina per il rinnovo della dirigenza, macchina che corre su due binari: i voti degli iscritti nei Congressi di circolo in tutto il Paese, fase appena terminata, e la chiamata degli elettori ai gazebo. Si vota il 3 marzo, dalle 8 alle 20. Ai sensi dell'articolo 10 del regolamento, potranno votare le elettrici e gli elettori che «dichiarino di riconoscersi nella proposta politica del Pd e accettino di essere registrati nell’Albo pubblico». Occorrono un documento di riconoscimento, la tessera elettorale e due euro (fanno eccezione i tesserati in regola con il pagamento della quota). La preferenza si esprime tracciando un solo segno su una delle liste di candidati all’Assemblea nazionale.

IL RUOLO DELL'ASSEMBLEA NAZIONALE

Nei 15 giorni successivi la Commissione nazionale convoca la prima riunione dell’Assemblea nazionale. In quella sede, a seconda dei risultati dei gazebo, si nomina il vincitore (qualora abbia superato il 50% dei consensi) che sarà segretario per quattro anni, oppure si procede con ballottaggio tra i due candidati con più delegati. Cruciale sarà la capacità di tessere alleanze tra le numerose correnti che animano il Pd.

NICOLA ZINGARETTI PUNTA SULLA DISCONTINUITÀ

Nicola Zingaretti (qui la sua mozione "Prima le persone") forte della vittoria alle Regionali del Lazio del 4 marzo – il solo risultato positivo, agevolato dalla corsa in solitaria del sindaco di Amatrice Sergio Pirozzi, incassato dal Pd in un giorno di batoste elettorali – ha ufficializzato la propria candidatura a settembre, dal palco della Festa dell'Unità di Ravenna. Zingaretti ha subito puntato tutto sul fatto di rappresentare un elemento di discontinuità con il passato, ovvero con la leadership renziana. «Matteo non si vuole candidare, questa stagione ha un senso con una nuova classe politica», ha detto. «Il problema è la credibilità, che è data dalla storia personale e da come ci si è comportati».

Il governatore del Lazio Nicola Zingaretti.

CHI SOSTIENE IL GOVERNATORE DEL LAZIO

​Zingaretti è ben radicato e apprezzato nell'Italia centrale – e i risultati dei circoli lo confermano – mentre, all'interno del Pd gode tanto della simpatia dell'area di sinistra (Andrea Orlando e Gianni Cuperlo) quanto dei centristi di Dario Franceschini (l'ex ministro ai Beni culturali, da tempo in rotta di collisione con Renzi) e anche dell’ex presidente del Consiglio Paolo Gentiloni («Ha un tasso di novità importante, maggiore di quello di altri», ha detto l'ex premier). Il 30 gennaio è arrivato pure l'endorsement di Massimo D'Alema, un appoggio che ha scatenato, com'era prevedibile, le polemiche interne. Domenica 3 febbraio invece è stata la volta di Boccia.

La versatilità di Zingaretti potrebbe permettergli di costruire ponti con i fuoriusciti dal Pd, ricucire i rapporti con l'elettorato e tendere una mano al M5s. Insomma, potrebbe giostrarsi bene tra la sinistra extra-Pd e le numerose anime dem, anche se ha già chiarito di non volere costruire altri vasi di coccio, tipici delle passate stagioni: «Ci hanno permesso di vincere le elezioni con Romano Prodi, ma sono il passato. Non bisogna scimmiottare o tornare a dei surrogati dei vecchi partiti che non verrebbero capiti da nessuno».

L'ex segretario reggente dem Maurizio Martina.

MAURIZIO MARTINA IL MODERATO

Anche Maurizio Martina (qui la sua mozione #FiancoaFianco) potrebbe rivelarsi trasversale. Non a caso è stato prima bersaniano, poi cuperliano (sostenne Cuperlo contro Renzi alle primarie del 2013) da ministro e vicesegretario del Pd non ha risparmiato critiche nei confronti di Renzi (intervistato da Luca Telese per Panorama ha ammesso: «Riconosco i meriti della stagione che abbiamo alle spalle. Ma sono irrequieto per gli errori che abbiamo commesso. Non penso si possa dire: “Non abbiamo nulla di cui scusarci”»).

CHI SOSTIENE L'EX SEGRETARIO REGGENTE

Martina è sostenuto da numerosi parlamentari renziani o ex renziani (che lo hanno preferito a Minniti), tra cui Graziano Delrio, dal presidente del partito Matteo Orfini e da Tommaso Nannicini. Proprio Nannicini ha provato in più di una occasione a mettere una pezza alla critica ricorrente mossa dai suoi detrattori, vale a dire che sarebbe troppo buono («Uno così, Salvini se lo divora», dicono sottovoce parecchi dem). Al Foglio ha dichiarato: «C’è la voglia di una leadership diffusa e mite, per dirla alla Norberto Bobbio. Non dobbiamo per forza inseguire lo stile delle leadership machiste, urlate. Alla lunga la mitezza paga»). Si scommette insomma sul voto moderato, che in Italia è stata una costante per tutta la Prima e la Seconda Repubblica ma che oggi, con M5s e Lega a contendersi la maggioranza degli elettori, potrebbe apparire una mossa anacronistica.

Roberto Giachetti e Anna Ascani corrono in tandem per le primarie Pd.

GIACHETTI, L'UOMO DALLE IMPRESE IMPOSSIBILI

Persino un ex radicale come Roberto Giachetti (qui la sua mozione #sempreavanti) cresciuto alla scuola di Marco Pannella potrebbe – almeno sulla carta - contare su un consenso insospettabilmente trasversale, considerato che il suo animo ambientalista può piacere a sinistra mentre i trascorsi con Francesco Rutelli (ne è stato prima a capo della segreteria poi capo di gabinetto) e il fatto che sia stato tra i fondatori della Margherita potrebbero invece farlo apprezzare ai centristi. Soprattutto, Bobo non ha mai rinnegato il suo essere renziano (c'è chi maligna che fosse renziano persino prima dell'arrivo sulla scena di Renzi).

La sua candidatura alla segreteria è avvenuta in tandem con la deputata Anna Ascani. L'annuncio è stato seguito da numerose critiche, piovute non solo da chi sperava di avere chiuso con l'epoca di Renzi, ma anche da coloro che hanno rimarcato la sua incapacità di comunicare tramite i nuovi media (inquadratura troppo larga e persino storta, scenografia discutibile), che lo farebbe partire svantaggiato nella competizione con Salvini e Di Maio. È rimasto negli annali per avere detto a Roberto Speranza e ai detrattori di Renzi di «avere la faccia come il...», infiammando la direzione del partito. È l'uomo delle imprese disperate: alle ultime Amministrative romane fu candidato obtorto collo contro Virginia Raggi dopo che il Pd tolse l'appoggio, per usare un eufemismo, a Ignazio Marino. Oggi corre per la segreteria pur non sapendo se e per quanto tempo ancora i renziani sosterranno il partito.

4 Febbraio Feb 2019 1150 04 febbraio 2019
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