I 400 colpi
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La Tav è una pietra tombale sul governo M5s-Lega

Sulla Torino-Lione l'alleanza gialloverde a serio rischio rottura. Un epilogo dagli esiti imprevedibili che penalizzerebbe sia i pentastellati di Luigi Di Maio sia il Carroccio di Salvini.

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Dove non è riuscito il decreto sicurezza, dove non è bastato il decreto dignità, quota 100 e il reddito di cittadinanza, riuscirà la Tav: far scoppiare le contraddizioni che rendono insanabile la diversità tra due forze che compongono la maggioranza di governo. Dunque la Torino-Lione è un percorso senza ritorno. Movimento 5 stelle e Lega ne hanno fatto una questione dirimente, una roccaforte di inderogabili principi, un punto d’onore e d’orgoglio. L’alta velocità è servita anche come unguento benefico per lenire le lacerazioni all’interno dei loro rispettivi elettorali. I grillini sul tema hanno ritrovato una monolitica compattezza, la sintesi tra l’essere partito di lotta e di governo, tra movimentisti che si richiamano alla primigenia ortodossia e chi invece, specie dopo la conquista del potere, si è mostrato più incline alla mediazione.

Per la Lega, pure molto più compatta sotto le bandiere del suo leader, fare la Tav significa riconciliarsi con a parte produttiva del Paese, quella più insofferente verso i compromessi con i pentastellati che ai loro occhi si traducono come la certificazione di una decrescita infelice a fronte di un’economia che già di per sé mostra endemici segnali di debolezza. Insomma, se la base grillina non perdonerebbe mai nemmeno il più sofferto sì alla prosecuzione dell’opera in qualsivoglia versione, il Nord operoso e produttivo che ha votato Lega nella convinzione di mettere ulteriore propellente al suo attivismo farebbe altrettanto con Matteo Salvini.

LE CONSEGUENZE IMPREVEDIBILI DELLA ROTTURA M5S LEGA

Ora, si può cercare di attutire lo scontro, magari arrivare alle elezioni europee ancora formalmente uniti presentando intatte le proprie ragioni ai rispettivi elettori, ma la resa dei conti sarà inevitabile. E tutta legata alla riapertura o meno dei cantieri in Val di Susa. Nemmeno l’evocato ricorso al referendum, ovvero affidare i destini della grande opera al giudizio degli italiani, non porterebbe a un accettabile compromesso. Se vincessero i No alla Tav, il Nord dei ceti produttivi, che è ben più vasto e compatto delle rampanti madamine che hanno incarnato la protesta torinese, volterebbe le spalle a Salvini perché a quel punto la questione securitaria non sarebbe più un sufficiente collante. Se vincesse il Sì, la spaccatura tra i grillini non sarebbe più ricomponibile. E questo spiega perché sulla vicenda Luigi Di Maio abbia fatto la voce grossa almeno quanto il subcomandante Alessandro Di Battista.

Luigi Di Maio e Matteo Salvini.

Cosa succederebbe in caso di rottura? A rimetterci dalla fine dell’alleanza, basata su un obsoleto contratto che oramai non riesce più a compensare le differenze, dovrebbero essere i grillini, che già ora sono in evidente calo nei sondaggi. Ma alla fine, anche per il Carroccio, tutto si ridurrebbe a una questione di numeri. Andando a elezioni anticipate, davvero Salvini pensa di poter rispolverare l’alleanza di centrodestra con un Silvio Berlusconi il cui ritorno in campo non sembra almeno sin qui incidere più di tanto sui consensi di Forza Italia? E per contro il M5s potrebbe mai pensare di ritirare fuori dal cassetto l’ipotesi di un’intesa con il Pd dopo che i dirigenti del Nazareno, compreso il probabile futuro segretario che pure inizialmente sembrava più disponibile, hanno escluso ogni possibile accordo?

7 Febbraio Feb 2019 0913 07 febbraio 2019
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