I 400 colpi
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Politica
13 Febbraio Feb 2019 0906 13 febbraio 2019

Conte, gli insulti di Verhofstadt e l’orgoglio di Patria

L'attacco da parte dell'ultraeuropeista belga è diventata l'occasione per nuove polemiche interne, senza soffermarsi sul fatto che il premier in missione all’estero rappresenta l'Italia, non una sua parte politica.

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Di solito quella che prevale è la carità di patria, e non solo oggi dove chi ci governa presta particolarmente il fianco, ma anche in passato. Complice il fatto che siamo gli ultimi della classe, come tristemente dimostrato anche dalla recentissima classifica del Pil continentale, i politici italiani a Bruxelles sono spesso oggetto di strali e irrisioni da parte dei loro colleghi, che non ce le mandano certo a dire. Con una differenza che va per altro sempre più sfumando: se nel parlamento, dove accesa è la rivalità tra i gruppi, i peli sulla lingua sono pochi, in Commissione vige una sorta di galateo istituzionale, un modo più paludato di criticare i governanti dei Paesi membri anche nei momenti in cui l’oggetto dello scontro porterebbe ad alzare i toni.

Di recente però, con l’Unione in piena crisi, ma forse anche in vista delle imminenti elezioni destinate a rinnovarne il parlamento, a Strasburgo si tende a trascendere. Ed è quello che è successo dopo il discorso di Giuseppe Conte in un’aula desolatamente mezza vuota, quando il leader dei liberali, l’ultraeuropeista belga Guy Verhofstadt, si è rivolto al premier italiano dipingendolo come «burattino mosso da Matteo Salvini e Luigi Di Maio». Fortunatamente Conte ha reagito in maniera molto più misurata di quanto nell’oramai lontanissimo 2003 fece Silvio Berlusconi quando, dopo essere stato criticato per il conflitto di interessi, definì i parlamentari europei «turisti della democrazia» e dette del kapò a Martin Schulz, il leader dei socialdemocratici. Ma l’episodio nella sua dinamica è identico. Da una parte un presidente del Consiglio italiano, dall’altra un deputato solitamente esponente dei nordici, l’ala dura dell’Unione, che lo attacca. Se poi è un belga a farlo, ovvero il politico di un Paese che per certi versi ci assomiglia (debito pubblico oltre il 100% ed estrema instabilità di governi e coalizioni), vuol dire che non ci sono più freni inibitori.

L'AUTOLESIONISMO ITALIANO: SI PARTEGGIA PER CHI HA ATTACCATO CONTE

Il problema però non è l’attacco che viene da fuori, ma la reazione in casa, che obbedisce a un’unica modalità: parteggiare per l’attaccante (solitamente abile nello sfruttare argomenti e slogan che da noi vanno per la maggiore), non solidarizzare con l’attaccato. Sfruttare insomma l’occasione per farne l’ennesimo oggetto di polemica interna, senza soffermarsi minimamente sul fatto che il premier in missione all’estero rappresenta l'Italia, non una sua parte politica. Nel caso specifico, se anche pensassimo che Conte è davvero un burattino che le mani dei due vicepremier muovono a piacimento, dovremmo comunque reagire di fronte a chi spavaldamente si permette di giudicare in casa altrui, incurante del rispetto istituzionale che si deve all’interlocutore. Se invece ci si adatta al costume delle parole in libertà, del venir meno di ogni forma di diplomazia, e la si butta in rissa, inutile poi recriminare sulla perdita di decoro delle istituzioni. Siamo un Paese dove nemmeno la carità di Patria può nulla di fronte all’istinto autolesionista. Figurarsi l’orgoglio, sentimento che sembra aver perso ogni diritto di cittadinanza.

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