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Verso le elezioni europee
Matteo Salvini Brexit

La pericolosa illusione che unisce brexiteer e Salvini

Londra è convinta di poter fare a meno della Ue (ma non ha un piano). I sovranisti nostrani inseguono il sogno di un’Italia grande e autonoma. Aspettando la luce dall’Oriente, ancora una volta.

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La data fatidica degli inglesi è il 29 marzo 2019 ore 23.59, perché alle 00.00 successive scatterà la Brexit e finalmente il Regno Unito si libererà dalle catene della Ue. Così dice il copione, ma occorre aspettare che la scena venga veramente rappresentata, il che non è affatto certo, «per improvvisi impedimenti», come si dice a teatro. La data fatidica per l’Italia arriverà adesso due mesi dopo rispetto a quella (forse) di Londra, a fine maggio 2019, quando i risultati complessivi del voto europeo diranno se la scommessa di Matteo Salvini e Luigi Di Maio di un’Europa sovranista avrà pagato o meno.

Per il Movimento 5 stelle si sarà già visto, con il voto in Sardegna del 24 febbraio, se i momenti di gloria del 4 marzo 2018 - dal nulla a primo partito politico in meno di otto anni, fatto senza precedenti nella storia dell’Europa democratica - sono finiti o no in meno di un anno; una replica del disastro abruzzese sarebbe infatti il netto segnale della ritirata. Salvini resta bene in gioco, ma dipende dal fatidico voto di maggio se baldanzoso o indotto a più miti consigli, certamente forte elettoralmente in Italia (immigrazione), ma assai ridimensionato in Europa se non si avvera la travolgente sponda sovranista.

ANCHE A ROMA I NODI VERRANNO AL PETTINE

Gli inglesi hanno un passato glorioso e quello per l’ennesima volta sognano; the finest hour è stata la Seconda guerra mondiale dalla quale sono usciti vincitori e finanziariamente e imperialmente rovinati. Il cuore freme ancora oggi davanti a vecchi filmati di squadriglie di caccia Spitfire che si levano in volo diretti alla Manica e oltre. Uno Spitfire volava a oltre 500 km l’ora e arrivava sui cieli di Bruxelles in 45 minuti. Per “errore” la Bbc ha messo in onda quelle gloriose immagini di eliche rombanti la sera del 30 gennaio scorso, durante un servizio sul premier Theresa May di nuovo rispedita a Bruxelles, su mandato dei Comuni, a chiedere di più agli unelected official della Commissione peraltro decisi a non cedere su mandato dei 27 governi. L’Italia non aveva nulla di simile allo Spitfire, non certo nel 1940 e poche macchine con motori tedeschi dopo, e tanto per dare la misura storica dei due Paesi basti ricordare che dal 39 al 45 la Gran Bretagna ha costruito più di 130 mila aerei da guerra e l’Italia 14 mila e in genere ormai antiquati, e nonostante questo fu Roma a dichiarare guerra a Londra nel ‘40.

L’Italia ha avuto un impero malfermo e solo per cinque anni (1936-1941); la sua mesta finest hour è stata quando finalmente dopo l’umiliante e ambiguo armistizio di Cassibile si poteva tornare a casa, malmessi ma a casa. Non avendo un passato analogo a quello britannico, Salvini e Di Maio non vivono di nostalgie ma sognano, confusamente peraltro, un futuro che possa iscriverli nell’albo d’onore della storia. Un’Italia grande e autonoma. Di nuovo padrona dei propri destini, diceva fino a ieri la retorica sovranista. In più, la rivoluzione del web e la piattaforma Rousseau, vaghezze di cui si parla sempre meno. Per arrivare dove? Come? Con che mezzi, anche alla luce dell’enorme debito pubblico? È qui che il pasticcio britannico e la tarantella italiana rivelano una natura comune, pur nelle notevoli differenze, dato che i britannici - beati loro - sono a nostro confronto bene amministrati e hanno un debito che è sul Pil poco più di un terzo di quello italiano. Il filo comune è l’illusione. E i nodi sono venuti al pettine a Londra, e stanno venendo al pettine a Roma.

LO SPETTRO DEL NO DEAL SU LONDRA

In Gran Bretagna, a 32 mesi dal referendum vinto dal Leave i termini della questione sono ormai chiari: lasciare la Ue in blocco e senza modalità concordate di uscita, la no deal Brexit detta anche hard Brexit, fa tremare i polsi a tutti a partire dalla premier May ed è sostenuta solo dai duri e puri del Leave, meno di un terzo dei 317 deputati conservatori e un settimo dell’intero parlamento, ma un vero partito nel partito. Ancora giovedì scorso, astenendosi, sono riusciti a infliggere a May una umiliante sconfitta su un emendamento del governo. Hanno giocato tutto sulla Brexit e la vogliono hard, costi quel che costi. Non hanno affatto una maggioranza, ma giocano sulle ambiguità altrui. I laburisti, con la ondivaga leadership di Jeremy Corbyn che è alla fine un soft brexiteer, sono contro il no deal; May lo usa come spauracchio per ottenere sul filo di lana, pochi giorni prima del 29 marzo probabilmente, un sì di tutto il partito a una sua soft Brexit, che sarebbe però un restare con mezzo piede nella Ue e rischia di non passare ai Comuni, invisa sia ai leaver intransigenti che ai remainer. Intanto, il 27 febbraio una mozione va al voto e la no deal Brexit, la secessione senza modalità di uscita concordate, potrebbe diventare impossibile. A giorni inoltre i Comuni costringeranno l’esecutivo a rendere pubblici i rapporti riservati sulle conseguenze immediate e non di una hard Brexit.

VERSO UN RINVIO DELLA EXIT

Esito più probabile: un rinvio della data del 29 marzo. Molti danno per vicina una hard Brexit, ma in parlamento non c’è la maggioranza. Bruxelles non può accettare un rinvio oltre giugno, probabilmente. E se i Comuni rifiutano il no deal, tutto si riapre, anche l’ipotesi di un nuovo referendum. Gli inglesi non sanno che fare. Doveva essere una marcia trionfale ed è un incubo. Il Regno Unito è in declino e troppo piccolo per avere da solo un ruolo sulla scena mondiale, ha detto brutalmente giovedì 14 il premier olandese Mark Rutte, molto ascoltato Oltremanica, e che prevede un no deal, se ci sarà, «devastante». Per l’Italia gialloverde sarà invece un “maggio radioso”? Tutto cambierà, «sarete spazzati via», largo all’Europa dei popoli, «il voto sovranista verrà quadruplicato» come ha detto Di Maio? Forse non sarà neppure raddoppiato dicono i sondaggi, già un ottimo risultato, ma non sufficiente: alla fine comanderà in Europa chi ha comandato finora, sia pure con più attenzione ai desiderata sovranisti. La grande illusione tuttavia sta nel cercare una «legittimazione esterna», per usare il concetto elaborato dallo scomparso Giovanni Sartori nel descrivere un Pci legittimato dall’esempio radioso dell’Urss. Anche questa volta la legittimazione verrebbe da Est.

Quelli di Visegrad, i nuovi Paesi Ue dell’Europa orientale a forte impianto nazionalista, non possono però legittimare nessuno a Occidente, in chiave sovranista, e per tre motivi. Primo, l’Europa occidentale ha difficoltà a farsi indicare il cammino dai fratelli dell’Est perché li considera dei neofiti, della democrazia e non solo; in effetti quei Paesi, se si esclude il tormentato ventennio dal 1919 (Trattato di Versailles e annessi) al 1939, stanno vivendo la prima vera stagione di autonomia nazionale, e quindi per molti di inebriante nazionalismo, da circa tre secoli. Secondo, i loro progressi economici sono parecchio legati ai fondi di sviluppo Ue e al mercato unico al quale restano, tutto sommato, affezionati. Terzo e più importante: detestano e temono la Russia, che come Urss gli ha dato una delle era peggiori della loro tormentata storia, e alla fine si guardano bene dall’ascoltare davvero il Cremlino. Vogliono più Nato e, se lasciati adeguatamente a gustare le loro nuove gioie nazionaliste, anche più Europa, immigrati a parte. Perché non vogliono più quella Russia dove Salvini invece come noto si sente più a casa che a Bruxelles.

L'ITALIA E QUELLO SGUARDO RIVOLTO A EST

È questa di Salvini una battuta ancora attuale? Probabilmente no. Il premier ungherese Viktor Orban abbraccia Valdimir Putin fino a quando il presidente russo se ne sta al Cremlino. I baltici si rifugiano in cantina ogni volta che l’ex Armata Rossa starnutisce e contano sulla Nato. La Ue è come il papa secondo Stalin, non ha divisioni corazzate. Ma a qualcosa serve, come Mosca ha imparato a sue spese con il papa polacco, ed è sempre Occidente. Gli inglesi hanno i brexiteer e avevano lo Spitfire, ma 80 anni fa. E noi, che lo Spitfire non l’abbiamo mai avuto, aspettiamo la luce dall’Oriente, ancora una volta.

17 Febbraio Feb 2019 1400 17 febbraio 2019
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