Regionali 2019
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Elezioni Sardegna 2019 Salvini Di Maio

Le strategie di Salvini e Di Maio dopo le elezioni in Sardegna

Il leghista conquista un'altra Regione. Mentre il pentastellato vede montare il dissenso interno. Entrambi, però, non alzano i toni. E blindano il governo. In attesa del voto in Basilicata. E della resa dei conti europea.

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All'indomani delle elezioni regionali in Sardegna va in scena la tregua armata tra Movimento 5 stelle e Lega. Dopo la cocente sconfitta subita a metà febbraio in Abruzzo, i pentastellati incassano una nuova débâcle a livello locale. Il malumore della base è sempre più tangibile. Così il capo politico del Movimento, Luigi Di Maio, alza la posta per rilanciare la sua leadership, accelerando su una serie di svolte che fa sapere di volere imprimere al M5s: sul blog, nel giro di pochi giorni, gli iscritti dovrebbero votare l'istituzione dei referenti locali fulcro della nuova organizzazione, l'apertura a liste civiche e la deroga ai due mandati per i consiglieri comunali.

Anche in seno alla Lega, il voto in Sardegna induce - pur con altri umori - alla riflessione. E allora, mentre Di Maio non vuole sentire parlare di ricadute sul governo, anche Matteo Salvini predilige toni bassi: entrambi garantiscono che gli equilibri dell'esecutivo giallo-verde non cambieranno. Salvini guarda i numeri, sa che senza l'apporto dell'intera coalizione di centrodestra la Lega, al momento, potrebbe non vincere in autonomia. E forse è questa riflessione a sconsigliare fughe in avanti leghiste.

OCCHI PUNTATI SULLA BASILICATA, IN ATTESA DEL VOTO EUROPEO

Il prossimo appuntamento è a fine marzo, con le elezioni in Basilicata. Nonostante il M5s abbia cominciato a puntarci con decisione, il voto potrebbe veder trionfare una volta in più il centrodestra e la Lega, a due mesi dalla sfida cruciale delle elezioni europee. Una sfida per la quale, nel M5s, l'obiettvo principale è raggiungere il 25% che, secondo i sondaggi, i cinque stelle ancora non raccolgono in tutto il Paese. In seno al Movimento prevale il realismo. Anche perché, a taccuini chiusi, la definizione del voto sardo non ha mezze misure: anche se secondo alcuni era nell'aria, «è stata una débâcle». Il tema che affiora, in queste ore, è un cambio della comunicazione della linea movimentista. La sindrome di schiacciamento filo-leghista vede concordare un numero via via maggiore di parlamentari e l'esigenza, anche dalle parti dei vertici, è ora recuperare i toni moderati che permisero a Di Maio il salto oltre la soglia del 30% alle elezioni politiche.

LA LEADERSHIP DI DI MAIO INIZIA A TRABALLARE

Il tempo scarseggia e, se non ci sarà un cambio di passo, nel mirino potrebbe finire anche la stessa leadership di Di Maio. Come scritto il 22 febbraio scorso da Lettera43.it, la resa dei conti potrebbe arrivare dopo il voto europeo. Qualcuno già inizia ad agitare gli animi. «Nugnes affronti e sfati la profezia di Fassino: si candidi lei per guidare il M5s. Non abbiamo bisogno di picconatori ma di visione e proposte», è la provocazione che Sergio Battelli lancia a Paola Nugnes, da settimane tra le più critiche assieme a Elena Fattori. I vertici, nel frattempo, guardano avanti. All'indirizzo di una riorganizzazione da finalizzare già nel voto in Emilia-Romagna o anche in quello in Piemonte. A un attivismo civico che, come spiega il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli, è destinato a diventare dirimente. E, in questo senso, si punterebbe a rendere obbligatorio, per chi si candida alle Parlamentarie, almeno un mandato da consigliere comunale. La ripartenza, è la convinzione di Davide Casaleggio, va ricostruita dal basso. Resta da vedere se sarà ancora targata Di Maio.

25 Febbraio Feb 2019 2210 25 febbraio 2019
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