Europee 2019
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Salvini Europee 2019 Lega
BASSA MAREA
3 Marzo Mar 2019 1400 03 marzo 2019

Il celodurismo di Salvini è destinato ad afflosciarsi

Vuole stravolgere le politiche Ue alle Europee 2019. O vince questa scommessa o sarà costretto a diventare un “moderato”. I sondaggi lo smentiscono e pure Visegrad gli dice di rimettere i conti in ordine.

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Dopo i due “piccoli” terremoti elettorali di Abruzzo e Sardegna dominati dalle forti perdite del primo partito taliano, il dibattito politico ha ripreso con brio le sue mossette. Lo scenario è quello solito dei troppi talk show tivù dedicati alla politica e spesso, come la politica italiana, così attenti alla tattica e ignari della strategia, o dell’assenza di una strategia.

Al momento si sprecano le riverenze di fronte alle abilità di Matteo Salvini, che ci sono perché non si rivitalizza un cadavere politico come la Lega senza qualità politiche, e molta fortuna, che è la quintessenza delle qualità. Ma davvero il Salvini di oggi ha le visioni necessarie, e la strategia, per incarnare una stagione decennale della politica italiana? O non vive forse anche lui alla giornata, su due pilastri, l’anti-immigrazione e il pagante confronto con il pasticcio M5s? Come al solito un po’ di passato aiuta.

Il tema centrale della politica italiana degli Anni 70, accanto al terrorismo e all’ economia in anni allora di forte inflazione, fu il ruolo del Pci. Tra le Amministrative del 15-16 giugno 1975 e le Politiche del 20-21 giugno 1976 i comunisti sembravano destinati a strappare alla Dc dopo quasi 30 anni la guida del governo, nonostante i forti ostacoli internazionali ancora potenti negli anni della Guerra fredda. Era dopotutto un partito amico, a dir poco, della Mosca sovietica, e che a quel mondo guardava tutto sommato con grande rispetto. La sera del 21 giugno 1976 si capì che l’impresa non era così facile, perché alle Politiche il Pci aveva fatto un altro balzo ma la Democrazia cristiana aveva avuto un miracoloso (dopotutto era un partito cattolico) sussulto che la confermava e nettamente come prima forza. Una Dc sfilacciata reggeva insomma all’assalto di una efficientissima struttura politica di impianto leninista-togliattiano, ancora sana, che era diventata egemone in mondi importanti come scuola e università, informazione e magistratura.

Il vicepremier e ministro dell'Interno Matteo Salvini imbraccia un fucile durante la sua visita alla Fiera Hit Show, a Vicenza.

A partire da una serie di voti locali nell’aprile del 1977 il Pci arretrava e non avrebbe più recuperato. I cali alle Amministrative, secco quello del maggio 1978, erano il sintomo. La causa era la difficoltà dell'allora partito di via delle Botteghe Oscure di essere contemporaneamente un partito comunista amico della Russia e convinto della «superiorità morale» del sistema sovietico (giudizio di Enrico Berlinguer), e un corretto ed efficiente gestore di un’economia capitalista occidentale e di uno Stato saldamente ancorato al sistema europeo e atlantico, una discrasia difficilmente sanabile.

IL GRILLISMO È MORTO ALLE REGIONALI DI SARDEGNA

La causa del crollo dei cinque stelle, che non sono certo il vecchio Pci quanto a struttura e coerenza, è della stessa natura: non si può essere contemporaneamente portatori della rivoluzione grillina, della web-democrazia, della politica senza intermediazoni, della “decrescita felice” che resta ancora in molti il sogno, ed amministrare un moderno Paese industriale. La Tav è moderna, l’anti-Tav è arcaica e sogna la decrescita. Il tutto è siglato poi dalla modesta qualità e dall’inesperienza del personale politico portato alla ribalta. Sentire i ministri Alfonso Bonafede o Danilo Toninelli o i sottosegretario Manlio Stefano e Laura Castelli e porsi seri interrogativi è la stessa cosa. E lo sciolto eloquio di Luigi Di Maio non riesce a nascondere il sottostante, scarso di idee.

Il Movimento 5 stelle, che è cosa più complessa del grillismo, entra in una fase molto incerta con possibili scissioni se la fuga degli elettori continua

Risultato: il grillismo come canto corale verso una nuova rivoluzione planetaria è morto tra Sassari e Cagliari il 25 febbraio, quando i voti sono passati dal 42% delle Politiche del 4 marzo 2018 al 9% del voto regionale. Il Movimento 5 stelle, che è cosa più complessa del grillismo, entra in una fase molto incerta con possibili scissioni se la fuga degli elettori continua, e dominato ormai da un interrogativo nervoso che disturba i sonni dei 220 deputati e dei 107 senatori pentastellati: che ne sarà di me?

TUTTI I DIETROFRONT DI SALVINI SU EUROPA ED EURO

Matteo Salvini ha - o avrebbe - nei cinque stelle, per come sono combinati adesso, i partner ideali, se non si ostinassero contro Tav e autonomie regionali e altro. La fuga dal M5s sta ingrossando le fila dei suoi elettori. Ma, blocco dell’immigrazione e sicurezza contro rapine e violenza a parte, che idea dell’Italia ha il capo della Lega, fautore in contemporanea di un leghismo universale (dalle Alpi a Lampedusa, viene in mente il “fascismo universale” di Asvero Gravelli, direttore negli Anni 30 della rivista Anti-Europa) e di un federalismo fiscale anatema per gli italiani del Sud? Che idea ha dell’Europa? E dell’Italia in Europa?

Il segretario della Lega Matteo Salvini.

E qui il bravo tattico sembra essere un mediocre stratega, perché Salvini si è scelto modelli assolutamente improponibili nella situazione italiana: Donald Trump e Vladimir Putin. Il primo è a capo della superpotenza industriale, finanziaria e militare, favorita da dimensioni e geografia, e una delle poche nazioni in grado di fare una vera politica nazionalista, pur pagando alti prezzi . Il secondo, Putin, capo di una modesta economia, con poca finanza, ma un forte esercito e interessi geostrategici consolidati. Che ci fa l’Italietta super indebitata e di incerta, a dir poco, credibilità militare e geopolitica con modelli da “uomini forti”?

Il celodurismo di Salvini si è sgonfiato alla prova dei fatti in un poco dignitoso arretramento

È solo un gonfiare il petto e una serie di anatemi interminabili, contro l’Europa in genere e più nello specifico Francia e Germania, ai quali ha sempre fatto seguito alla prova dei fatti (la finanziaria 2019 è l’esempio massimo), un poco dignitoso arretramento. È stato solo celodurismo, per usare un termine non elegante ma chiarissimo, con poco costrutto. «Abbiamo l’accordo su tutto. Piegati all’Europa? È lei a piegarsi», diceva a dicembre Salvini sui conti pubblici italiani. Si è visto come è andata a finire. «Noi non cambiamo, saranno loro a cambiare», il ruggito del coniglio. Il celodurismo grillino subisce ormai, in modo ben distinto, il fischio del palloncino di gomma bucato che si sgonfia ed è già flaccido, altro che «abbiamo sconfitto la povertà» proclama di portata biblica o freddura da bar delle più ridicole. Salvini, sempre a parte immigrazione e sicurezza che sono i pilastri del suo successo gentilmente concessi dall’insipienza del Pd, ha comunque un asso (prossimo venturo e quindi non sicuro) nella manica e sarebbe il grande successo dei sovranisti di tutta Europa al voto per l’Europarlamento a fine maggio.

I SOVRANISTI DI VISEGRAD VOGLIONO CHE L'ITALIA METTA I CONTI IN ORDINE

Anche gli ultimissimi sondaggi fatti a cura del parlamento europeo sollevano molti interrogativi su questa grande speranza annunciata sempre da Salvini e Di Maio come sicura realtà. «Alle europee del 2019 daremo una bella scossa all’Europa», è il messaggio battagliero formulato da mesi su tutte le tonalità e in tutte le salse. Aspettiamo. I sondaggi dicono che sarà una scossa di moderata forza e non un elettrochock e che gli equilibri verranno cambiati, ma non stravolti. Dopo tanti proclami sarà l’ultimo appello. Salvini o vince questa scommessa o sarà costretto a diventare “moderato”, per mancanza di sponda. Inoltre, anche se dovesse esservi la valanga sovranista, non si capisce come le cose potrebbero cambiare per l’Italia in quello che più interessa al leader del Carroccio, convinto che la sua spesa pubblica farebbe volare il nostro Paese: gli spazi di bilancio. Già adesso gli amici di Salvini, da Vienna a Budapest a Varsavia, gli stanno dicendo di rimettere i conti in ordine.

Il ministro dell'Interno e vicepremier Matteo Salvini mentre si reca a palazzo Chigi.

L’Italia rimarrà con il problema che si porta avanti da almeno 20 anni, la scarsa credibilità e lo scarso peso negoziale dovuto all’eccessivo debito pubblico. L’Europa sa benissimo che senza l’appartenenza all’euro saremmo finanziariamente e monetariamente il più grosso barcone alla deriva nel Mediterraneo. Finché non mettiamo mano al debito, e il governo gialloverde ha fatto l’esatto contrario, non ci staranno troppo a sentire. Ed è questo il punto debole anche di Matteo Salvini che ha la sua discrasia in una politica di “potenza” o potenziucola a parole, e in grosse debolezze nazionali, e della sua personale strategia, nei fatti. Se a maggio poi le cose non vanno bene e lo choc è non è travolgente, valutato non sui sicuri successi italiani ma sul quadro complessivo europeo, anche il palloncino celodurista della Lega incomincerà a fare distintamente pssss, a sgonfiarsi e afflosciarsi. E che farà in questo caso il capo del Viminale? Si adeguerà, perbacco. A meno di sciogliere gli ormeggi e andarsene dall’euro, per incominciare. Sarebbe la fine sicura di Salvini, ammesso ci riesca.

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