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L'accordo sulla via della Seta con la Cina incrina il governo

M5s e Lega si sono spaccati anche sui rapporti con Pechino. Se al Mise, Di Maio e il sottosegretario Geraci sponsorizzano l'intesa con Xi Jinping, il Carroccio e Giorgetti frenano. 

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Cari e affezionati lettori, non c’è solo la Tav, ma anche un altro tema che rischia di spaccare il già incrinato asse 5 stelle-Lega, o meglio Di Maio-Salvini: il rapporto con la Cina. In questi giorni si parla molto dell’accordo sulla Via delle Seta che il governo italiano dovrebbe firmare il 22 marzo con il presidente Xi Jinping. Dietro l’illusione che l’accordo possa sviluppare i traffici commerciali – ma la crescita prevista nei prossimi anni sarà solo del 2% – l’Italia rischia di regalare alla Cina quattro dei suoi principali asset di sviluppo: il settore delle costruzioni di grandi infrastrutture, la logistica, la cosiddetta blue economy e la rete 5G. A fare da apripista ai cinesi è stata Fincantieri facendo un accordo con il grandissimo gruppo pubblico di Pechino, Cccc-China Communication Construction company, per la realizzazione in Cina di navi da crociera, abdicando così al controllo di uno dei pochi know-how che ci erano rimasti.

LE MIRE ESPANSIONISTICHE DELLA CINA SUL TRASPORTO GLOBALE

La Cina, come già avvenuto in Africa e Asia, punta ad avere il dominio su porti, strade e ferrovie, snodi che gli consentiranno tra pochi decenni di dominare il trasporto globale e dettare priorità, tariffe e avere importanti basi militari ausiliarie. La bozza di intesa di cui si sta discutendo riguarda tra l’altro la costruzione di ponti, strade e soprattutto porti. In particolare, i cinesi attraverso proprio Cccc, puntano alla costruzione e alla gestione del nuovo terminal di Trieste e persino alla costruzione di una società mista con l’autorità di sistema portuale di Genova – grazie alla sospetta arrendevolezza del presidente Paolo Emilio Signorini (si chiama come il mitico Taviani, ma non gli somiglia), che ha fatto andare su tutte le furie il presidente della Regione, Giovanni Toti – per la progettazione e la costruzione di opere marittime, in barba a tutte le norme vigenti compreso il codice degli appalti.

CCCC PUNTA A DIVENTARE MONOPOLISTA DELLE OPERE MARITTIME ITALIANE

Cccc, che in passato aveva sposato il progetto di porto offshore a Venezia, punta a diventare il monopolista delle opere marittime italiane. Le opportunità sono molte, dalla gestione del Mose alla diga del porto di Genova dal costo di 1 miliardo di euro, dai dragaggi a varie opere negli scali nazionali, per decine di miliardi complessivamente, di cui una parte cospicua finanziata dalla Ue, che non a caso è ferocemente contraria a questa intesa. Non solo, uno studio Enea-Confcommercio dice che nei prossimi anni, per combattere l’erosione del mare per effetto del cambiamento climatico (paradossalmente causato dalla Cina, che è il maggiore inquinatore del pianeta), l’Italia dovrà investire molte decine di miliardi per mettere in sicurezza porti e città. Tutti investimenti che andranno a beneficio dei cinesi.

LE IMPRESE ITALIANE TROVANO UNA SPONDA NELLA LEGA

Ora, le imprese di costruzioni italiane, che sono all’avanguardia in questo settore ma rischiano di essere clamorosamente escluse, trovano ascolto e sponda nella Lega. In particolare in Giancarlo Giorgetti, che non a caso è stato di recente negli Stati Uniti dove si è sentito dire che l’adesione italiana al progetto della Via della Seta è una minaccia per la Nato e per i rapporti Italia-Usa. Mentre, al Mise è annidato il fronte pro-cinese: dal ministro Luigi Di Maio, che furbescamente si trincera dietro la definizione di «nuova» Via della Seta – sembra tanto la “mini Tav” – al sottosegretario Michele Geraci, il banchiere d’affari legato mani e piedi al governo di Pechino che è entrato nel governo come tecnico equidistante tra i due partiti di maggioranza ma poi si è nettamente schierato con i pentastellati. Dunque, se l’Italia firmerà quell’accordo consegnerà gran parte del suo futuro a una potenza straniera, sacrificherà centinaia di grandi imprese italiane delle costruzioni, della navigazione, della logistica, con un percorso irreversibile, e senza vedere i milioni di container promessi. Non sarà il caso di ascoltare le denunce degli Stati Uniti e riflettere sul perché i grandi Paesi europei si sono rifiutati di firmare accordi analoghi?

11 Marzo Mar 2019 1202 11 marzo 2019
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