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La Brexit è un'illusione gonfiata da troppe bugie

Come ha spiegato l’ex premier laburista australiano Kevin Rudd: l’idea di un Commonwealth in grado di sostituire gli attuali accordi commerciali con l'Unione europea è una utopia. Intanto si rinvia tutto.

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Una parola chiara sulla Brexit l’ha detta in questi giorni l’ex premier laburista australiano Kevin Rudd: un’illusione gonfiata da troppe «bollocks», che in Middle English parlato fino al 1400 circa significa testicoli, cioè balle. E come noto non è facile districarsi da un eccesso di bollocks. Quanto accaduto alla Camera dei Comuni negli ultimi giorni lo conferma, con la disciplina di partito in pezzi non solo fra i conservatori ma anche fra i laburisti, tutti spaccati dalla Brexit, e con il premier Theresa May prima umiliata da una seconda pesantissima sconfitta sul suo accordo di uscita dalla Ue e poi graziata dai veti incrociati.

Ora è pronta a un terzo tentativo, a giorni, per piegare la resistenza dell’ala ipernazionalista e più brexiteer del suo partito, alla quale si allinea un pugno di laburisti decisi a non smentire collegi elettorali che hanno consegnato anche a sinistra nel referendum del 2016 un mandato di uscita dalla Ue. Per ora il risultato è chiaro: Londra non esce dall’Unione il 29 marzo, ma il 30 giugno. Questo se la May dovesse avere partita vinta al terzo voto, martedì 19 probabilmente, cosa non facile dati i 149 voti di scarto del secondo tentativo del 12 marzo, meno dei 230 della disastrosa sconfitta di metà gennaio, record negativo assoluto per un primo ministro, ma pur sempre la terza peggiore batosta della storia parlamentare dell’ultimo secolo.

La May è pronta a un terzo tentativo, a giorni, per piegare la resistenza dell’ala ipernazionalista e più brexiteer del suo partito

Solo se alla ennesima votazione dei prossimi giorni, caso raro di pervicace insistenza governativa, la May dovesse ugualmente fallire, il parlamento potrebbe prendere in mano l’intricatissimo dossier Brexit . Il tentativo di farlo c’è stato giovedì 14 marzo, ma non ha avuto successo per appena due voti grazie a sei franchi tiratori laburisti che si sono schierati contro l’emendamento formato dal loro compagno di partito Hilary Benn.

LE CONTRADDIZIONI ECONOMICHE E DEMOCRATICHE DELLA BREXIT

Al cuore della bollock Brexit ci sono due insanabili contraddizioni ben presenti dall’inizio e che ora sono esplose e rendono quasi impossibile una soluzione. La prima è una contraddizione economica soprattutto, e storico-culturale: impossibile uscire dalla Ue, dal più grosso blocco commerciale mondiale, senza pagare un prezzo notevole e duraturo e impossibile tornare ai tempi in cui Londra “faceva da sé” grazie all’impero. Manteneva allora distanze anche psicologiche notevoli da un continente vicinissimo geograficamente ma che gli inglesi, intesi soprattutto in senso stretto (assai meno i gallesi e per nulla gli scozzesi), consideravano lontano e in vari modi ritenevano inferiore, a incominciare dalla sua strana passione franco-italo-spagnola per l’aglio. Anche di queste cose infatti si nutre la Brexit. È un sogno impossibile ma una quota consistente del Paese, e del parlamento, ama così sognare, perché questa è l’immagine che ha di se stessa, sola contro tutti, come ai tempi della Seconda guerra mondiale.

La May, in modo rocambolesco, è riuscita nell’intento di stringere i super brexiteer nell’angolo

La seconda contraddizione è quella tra la democrazia diretta che ha votato nel giugno de 2016 la Brexit al referendum, con margini modesti ma indiscutibili, e la democrazia rappresentativa che deve ora ratificarla. O rinnegarla. Ai Comuni non c’è una maggioranza evidente, né per uscire né per restare. I duri e puri dell’European Research Group (Erg) potrebbero finalmente appoggiare, anzi probabilmente appoggeranno, nei prossimi giorni il terzo tentativo del piano May di uscita solo perché l’alternativa sarebbe un rinvio della Brexit non solo fino al 30 giugno, come è stato ora votato, ma sine die o quasi. E soprattutto vi sarebbe con un rinvio oltre il 30 giugno il nefasto e inaccettabile obbligo di partecipare, a fine maggio, al voto per l’Europarlamento, prova evidente che la Brexit si sta disintegrando. Ma saranno sufficienti i voti dell’Erg a rimontare l’ultimo divario che è stato martedì 12 marzo di 149 voti? Comunque la May, in modo rocambolesco, è riuscita nell’intento di stringere i super brexiteer nell’angolo. Ora dovranno votare per lei, o affrontare il voto per le Europee.

Il parlamento del Regno Unito.

Per chiudere questa manovra la May ha pagato un caro prezzo, dimostrando di non controllare più il partito, con i whip (i capigruppo incaricati della disciplina di voto) che spingevano a votare per il governo e poi si astenevano, con 188 deputati conservatori, più di metà e tra questi otto ministri, che dicevano no alla mozione governativa per rinviare la data legale di uscita dalla Ue del 29 marzo passata 412 a 202 grazie all’opposizione laburista e ad altri. «Tutto è finito», ha commentato l’ex stratega politico della May George Freeman, dimissionario dopo la sconfitta elettorale del 2017, «quando gli stessi membri del gabinetto ministeriale e i whip votano contro il governo».

L'ALLARME DI KEVIN RUDD: «LA GRAN BRETAGNA NON ESCA DALL'UE»

Fra i vari emendamenti dei giorni scorsi uno in particolare avrebbe potuto fare una grande differenza e suggellare quel passaggio del dossier Brexit saldamente nelle mani dei Comuni che tanti hanno auspicato. Hilary Benn, figlio assai più moderato del leader ultra laburista degli Anni 80 Tony Wegwood Benn, chiedeva che l’iniziativa passasse dal governo ai Comuni, autorizzati con una serie di votazioni successive a cercare una maggioranza su una qualche soluzione, dall’uscita al remain passando per varie possibilità intermedie. La sua mozione ha perso con 314 contro 312, per un soffio, nonostante l’appoggio di 15 conservatori ma indebolita dalla defezione di sei laburisti. Il will to the House, la volontà della Camera più volte invocata dallo speaker (presidente), l’ammiccante e gigionesco John Bercow, e contrapposta inevitabilmente al will of the people, cioè il referendum, stenta a manifestarsi. Lo farà se anche il terzo tentativo della May andrà a finire male, ma potrebbe essere per un pugno di voti.

È mio malinconico dovere ricordare che l’idea di un Commonwealth in grado di sostituire gli attuali accordi con Bruxelles è un’illusione

Kevin Rudd, ex premier dell'Australia.

Tornando ai bollocks di Kevin Rudd, così scrive l’ex premier australiano: «Mentre il parlamento britannico si avvicina alla fase finale della Brexit, devo ribadire il mio stupore di fronte al ripetutissimo uso che i brexiteer hanno fatto di Australia, Canada, Nuova Zelanda e India quali possibili sostituti della Ue come partner commerciali». Non ci sono affatto i numeri, ricorda Rudd. Australia, Nuova Zelanda e Canada hanno una popolazione congiunta che è poco più di un decimo di quella Ue. L’India ha la popolazione, ma è il Paese più protezionista del mondo e non cederà mai quote del suo mercato interno se non a caro prezzo. «Quindi, come ex presidente del gruppo ministeriale del Commonwealth, è mio malinconico dovere ricordare che l’idea di un Commonwealth in grado di sostituire gli attuali accordi con Bruxelles è un’illusione».

Kevin Rudd.

Rudd ricorda poi che abbandonare la Ue e indebolire il blocco europeo è una follia politica mentre l’Occidente è indebolito dal neo isolazionismo di Donald Trump. E in effetti, si può aggiungere, Trump sperava ben altro da una Brexit che lo ha deluso, ha fatto sapere due giorni fa, e che rischia di mancare l’obiettivo, al presidente Usa così caro, di affondare o almeno silurare con gravi danni la Ue. «Il mio augurio», conclude Rudd, «è che nelle due settimane che restano tutti, conservatori e laburisti, possano invertire il processo. Nel suo interesse, e nell’interesse più ampio della comunità delle nazioni occidentali, la Gran Bretagna deve rimanere nella Ue». Possibile, più che possibile, ma non semplice dopo così tante bollocks.

17 Marzo Mar 2019 1424 17 marzo 2019
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